13 - RADIO VITEBSK- (радио витебск)

 

   

 

Gridava anche lui, ebbro di Dio, non di vino. Con le lacrime agli occhi, sferrava pugni non sul tavolo ma sul proprio petto, e sputava non sull'altrui, ma sulla propria faccia.

 

(Marc Chagall, a proposito del poeta Esenin)

 

 

Se ci mettiamo a parlare in una stanza buia, le parole assumono improvvisamente nuovi significati; così tutte le qualità che la pagina stampata ha sottratto al linguaggio ritornano nel buio della radio.

 

(Marshall McLuhan, La sposa meccanica, 1951)

 

 

Per qualche tempo ancora proverò meraviglia

del mondo, dei bambini, della neve,

ma come una strada è aperto il mio sorriso,

non docile, non servo…

 

Osip Mandel´stam

 

 

Prologo

 

Ripensai al mio soggiorno a Parigi, nei giorni più innamorati che abbia mai trascorso; nei giorni più dolorosi e felici della mia vita. Ricordavo la camera, il senso di pace quando vi entravo e mi sdraiavo sul letto in quell’ordine asettico, prestabilito. Pensavo che sarei passato di lì e avrei lasciato tutto, ogni cosa. Pensavo che doveva essere anche un buon posto per morire. Sapevo che qualcun altro avrebbe vissuto in quello spazio, ma che avrebbe forse avuto un sonno più profondo del mio che non avrebbe lasciato tracce, né pensieri.

Dovrei ritrovare la leggerezza dei miei primi scritti. Ritrovare la verità di quello che volevo dire: dove è finito quel ragazzo? Dove ritroverò l’oro di quei momenti? Brillava un sole infelice: lo coprivo con la mano destra, ma la luce urtava ugualmente i miei occhi e pensavo a te sperando di osservare ancora il tramonto di quel dolore. Sai dirmi se anche tu quel giorno mi stavi pensando? E se fossi una mela, come Esenin, mi lascerai marcire in terra o mi coglierai? Eccoli, i corpi scavalcati, le cicatrici senza memoria. Morire è necessario, perché tu possa prendermi.

Diventare un mendicante e passare la vita di fronte alla notte, al cospetto di ogni stella, nome contro nome, vuoto nel vuoto, io e l’Universo, spazzato via, morendo e vivendo più fortemente di altri?

 

 

 

BOLLETTINI (1)

 

Bollettino n. 00

 

 

Avevo visto ogni cosa e ogni cosa era me. Sapevo con perfezione che anche io, prima o poi, sarei tornato alla cenere. Non ne ero turbato e fissavo il cielo. C’era un bel sole, lo stesso che aveva scaldato anni di tanti corpi freddi. La strada oltrepassava le colline: era bella, ma non avevo voglia di andare (morire o dormire o cos’altro?) anche se era bel tempo e mi sentivo, sì, mi sentivo forte, pieno di me. Come cieli e terre nuove ci inginocchiammo felici e dimenticati al cuore dell’uomo perché ne facesse albergo. (Oggi, giorno qualunque, io posso morire: anche io sono il tutto che finisce). Quella luce che a lungo era mancata ricadde da un antro socchiuso, chiarore d’alba, rossore di guancia giovane e innamorata. Chi sei? – dalle fulgide vesti ammantato sospirò il suo canto – chi sei? Io sono il Tutto che finisce, il Tutto che geme nelle notti umane. Sono io, quando mi chiami senza sapere il mio nome. Sei tu orizzonte incerto che si dipanava lungo la linea del mare. Rifulgi, cometa della notte, spirito terrestre.

(Avvinto dalla bellezza, mi fermai nella preghiera e ti sentii parte di me.)

(E senza luce, senza vedere, vale la pena di continuare a vivere?)

Cieco in quel buio che sarà mio, in quel buio pascente di desideri immondi che mi fa essere uomo qualunque, eppure già pronto a divenire altro, io posso tentare la risalita al Paradiso, più bello del più bello degli angeli.

 

 

V.

 

 

Giochi intorno, e tu, che non ridi, ti ricordi bambina?

Ti divertivi tra le campane di vetro disegnate col gesso,

 

perché il succo d’una pesca è la merenda che

incolla la lingua alle dita, e poi alle risa, e alla letizia.

 

È giorno. C’erano figli di figli che sorgevano dalla terra

strappata alle tenebre; dalla cucina il tintinnare di stoviglie.

 

Oggi (tu mi vedi? chi ci sarà?) la felicità incompresa allinea

speranze che sferrano dall’alto il loro crollo di fuoco e acqua.

 

Il tuo essere s’invola per scherzo, mi grida, sale un colle, e

da lontano attrae per amore chi ancora lo cerca, qui e là,

 

proprio come si cerca un quadrifoglio o una fragola di bosco.

 

 

VII.

  

Era a tre passi dal tappeto, a nord-ovest della tristezza,

sul divano divorato dai tarli, seria e concentrata in sé.

 

Annunciavano alla radio una litania d’orologi rotti

e cantilene: le voci erano alchimie di desideri assonnati.

 

Spiegare un segreto è più di un destino se un limbo

è la città notturna, distante, che vibra allegra nell’oscurità.

 

Contando ogni secondo, saggiandosi, numerandosi,

ai margini, si chiede alle mura di vegliare bene mentre

 

alle pareti ombre di musica dipingono un uomo

che rimugina una notizia arrivata all’improvviso.

 

Lei, simile a un figlio che dalla culla l’ha svegliato,

dimenandosi e piangendo dal fondo della notte.

 

Da ogni parte, le favole stanno sussurrando un sogno

e lui attende l’alba inerte per addormentarlo di nuovo.

 

Quel figlio, nel suo cuore, nella sua notte.

Lui, lui gli parla. E il sole è un ghirigoro arancione

 

che ritorna più volte da uno scaffale impolverato.

 

Hit Counter