| Luca Benassi - Di me
diranno
Edizioni CFR - 2011 - pp. 24 € 4,00 (- 25% dal sito per ordini di
almeno 20 € complessive)


[...]
Nelle grandi
iconografie tradizionali, riprese dai presepi natalizi, la scena è più o
meno quella di un bambinello, quasi sempre sorridente, non certo un
neonato ma già con una florida capigliatura e le braccine tese,
l’espressione del viso a volte non proprio infantile e sorridente ma
piuttosto ieratica, adorato da una madre in preghiera e da un uomo di età
indefinita, inginocchiati e piegati su di lui; sullo sfondo un bue e un
asino, come sta scritto nei Vangeli.
La scena è
edificante ma immobile, astratta, irreale - o forse è la proiezione di una
nostalgia collettiva per l’innocenza che viene perduta pian piano
nel tempo. Nella vita non accade così e, soprattutto, in quella
realtà, descritta dai Vangeli. Non esiste che la puerpera Maria se ne stia
tutta beata e serafica dopo i dolori del parto: è una grande ingiustizia
verso la sua corporeità, che è dolore – come dicono i testi sacri –
lavoro, fatica, fughe, strazio...
La poesia, intensa,
di Benassi, sconvolge questi schemi. L’elemento che sovverte quella
scenografia tradizionale, con prepotenza, è infatti la fisicità,
con la nota insistente del dolore fisico e psichico che,
nell’iconografia tradizionale, è totalmente assente. Entra in gioco, in
questa sorta di poesia della storia, anche una nota fortissima di
de-mistificazione, di presa di distanza da una teologia tutta assorta nei
significati trascendentali, dimenticandosi spesso che proprio il corpo è
l’unico tramite col divino, tant’è che proprio nell’incarnazione si
realizza il principio di ogni teologia (in senso cristiano) e proprio nel
parto è il significato primo di ogni eucaristia, perché proprio Maria è la
prima sacerdotessa che porta e consacra dentro di sé l’Eucaristia.
Entra in scena
anche l’elemento della storia, non tanto come atti o fatti, ma come
orizzonte o sce-nografia entro la quale viene collocato il poemetto. È la
storia degli umili, dei semplici, degli ultimi, così che la natività di
Cristo, da avvenimento teologico-sacrale, diventa paradigma di ogni
natività povera e sconosciuta.
(dalla prefazione di
G. Lucini)
___________________________________________________
Si veda la nota di Rosa salvia in
http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2012/02/11/di-me-diranno-di-luca-benassi/#comment-100442
Lucetta Frisa
Nota a Di me diranno, di L. Benassi
Edizioni CFR, 2011
Amo molto i
libri piccoli, hanno l’aria dell’intimità e del segreto che solo il
lettore destinatario - quello devoto, appunto, ai piccoli libri e ai
loro segreti – può apprezzare con la dovuta intensità . Ho amato molto i
piccoli libri del nostro caro, prematuramente scomparso Alberto Cappi
che negli ultimi anni di vita ha riversato in quei piccoli fogli il
prezioso distillato delle sue meditazioni. Così come ho amato un altro
libro piccolo - di dimensione e non di sostanza,ovviamente -, intendo
il drammatico e densamente variegato Sapienzali di Gianmario
Lucini( Puntoacapo, 2010) e per finire non posso almeno accennare a
Sentinella (Cartabianca,2011) di Marco Ercolani, come sempre
lampeggiante emozione e intelligenza. Il livre de chevet porta
con sé, per destino, un alone di misticismo ma oltre allo spirito
mistico può custodire anche quello irriverente, trasversale, di rivolta,
essendo il piccolo libro sempre un po’ fuori dai margini, fuori da un
diurno maior, e invece tutto dentro a un notturno minor:
preghiere religiose e laiche, riflessioni, confessioni, invettive e
sentimento amoroso di ogni tipo da rivolgere, nella propria solitudine
esistenziale, all’orecchio di Dio così come sussurrare in quello della
persona più amata e, infine, solo a se stessi. Scritti, si può dire, con
la mano sinistra, colpevoli unicamente della propria disarmata sincerità
da mostrare solo a chi è degno di riceverla. Misticismo, ho detto,
eppure nel caso di Luca Benassi il misticismo è e vuole essere
profondamente laico. Laico anche se scritto per il Natale e i
protagonisti restano quelli dell’iconografia tradizionale: l’asino, il
bue, la stella, il fico, il gallo, la croce, il lago - diciamo umili
creature della natura (più un oggetto), apparentemente marginali nel
grande scenario della vicenda - e della storia - della Natività. Tutti
loro, per sempre coinvolti in questa sacra rappresentazione, si
sacralizzano a loro volta, ”innalzati” a simbolo dal contesto stesso,
proprio per la loro presenza testimoniale. Parlando in prima persona,
fanno assumere al piccolo libro il carattere di testo drammaturgico
molto suggestivo da leggere o recitare a voce alta. Parte della loro
magia non si spegne con le luci dell’albero natalizio, ma permane, a
nostro piacere, nell’aria intorno a noi. Forse padre Turoldo ne sarebbe
stato felice. A lui, per la precisione, è dedicata la collana editoriale
della CFR intitolata Poesie dell’Essere. Non si poteva delimitare
il campo meglio di così (anzi, allargarlo all’infinito…). Queste
creature attraversate dalla commossa e delicata poesia di Benassi che
in questo piccolo libro ci sembra particolarmente ispirato, escono dai
canoni dell’agiografia popolare, si vestono di una loro fisicità
spirituale o di una spiritualità fisica, di un dolore fisico e
psichico - come scrive Lucini nell’appassionante e convincente
introduzione. Infatti qui non troveremo nulla di metafisico, ma di
fisico si, tutto è disceso qui accanto a noi sulla terra, Cristo si è
veramente incarnato in tutte le cose, san Francesco canta a gola
spiegata il suo canto delle creature e i papi – quelli troppo grassi,
corrotti e malvagi – vengono subito inghiottiti dal girone infernale a
loro riservato. Ognuna di queste minime creature a cui il poeta dà voce
chiara e perentoria parla di sé con l’occhio al futuro. Di me diranno
la pazienza della soma - inizia l’asino, il primo a parlare;
Di me diranno il fiato caldo, continua il bue; Di me
ricorderanno la luce che segna la strada verso il bimbo - è la
stella a parlare; Di me diranno sterile - continua il fico; Di
me diranno il pianto amaro del tradimento - dice il gallo; Di me
diranno il segno della storia - dice la croce -: e il lago (che
allude anche a san Pietro), a differenza degli altri testi scritti in
prosa poetica chiude l’ultima pagina con questi versi vibranti:
Non c’è rete
al dubbio se non quella
tesa al
pesce, a rinnovare il mestiere del lago.
Ritornai a
pescare, come prima
come se nulla
fosse accaduto sul mare di Galilea.
Certo, non
nego la seduzione del tramonto
né le barche
abbandonate all’eccomi
al ricordo
dei giorni forti, promessi al pane e al vino.
Non nego la
delusione che monta alla testa
il corpo di
un uomo che muore sul legno
e che non dà
gloria o regno, o significato alcuno
(così mi
pareva) alla sua Parola.
E non
nascondo la paura del martirio, del compiersi
del verbo su
questa spiaggia: le barche erano lì
lasciate da
allora e le reti pronte.
Forse ebbi
paura,o fui deluso, forse
ebbi solo
fame o fu la vista incerta
dei compagni
all’orlo della fede.
Di certo,mio
Signore, dubitai
alla vista
dell’acqua schiumante di miele
del tramonto,
dubitai come la vertigine del tuffo
verso il
nuovo arrivo. E tu eri sulla spiaggia ad attendere
con il fuoco
acceso,di brace, il pesce già cotto
e il pane
pronto
per essere
spezzato.
Laura Lilli – Formiche straordinarie
Extraordinary ants – disegni di
Elisa Montessori – Empiria 2010
Luca Benassi – Di me diranno – CFR 2011
apparso su
http://lucreziana2008.blogspot.com/
(12.12.2011)
Cosa unisce il libro di Laura Lilli, originale, ironico e amaro, le sue
eleganti illustrazioni per il pennello di Elisa Montessori e un libretto
scarno, davvero essenziale nelle dimensioni e nella veste, come il "Di me
diranno" di Luca Benassi? Perché poi consigliarne la lettura in questi
giorni?
Siamo tutti, credenti e non (chi scrive si riconosce in questa seconda
categoria), alla vigilia delle feste del nuoco ciclo, del nuovo inizio,
che torna ad aprire le giornate alla luce, dopo il buio dell'inverno.
E appunto i due libri sopra citati parlano con originalità e sincerità di
INIZI.
Sono diversi: alatamente ironico il primo, lirico il secondo, ma si
somigliano per l'importanza data non tanto agli individui umani, quanto
agli animali, all'ambiente fisico, alla storia.
Fermiamoci dunque su questo punto. Tutti e due i libri parlano di un
inizio della storia, ma per Laura Lilli si tratta dell'inizio dei tempi
secondo l'Antico Testamento, delle lotte tra Dio Padre e il figlio suo
prediletto, Lucifero, un figlio ribelle che sceglie lo scontro tra
generazioni, la partita da vincere o perdere. Così di fatto imponendo il
suo punto di vista manicheo (Aut / Aut,
Football), al suo onnipotente
padre. Questo momento fondante del destino del mondo è trattato, nello
stile della Lilli, con una parola armata di arguzia, che senza lanciare
polvere in giro, sa scavare, con uso della logica che sa convincere.
Altri protagonisti, per lo più non alati, delle brevi prose della Lilli –
ciascuna in doppia versione italiana /inglese, quest'ultima realizzata da
Jehanne Marchesi– sono le varie specie animali, tra le quali l'uomo,
scimmia che, secondo un darwinismo riveduto e corretto, ha ingoiato le
forme astratte della geometria: il Punto, la Retta, il Quadrato
et cetera fino a ingerire e farne
sua sostanza, come in un'immateriale
Comunione, anche le forme astratte dei solidi.
Altri inizi della storia (INIZI al plurale), per la voce di Laura Lilli,
raccontano ancora i momumenti della sua città, Roma, dove le Basiliche
della metropoli antica contestano alle Basiliche cristiane il nome di cui
si sono appropriate. Con filosofia, davvero di antica tradizione romana,
la Lilli fa mediare lo scontro dalla sintesi fulminante di Dante che
riassume la gloria della Roma di Virgilio e dell'Eneide ai fini, decretati
"in alto", della Roma cristiana: fu
stabilita per lo loco santo / u' siede il successor del maggior Piero.
Proprio sull'inizio dell'era cristiana, sulla nascita di Cristo, si apre e
lì poi s'incentra il libretto di Luca Benassi. E come la Lilli dava un'interpetazione
dei sacri testi molto lontana dai commenti canonici, così Benassi. Solo
che lui intende sostituire all'immagine oleografica delle splendide
infinite Natività dei nostri pittori – una madre ben composta, ben vestita
e con i capelli splendidamente acconciati, anche se non frontalmente
immobile come nelle icone orientali, un'immagine non credibile nella sua
fisicità– un'immagine estenuata e devastata anche se appagata, quale è
sempre quella un corpo femminile da poco attraversato dalla nascita di un
figlio.
Anche in Luca sono soprattutto gli animali (
l'Asino, il Bue, il Gallo) a
parlare, a raccontare di quanto hanno visto, di come hanno trattenuto i
loro istinti, per rispetto di quella nascita. Tra tutti, per la simpatia
che ci lega a quell'animale e la la grazia che, contro ogni luogo comune
qui dimostra, vogliamo citare le parole dell'Asino:
Ebbi fame, ma la paglia era già occupata
dal corpo fremente
del bimbo
Conforme a questa scoperta della verità dell'ambiente fisico che circonda
il Natale, la cometa non è una forma piatta a cinque punte e la sua brava
coda, è un corpo in esplosione: Infine
schiantai, espulsi me stessa milioni di volte, e fui più bianca del
bianco, più luce della luce, descrizione conforme a una verità
fisica che la contemporaneità conosce, e che Benassi trasporta con
linguaggio poetico, nei territori del mito religioso.
|