| Giacomo Vit - Zyklon B
Edizioni CFR - 2011 - pp. 48 € 8,00 (- 25% dal sito per ordini di
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Lo sguardo delle cose cerca
solo la memoria, un'evidenza della memoria, più che un giudizio o
un’accusa. Il poeta è talmente smarrito davanti alla devastazione fisica,
morale e spirituale dell’essere che ha solo parole per trascrivere
l’evidenza, per interrogare le cose, per trovare il loro sguardo col quale
guardare il mondo e la storia. Lo sguardo coglie allora la terribile
verità: l’uomo diventa fiamma nell’acqua, ombra nella notte, / sputo di
cenere… Lo può diventare sempre, non ci sono vaccini alla
disumanizzazione, non ci sono mai pericoli per sempre superati, nella
storia. Ci sono gli oggetti però - e la memoria che sopravvive in essi -
che sono i veri monumenti alle esistenze perdute di Auschwitz.
C’è la commozione,
a redimere la follia della ragione ideologica, capace di chiedere alle
cose l’umanità che esse trattengono nella loro storia, in quel misterioso
permanere dopo i loro creatori, che suona come uno scacco matto alle
eterne domande di senso; c’è quella ragione del cuore che la ragione non
conosce, per dirla con Pascal, che permea questa intensa silloge di una
muta domanda che va oltre la storia narrata dagli oggetti. Il vero
antidoto al male è, dunque, guardarlo bene in volto,
interrogarlo/interrogandoci, conservarne la memoria
(G. Lucini)
Manifesto della
presentazione della raccolta, il 27 gennaio 2012 a Pordenone.
Articoli su giornali locali
Zyklon B I vui da li’ robis (Gli
occhi delle cose) di Giacomo Vit
La
recensione di Nelvia Di Monte
su:
http://www.poetidelparco.it/index.php?pag=9&id_profilo=698
Giacomo Vit, Zyklon B I vui da li’ robis
(Gli occhi delle cose) Edizioni CFR, 2011
Impossibilità di svelare tutto l’orrore insensato di
Auschtwitz e necessità di dirlo una volta ancora. Su questo difficile
crinale si dispiega l’imperativo etico che guida la poesia di Vit, la sua
scelta di lasciare che siano “gli occhi delle cose” a guidare la scrittura
in un percorso così aderente alla realtà da ribaltare il rapporto
soggetto-oggetto: sopravvivono le cose materiali, impregnate di una
soggettività offesa o ridotta a frammenti prossimi a scomparire, “fiamma
nell’acqua, ombra nella notte, / sputo di cenere”. La parola aderisce a
questo sguardo (“Lint rota ch’a ciacara da la so / imperfession –
Lente rotta che parla della sua / imperfezione”), facendosi strumento
duttile di una ricerca di verità che parte dagli oggetti, dà voce alla
loro presenza nel tempo e cerca di articolare le domande senza risposta
sull’incomprensibilità del male.
Le cose hanno preso il posto delle persone,
diventando una muta ma indelebile testimonianza di ombre labili come
riflessi scivolati via sullo specchio degli eventi. Annientata l’umanità
del singolo, non ha più senso il nome proprio abbinato alle donne
fotografate, “beta ch’a ciucia un got / di timp mars, la piel sbregada
di tatiana, / e rachele ch’a siga il nuia il nuia il nuia –
elisabetta che succhia un bicchiere / di tempo sfatto, la pelle scorticata
di tatiana, / e rachele che urla il nulla il nulla il nulla”. Sono troppi
i morti che “dondolano in controluce alla Storia” quando nessuna lingua
riusciva a stanare Dio “da nubi dure come sassi”. Per avvicinarsi
all’inenarrabile mostruosità del lager, non bastano le parole consuete,
frutto di una comunità che in esse si riconosce. La violenza perpetrata ha
reciso il legame tra realtà e rappresentazione simbolica dei segni: mucchi
di scarpe, di capelli, di oggetti personali dicono più di quanto le parole
siano in grado di descrivere. Forse bisogna cercare termini differenti,
innestando nuovi incubi su arcaiche mitologie, per mostrare come paure
ancestrali si sono fuse alle moderne tecniche di distruzione umana, in un
continuum che dal fondo del tempo vortica in forme sempre più distruttive
per creare mostri come “il sbilfflàt ch’al zuia cu li’ / cordelis dai
to’ sgnarfs – il sbilffiato che gioca con le / cordicelle dei tuoi
nervi”.
Il friulano di Vit è lingua asciutta e diretta,
connaturata alla visione intimamente popolare, “antilirica, spiccia e
rude, niente affatto in cerca di letterarietà ad effetto ma piuttosto di
verità” di cui parla Gianmario Lucini nell’introduzione. Lo è sempre stata
ma qui è consapevole del rischio che la mano “a si strambarà / ta li’
peraulis – incespicherà sulle parole”. I testi tendono ad essere
brevi ed incisivi, a volte terminano con puntini di sospensione o punti
interrogativi, o si frammentano come se la commozione non consentisse di
riunire ciò che la Storia ha così violentemente spezzato. Fotografie,
oggetti, memorie, presentano una realtà che ha il colore della cenere,
dove è sempre in agguato il rischio della cancellazione, dove il bianco si
diffonde come coltre di neve e gelo, foglio destinato a restare privo di
segni e senso, mentre il nero è notte, buio, nulla, “inchiostro sul
mondo”. La poesia può contrastare questo processo di annientamento,
ascoltando ciò che gli oggetti ancora suggeriscono, “una canzone cava /
che bussa al / fiato” e che proviene non da persone ma dall’involucro
vuoto che le ricopriva: “Coro dei vestiti a righe” è il titolo del testo,
immagine di un’umanità annichilita che persiste in sottofondo come un
brusio nella memoria, polvere nel vento della storia. La poetica di Vit fa
scaturire il senso della poesia dalle cose stesse, testimoni di una
tragedia e, insieme, dell’inestinguibile bisogno di una vita degna, nello
stesso modo in cui un cialderin (paiolino), per quanto
sbrecciato, non smetterà “di sbicià la mai scunida seit / di umanitàt
– di versare la mai fiaccata sete / di umanità”.
La tematica di quest’ultima raccolta è storicamente
più determinata rispetto alle sillogi precedenti ma conserva con queste
molti legami poiché ciascuna costituisce un approfondimento su un
frammento di storia umana, del singolo e dei tanti che hanno vissuto le
medesime esperienze: spesso difficili e drammatiche, come la piena di
un’alluvione, (La plena, Biblioteca Civica di Pordenone, 2002); a
volte più lievi ma non meno destrutturanti, quali un trasloco, simbolo
della precarietà del vivere che accomuna il moderno presente alla
condizione dei contadini per i quali a novembre scadeva il contratto e
dovevano cercare altrove casa e lavoro (Sanmartin, LietoColle,
2008). Permane costante l’attenzione alla socialità, a quell’ideale di
empatia che dovrebbe guidare la convivenza e, invece, consente a volte
solo di fissare testimonianze e ricercare “sotto la scorza del mondo, /
l’ombra di un segreto” (in Sòpis e patùs, Edizioni Cofine, 2006).
Non è poco ma non può bastare ad un poeta che percepisce il mondo della
vita come una totalità inscindibile in cui la singola esistenza non è mai
individualismo perché è in gioco la dignità di ciascuno e – viene da
aggiungere – nessuno si salva da solo. Anche in questa raccolta la natura
permea ogni creatura con la sua simbiotica fisicità, partecipe di tanta
sofferenza ma anche fonte di cambiamento. Da essa è necessario ripartire,
dall’intimo legame tra le creature, per cercare una via d’uscita
dall’orrore. Non è facile conservare la forza di ricordare senza
soccombere a questo passato, occorre uno sguardo nitido che sappia
orientarsi verso una nuova direzione, forse gli occhi di una bambina “non
sporchi di fumo” che avranno finalmente “la lus justa par sbusà / li’
stròpis di nèif nera, e vardà in duà che il vint / al si srodolea ridint
– la giusta luce per forare / le siepi di neve nera, e guardare dove il
vento / si srotola ridendo”.
Nelvia Di Monte
19 marzo 2012
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Giacomo Vit,
Zyklon B. I vui da li’ robis (Gli occhi delle cose), Edizioni CFR,
2011.
di Manuel
Cohen)
su Punto
Almanacco di aprile 2012
Giacomo Vit (1952), uno tra i migliori neo-dialettali in attività, ha
scritto numerosi libri in poesia ed in prosa, affidandosi alla lingua
friulana, in quella varietà parlata a Bagnarola di Sesto al Reghena (PN)
che sta su un discrimine linguistico: tra veneto limitrofo e friulano di
Casarsa, la città e la lingua care a Pasolini. Che questa sia una lingua
di discrimini e di margini, e che sottenda ad una implicita marginalità di
riferimento, è evidenziato dal fatto che sia continuamente contesa tra due
aree o continuamente imparentata o debitrice al veneto e al furlàn:
una delle lingue elettive della poesia del Novecento. I testi della nuova
raccolta, prendono spunto e attingono a un repertorio di 600 fotografie
visionate dall’autore sul web. Si tratta di foto relative alla Shoà, e
Zyklon B è la sigla che indicava il tipo di gas utilizzato dai nazisti
nei campi di sterminio. La paradossale affermazione di T. Adorno secondo
cui, dopo Auschwitz sarebbe stato impossibile fare poesia, è stata, nei
decenni successivi, sistematicamente smentita da una istanza irredimibile
dell’uomo e da una pratica mai venute meno. Per non dire della monumentale
messe di versi scritti da sopravvissuti e da testimoni aventi per oggetto
l’Olocausto, la persecuzione, la tragedia immane: produzione a cui di
recente si va ad aggiungere la scrittura sulla Shoà fatta da non-testimoni
diretti. Ѐ questo il caso di Giacomo Vit, che, come Salvatore Pagliuca
affronta una pagina della grande Storia (di cui leggete sempre su «Punto»)
e che, anche per ragioni anagrafiche è da considerarsi estraneo
alla vicenda. Ma l’estraneità, che vuole l’uomo all’uomo
straniero (E. Jabès) accomuna le epoche e le lingue, crea nessi di
solidarietà che valicano culture e razze, religioni ed etnie, orrore e
conoscenza dell’orrore, e qui diviene estraneità alla insensatezza o
banalità del male (H. Arendt). Versi dunque da intendere come
istantanee, o letture empatiche e simpatetiche a corredo di foto: rapide e
concise, tese nell’arco di piccole strutture generalmente oscillanti tra i
10 e i 12 versi. I versi, poi, brevi e brevissimi sono pasoliniane e
minimali descrizioni di descrizioni: la piccola tazzina, la
scatoletta di lucido per scarpe, il clarinetto, gli occhiali, i piccoli
oggetti quotidiani, feriali e domestici, rimasti a testimoniare chi più
non è al mondo, il colore e l’odore, quasi, della cenere dei gassati nei
forni, sparsa dai carnefici nei fiumi perché non ne rimanesse traccia. La
forza dell’arte, e delle arti, sta proprio nella capacità di farsi
testimone, oggettuale testimonianza di vita, come nei bei versi di
Clarinèt, Clarinetto in cui lo strumento si fa percezione acuta del
dolore: “sembrava / morto, cadavere / fra i cadaveri, ma / invece suona /
con una voce sottile, / ago di suono” (p. 37) o nella sua vocazione all’ospitalità,
alla accoglienza della residuale umanità dell’uomo (M. Luzi) come
nel testo Ociai, Occhiali: «Lint rota ch’a iacara da la so /
imperfession, nostalgia di piel, / ombrena di vuli ch’a si moveva / par
brincà li’ robis sparnissadis / tal curtil dal mond. Lint ch’a grata / i
to’ vui ciùmps tal bosc di stangiètis / e stagions…»«Lente rotta che
parla della sua / imperfezione, nostalgia di pelle, / ombra d’occhio che
si agitava / per acchiappare gli oggetti sparpagliati / sul cortile del
mondo. Lente che gratta / i tuoi occhi sbilenchi nel bosco di stanghette /
e stagioni…» (p.13). Lingua essenziale, rastremata e pudìca,
ridotta all’osso, a un ossario di figure e di cenere, questa di Giacomo
Vit, modulata su lievi ritorni sonori che le danno cadenza di laica e
dimessa preghiera, tra invocazione ed evocazione: si pensi alle anafore (Lint,
lint; in duà, in duà), alle ripetizioni variate e accresciute, motore
sonoro impercettibile e movimento dei testi: «Montagna di ciaviei, in
duà / a sonu i tos? Chei che to mari / a ti caressava prin che cualchidun
/ al rabaltàs ingiostri tal mond? / In duà ch’a duàrmin, sporcs, /
intorgolàs, distacàs dal to / ciavùt di pipina inciocada / tai binaris dal
gas?», «Montagna di capelli, dove / sono i tuoi? Quelli che tua madre
/ ti accarezzava prima che qualcuno / rovesciasse l’inchiostro sul mondo?
/ Dove dormono, sporchi, / aggrovigliati, strappati dal tuo / capino di
bambola ubriacata / nei binari del gas?» (p.26). (Manuel Cohen)
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