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Ennio Abate - Immigratorio

Edizioni CFR - 2011 - pp. 88     € 10,00            

 

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Per un’operazione intellettuale così complessa e multiforme, evidentemente, non sarebbe bastata oggi la lingua della lirica tradizionalmente intesa, cioè monologica. Era necessaria l’assunzione larga delle prerogative di genere quale si sono ridefinite nel corso del Novecento, dalle avanguardie vociane allo sperimentalismo officinesco alla polverizzazione postmoderna. Di qui il ricorso a più codici, con l’accostamento di versi e di prosa e di lingua e dialetto: scelta non banale e retta da istanze non univoche. Il dialetto è la voce del passato perduto, il dono di Salerno, la parola della regressione, il senso affidabile e falso; così come la lingua è una conquista dolorosa ma vera, strumento di estraneità e di sradicamento e tuttavia bottino irrinunciabile della coscienza e della conoscenza. Come domina nella parte iniziale, il dialetto è perciò destinato a sparire progressivamente nella seconda, dopo essersi confrontato con la lingua nuova, universale e inautentica, che l’emigrante schiera nel confronto con Karl Bis, contrapponendosi al suo dialetto – autentico ma regressivo. Non c’è salvezza: la verità che il dialetto può ancora attingere alla memoria e al destino individuale è una verità dimezzata e ingannevole; sta alla realtà come la Salerno-presepe sta al mondo del neocapitalismo. E d’altra parte alla lingua resta interdetto l’accesso all’archeologia del soggetto, del quale non può salvare l’identità irripetibile, né esprimere la nostalgia e il rimpianto. Non possono che morire in dialetto padre e madre; né altro che il dialetto possono resuscitare i ricordi di guerra, la campagna, il seminario dell’infanzia. Ma nessuna lingua porta il dono della redenzione: non al passato della memoria, né al presente della verità conosciuta. Sta piuttosto al confronto, alla giustapposizione di codici di garantire, in luogo di una redenzione comunque negata, la conoscenza. Ed è questa l’unica promessa che il libro può sensatamente fare al lettore, chiedendo in cambio, come si è visto, l’impegno a fare altrettanto, a conoscere oggi i nuovi soggetti. In questo compito si incontrano gli sguardi che balenano dal passato, e che la poesia ha ridestato, e le promesse ancora possibili dal minaccioso futuro. E anche la poesia, sospesa fra regressione alla lingua pura della memoria e dura prosa del mondo, può dare il suo contributo; o forse pronunciare la sua richiesta.

(dalla Prefazione di Pietro Cataldi)

 

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