Carlo Carlotto
Carlo Carlotto - Poesie del panesalame

Edizione CFR - 2010 - pp. 48   € 8,00   

 

 

 

Già dal titolo trapela la cifra stilistica dell’autore, quel tono dimesso che ne contraddistingue tutta l’opera in versi. Una poesia – la sua – che rifiuta l’aulico, il retorico, il ridondante, l’ampolloso per un periodare semplice basato sulla concretezza dei termini. Una lingua calata nel quotidiano con inserti vari sia dall’inglese, sia da sapienti spunti dialettali, come il subric di «Schizzi di favole» di gusto gastronomico o il Garibuia di stampo favolistico della medesima poesia.

Un titolo, dicevo, di tono basso, da scampagnata tra amici, all’ombra variegata di un albero o sotto la penombra di un pergolato, quasi che i versi debbano fluire impastati di vita e di realtà.

Anche in quest’ultima raccolta il poeta ci ricorda come l’uomo non sia il centro dell’universo, bensì soltanto un insignificante «granello di sabbia», una parte infinitesimale, un punto nello spazio infinito. Emblematica a questo proposito è la poesia Contemporaneamente, che guarda un po’ alla lezione dei grandi poeti del nord Europa, soprattutto la polacca Wisława Szymborska:

Mentre proprio non ci pensavo,

indaffarato in trascurabili affari,

gli alberi hanno continuato

a sintetizzare clorofilla,

le sorgenti a sgorgare acqua,

i mari a sdraiarsi sulle spiagge

come se non esistessi per nulla.

Le figure retoriche, come similitudini e metafore, sono molto parche, ridotte all’essenziale. Un esempio di come un’immagine naturale possa trasfigurarsi in modo quasi lineare, con un procedimento a specchio, è quella del noce a novembre della poesia «Corallo». Con un processo di scambio e analogie, l’albero autunnale diventa «altro», quasi visione metafisica:

Aggrappato allo scoglio

della zolla algida,

sarebbe un corallo

se fluttuasse nel mare

anziché nell’aria

il noce a novembre,

grigio e giallo.

Carlotto scrive poesie usando parole scarne nella loro fulgida nudità, nel loro significato intrinseco, come un tempo i contadini costruivano i muri a secco accostando le pietre una sull’altra con grande sapienza, senza l’uso di cemento. A tratti balenano lampi di humour sottile e graffiante, spunti di indignazione da poeta engagé.

                                                                                                                            Remigio Bertolino

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