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 Nader Ghazvinizadeh - Metropoli

Edizioni CFR - 2011 - pp. 48  € 8,00     

 

 

Fecondo Gennaio il mese convesso

cieli presagi di frumento

metabolismo muto nei campi in amplesso

abdica il corvo muto e si fa nevaio

il sonno si prende e si perde a metà notte

città/voliera città/granaio

 

Per capire l’opera bisogna immaginare spiando attraverso l’obiettivo della videocamera dell’autore attraverso la quale si rivelano l’angoscia che può affliggere chi vive nella «città sempre notte» e la ricomposizione di un presente collettivo attraverso un tono generale della silloge accorato, sincero, pronto nel consegnare con fedeltà alla pagina ciò che è evidentemente vissuto quotidianamente dagli abitanti della Metropoli.

Nella «città / voliera città / granaio» si disgrega nell’aria, o meglio nella nebbia, tutto ciò che un tempo vi era di stabile, è dissacrata ogni cosa sacra, gli uomini sono forzati a guardare con occhio disincantato la propria situazione ed i propri reciproci rapporti. Nei ritmi rapidi del mutamento, nell’intensità delle percezioni con cui i suoi abitanti ne vivono e ne accompagnano le trasformazioni, la Metropoli sfascia i legami strutturali della comunità borghese, corrode i postulati tradizionali ed infrange le regole di condotta tradizionali. Nader Ghazvinizadeh ha il merito di dare vita a questi suoni, a queste immagini, a questi colori antichi e moderni della città in veloce cambiamento che troppo spesso dimentica i valori profondi della sua tradizionale umanità, presa dal ritmo frenetico che non lascia spazio ai sentimenti veri.

L’opera, corale molto più che autobiografica, dà voce al popolo ed alla sua lingua, quindi a parlare non è mai una persona sola, tanto meno l’autore, ma la nuova specie a cui l’uomo metropolitano appartiene e la gamma delle reazioni individuali è tanto più variegata e discordante quanto maggiore è il coinvolgimento di ciascuno nella civiltà dell’urbanesimo: chi partecipa alle sue ebbrezze con slancio euforico, chi fronteggia l’urto del nuovo con perplessità, chi, infine, patisce la frenesia del fare con ansia nevrotica o addirittura con angoscia involutiva. Per questo motivo la silloge non ha un finale poiché è circolare il passaggio da un uomo all’altro e tale andirivieni ha al suo interno molte reiterazioni. La monotonia, così come la ripetizione ipnotica di molti termini di uso comune ed il suo linguaggio capace di trasfigurare una parola semplice e colloquiale in un suono magico e quasi onirico, ottengono l’effetto di cogliere la poesia dalla strada e dal groviglio di paesaggi snaturati, metterla sulla carta in una narrazione struggente e di forte impatto emotivo.

                                                                            Sergio Covelli

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