CFR

Alfredo Panetta

Na folia nt’è falacchi (un nido nel fango)

Edizioni CFR 2011, pp. 88, € 10      

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2° posto al Premio Fortini 2010

Vincitore del Premio Pascoli 2011

 

 

 

 

nei dieci passi che concludono, l’io quasi si smarrisce, si disperde, andando a ritrovare altrove la stessa urgenza cinestesica di messa al mondo e di travaglio. Che questa volta non si differenzia, ma si riconosce in luogo e tempo altro. In questo senso, poesia civile, dalle mani sporche, finanche un po’ sartriana, poesia del dire senza velo, ma con il velo saturando il sangue e curandosi del pianto.

Una raccolta che si impegna e che ci impegna, non da ultimo per lo stupore della rappresentazione di un meridione che respira piano, a volte a stento, ma respira sempre. Ci impegna ad esser consapevoli del danno della Storia all'Uomo, e della storia alla persona, qui così duramente dichiarati. Per un immaginario d'amore originale, non indulgente e custodito. E infine, poesia di un femminile maltrattato e acuto, un femminile che trapassa con il grido, il grido nella donna così simile alla ferita nella pancia del maiale.

                         (Nerina Garofalo)

Chi scrive in dialetto, ... nuota con una pietra al collo, pancia a terra, rocce che ti scheggiano e pescecani che ti divorano. Auguri, dunque, a Panetta Alfredo, poeta vero che tiene -come tutti i veri poeti - su di sè i cieli stellati della lingua italiana e dentro di sè la profondità etica della fangose parole che abitano la bocca e la punta della penna di chi, ogni volta che respira e scrive, dice, rilkeanamente, addio. O buongiorno

                          (Gianni Priano)

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  Sergio Spadaro

  Alfredo Panetta: Ja’ sulu mi gurdu d’amuri

  nota a Na folia nt’è falacchi, Edizioni CFR, Piateda (SO), 2011


 

   Dopo Petri ‘i limiti (Moretti e Vitali, BG, 2005), il calabrese Alfredo Panetta torna a pubblicare un nuovo libro di versi, nel suo dialetto di Locri, intitolato Na folia nt’è falacchi (Un nido nel fango, Edizioni CFR, Piateda [SO], 2011). Il libro è vincitore, per la sezione dialettale, del Premio Fortini 2010 e reca una partecipe prefazione di Nerina Garofalo, che sottolinea il “rigore nella ricerca linguistica […] e il dialogo ininterrotto con la natura e con Dio accostato allo straniamento temporale” dell’autore. Chiude poi il volume una nota di lettura di Gianni Priano, che è una sorta di testimonianza augurale. E quasi a scioglimento di un certo sapore pascoliano del titolo del libro, ci giunge notizia – mentre scriviamo queste note – dell’assegnazione del prestigioso Premio Pascoli, per la sezione dialettale (per quella in lingua ha vinto Milo De Angelis), a San Mauro Pascoli, con una giuria in cui spicca il dialettologo Franco Brevini.

Non c’è tuttavia alcun sapore pascoliano nei versi di Panetta, come denuncia già la Ballata d’i cosi i nienti ripresa da François Villon, ad apertura del volume, dove la Morte appare come “la giusta misura” e costantemente reitera il ritornello dello “straniamento” dell’autore: “chi son io, non ho ancora imparato”. Ma le riprese tematiche non si fermano qui. In una da Danilo Dolci viene quasi ribadita l’epopea dei cafoni meridionali (e si sa, il termine cafone, originariamente spregiativo, fu ribaltato da Silone nel 1947 in Fontamara, e da tale data ripreso dalla letteratura meridionalistica, a esempio in Scotellaro): sicché i metaforici vermi dei “tempi bastardi” in cui si è costretti a vivere, dove “persino le pietre spruzzano fango sulla faccia”, possono stimolare  “il nervosismo che si alza fino in cielo”, anche se non viene raccolto il grido di ribellione di un vecchio saggio che incitava l’autore ad armarsi di un bastone e a picchiare, anziché lamentarsi e piangere. E ciò elimina ogni venatura di “lamento” in questa poesia, che è e resta altamente civile e di forte consapevolezza.

Come si può ricavare peraltro dalla terza ripresa della raccolta, stavolta da Primo Levi, che in Hurbinek fissa il ritratto di un anonimo “uomo di ccittu” (di silenzio), in cui si può riconoscere ogni  umanità derelitta e vinta dal destino: “di lui resta solo lo sguardo fisso sul muro / di un pianto che tracima tuttora”.

Sono due a nostro avviso le tematiche caratterizzanti la raccolta di Panetta, che s’alternano e si corrispondono come facce della stessa medaglia. Da un lato il riandare alla propria fanciullezza, al tempo del vivere nel paese natio, quando era di là da venire lo “spaesamento” indotto dall’emigrazione nella grande città e dall’alienazione che questa induce a ogni vita “consapevole”. Allora non c’era nessuna frattura nel rapporto con la natura e col tempo esistenziale. Tutto era immerso in una atmosfera magica e incantata e nello ziafrò, nel ramarro che fissa il cielo, il poeta poteva abitare dentro i suoi occhi, “da quella stessa notte in cui nacque mia madre”. Estaticamente, ci si poteva riconoscere anche con le anime dei morti, che abitavano le fronde: “Sapevo che le foglie erano le anime dei morti, ne attesi / il fruscio, arrivò. Non è poi così male / pensai, appartenere alle cose se c’è movimento / e frescura…”.

   Poi venne il tempo dell’emigrazione al nord e cominciò – come lo chiama un poeta dialettale siciliano della stessa fascia jonica di Panetta, Giuseppe Cavarra – lo sdirregnu, la distruzione, lo sterminio, che è innanzitutto culturale. E certo, dal versante settentrionale (in Panetta i riferimenti a tale contesto sono sempre indiretti: un “cielo di lamiera”, “un cantiere di gelo quassù al Nord”, “alla Ghisolfa s’inseguono i motori”, “ora che vado a cavallo in queste srade / di città”, “facci sentire / l’odore del denaro vero, milanese”, “mi vedete anche voi / dalle valli che odorano di polvere da sparo / anche voi da sopra i grattacieli”, “mi basta una canzone, al ritorno / a casa in tangenziale, o un attacco di Mozart”, “questo spurgo di Nord / mi sferzò in parte l’anima”), incomincia la presa di distanza critica a certe forme e modi della cultura contadina tradizionale, e anche il paese natio può apparire “come un elefante / quando giunge l’ora, si apparta al buio tra le fronde”, perché “non c’è salvezza dalla morte”. Persino l’immedesimazione panica nell’universo non è più totale come prima e si può lanciare un’invettiva anche a Dio: “Ma che cazzo, per Dio!”. E ciò va in parallelo con la critica  a certe trasformazioni di quella cultura, cioé al “cancro organizzato da ragni / troppo umani […] Ti basti un solo nome, mai pronunciatro: Duisburg, città d’un’Europa colpevolmente vergine / gemito di una seconda, definitiva morte”. E quando si torna al paese, “sono timidi i miei morti / […] fatico a  riconoscerli […] Anche mio nonno, chi lo capisce? / prima mi abbraccia, poi mi dà del Voi”.

Come si può vedere, la gamma dei temi trattati da Panetta è varia e ci restituisce una personalità completa e a tutto tondo. Oltre ai registri drammatici o decisamente tragici (non s’avvicina al grido sofocleo sulla mortalità della condizione umana questa invettiva?: “E’ la mia, credetemi, la peggiore disgrazia. / Legato a questa sedia a rotelle / ch’è la vita”) ci possono però essere registri più decisamente umoristico-giocosi, come in Mbicinati, caru, dove un’innamorata prefigura le più atroci torture al proprio amante, e poi – con una chiusa alla Cecco Angiolieri – conclude: “Ma poi ci rifletto sopra e stanca dico: / domani, sola e libera, che faccio?”.

Sotto l’aspetto fonologico, Panetta si avvale spesso di rime perfette, ma senza ricercatezze (si prenda, a esempio, questa sequenza in Ballata d’i cosi i nienti: metri/pethri; crapetta/jetta; galoppari/spamari). A nostro avviso sono più caratterizzanti le paronomàsie, sia nella prevalente forma delle assonanze (vocali uguali e consonanti diverse) che di qualche consonanza (vocali diverse e consonanti uguali). Del primo tipo si cita: santi/nnanzi; vidi/ciri (in ‘U hjiatu du Signuri).

Fonicamente, una bell’accoppiata verbale è: m’aghjiunca, mi strizza, mi suca (“M’avvinghia, mi succhia, mi strizza”, in Cerzi muzzati).

Va poi segnalato un ricorso al lessico “straniero”, come effetto della dissoluzione della cultura tradizionale: pub, sesterzu. E un impiego di termini “bassi”, in senso dantescamente petroso: sputazza, pisciazza, fissa, mmerda, cazzu.

   Infine va ricordato, sotto un aspetto storico-linguistico, che il dialetto di Panetta appartiene a quelli del gruppo “greco” della Calabria, secondo la ripartizione di Gerhard Rohlfs. Sicché la sua ricerca, affiancata a quella del suo vicino d’a Giejusa (Gioiosa Jonica) Enzo Agostino, testimonierà da ora in avanti la produzione poetica della Calabria jonica.

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