| Claudio Roncarati, La Fata
fatua e lo psichiatra
Co-Ediz. Alpes-CFR, 2011, pp 92 € 12,00
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I titoli delle poesie rimandano in
modo evidente alle intenzioni ludiche del poeta, il cui libro, giocato su
un tono di stravagante leggerezza, sembra volerci diversamente interrogare
sottoponendoci a una scommessa: si possono dire verità sgradevoli o
addirittura dolorose attraverso un linguaggio che si sottrae alla pensosa
serietà dei “poeti laureati”.? Si può usare la leggerezza di accento per
disinnescare i campi minati della poesia “seria”? E con quale risultato?
La scommessa, in questo senso, sembra vinta.
L’incipit delle due
prime poesie definisce in modo scanzonato e divertente le figure dello
psichiatra e del folle, togliendo ogni aura sacrale sia all’una che
all’altra. Stessa sorte tocca però al poeta, che ne parla. Anche lui non
può fare a meno di sottomettersi alla stessa perte d’auréole di
baudelairiana memoria.
Come in
Psichiatri:
Altri dispiegano
carte e mappe
tracciano rotte per
le loro flotte
che salperanno con i
venti in poppa,
verso nuove scoperte,
alla conquista!
Noi siamo quelli
dentro le scialuppe
incerte, zuppi,
navighiamo a vista.
Altri procedono con
schiene dritte
tra le certezze delle
scienze esatte.
Noi, invece, ci
incurvano i ricatti
di chi ci vuole
guardiani dei matti.
E in Schizofrenia
cronica:
Puntuale faccio
un’iniezione
al Centro di Salute
Mentale,
delle voci feroci
nella testa
resta qualche
allucinazione
mite che mi tiene
compagnia.
Toglietemi l’angoscia
e così sia.
Vivo solo in un
monolocale,
la follia vale una
pensione
di circa trecento
euro al mese,
sono vivo non ho
altre pretese.
Lucetta Frisa
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Articolo su la Voce di Romagna
Articolo sul blog
http://www.lucidamente.com/13086-poesia-tanto-per-gioco-di-parole/
Psicoanalisi e
Poesia
Nota di Claudio Roncarati
Il rapporto tra la parola in poesia e la
parola, in psicoanalisi, è un tema complesso, difficile, ma molto
interessante.
Scrive Gian Mario Lucini: “La psichiatria
(ed io aggiungo anche e soprattutto la psicoterapia) cerca un linguaggio
che guarisca, la poesia cerca il linguaggio che trasfigura, decostruisce e
ricostruisce il mondo”.
Nell’ambito della psicoterapia la
psicoanalisi grazie alla sua specifica attenzione al mondo interno del
paziente che si dispiega nella relazione terapeutica tramite le
vicissitudini del transfert e del contro-transfert, condivide con la
poesia la possibilità di operare una decostruzione e ricostruzione che è
affettiva prima ancora che cognitiva, capace di arrivare ad un nuovo
incontro tra realtà esterna e mondo interno (rappresentato da pulsioni,
affetti, fantasie, desideri, sogni, relazioni interiorizzate, conflitti e
quant’altro).
Per molti pazienti la guarigione non
richiede il ricorso a parole tecniche che rivelano significati e verità
nascoste in quanto inconsce, ma richiede invece il ricorso a parole in
grado di riattivare la possibilità di condurre un’esistenza più piena,
libera, creativa.
Molti pazienti non sono in grado di essere
creativi senza correre il rischio di delirare.
Molti non riescono ad immettere creatività
nel loro rapporto con il reale che risulta così opprimente e
devitalizzato.
Il rimando concettuale è, innanzitutto,
all’”area transizionale” descritta da Winnicot come l’area del gioco dove
soggettivo ed oggettivo si incontrano consentendo la creatività.
Scrive Winnicot che la creatività “è una
sorta di colorazione dell’intero atteggiamento verso la realtà esterna”.
“La creatività consiste nel mantenere, nel
corso della vita, qualcosa che appartiene all’esperienza infantile: la
capacità di creare il mondo”.
Un esempio clinico tra i tanti possibili
dell’importanza dell’area transizionale per riuscire ad immettere la
propria soggettività nel mondo, ricrearlo senza però perdere il rapporto
con la realtà condivisa, insomma senza delirare, lo fornisce una mia
paziente: L.
Il primo incontro con L è iniziato in modo
drammatico e ha comportato un ricovero obbligatorio in psichiatria.
Quando l’ho conosciuta L era in avanzato
stato di gravidanza, allontanatasi da casa vagava per la città. Delirava,
negava che il padre del bambino che portava in grembo avesse avuto
qualsiasi ruolo nel concepimento.
Quell’uomo l’aveva delusa, non poteva
essere lui il genitore di suo figlio.
L’aveva lasciato ed ora affermava che il
concepimento era il frutto della sua unione con una persona speciale
individuata in un cantautore famoso, ma a volte questa persona diveniva
una sorta di entità immateriale come lo Spirito Santo.
Ora L sta molto meglio, dipinge e scrive
poesie grazie all’arte riesce a separare e mettere in contatto il mondo
interno degli affetti e dei desideri con la realtà esterna e condivisa.
Nella sua vita c’è ancora la presenza
sempre più immaginaria e sempre meno delirante di un compagno ideale, a
volte ne avverte la presenza in passato ne sentiva anche la voce, riesce
sempre più a collocarla nel mondo della fantasia come avviene quando lo
descrive con struggenti parole d’amore in una poesia che conclude così:
“Tutti mi dicono che non esisti – tu esisti nel mio desiderio”.
Con la poesia L ha accesso all’area
transazionale, per dirla con Winnicot può dare la propria coloritura al
reale, mantenendo però un rapporto con esso.
All’opposto di chi come L delira ci sono
quei pazienti iper-oggettivi descritti da Winnicot come :”Falsi Sé” che
con il reale possono solo avere un rapporto imitativo, per cui la vita è
un susseguirsi di accadimenti senza risonanza interiore, vivono nella
oggettività e il loro raccontarsi è solo cronaca di fatti.
L’opera di Winnicot ha influenzato molti
autori a lui successivi, tra questi Russel Meares, che in “Intimità ed
alienazione” scrive:
“Durante il gioco simbolico il bambino prende le cose del mondo che non
sono le sue e le trasforma … la foglia in una barca, il bastone in un
uomo, la pietra in un mostro” “Nel gioco dunque gli oggetti alieni del
mondo vengono trasformati in cose che vengono avvertite come mie. Sono
permeate … di una specie di calore e di intimità”.
“Il gioco simbolico, il linguaggio
particolare e la forma del gioco del bambino sono espressioni di una
particolare forma di attività mentale che trasforma sia gli oggetti sia le
parole del mondo esterno nei pensieri e nelle parole del mondo interiore e
personale”.
E’partendo da queste constatazione che
Meares indica la necessità per il terapeuta di: “creare un’atmosfera di
connessione con un’altra persona che permetta al gioco simbolico di venire
alla luce e che è necessaria per la nascita di una vita interiore e per
giungere alla sensazione di essere vivi. E’questo, dunque il primo compito
di un terapeuta”.
Come poeta quando scrivo sperimento il
piacere di abitare l’area transizionale, il piacere del gioco simbolico
che mi consente di personalizzare il mio rapporto con il mondo immettendo
in esso la mia soggettività. E’una possibilità inusuale quella che dona la
poesia in questi tempi concreti dove efficacia, efficienza, “evidence
based” sono valori assoluti.
Quando un poeta nomina un oggetto, quell’oggetto
lo rappresenta, diviene importante e significativo acquista vitalità anche
se si tratta di una cosa morta, si pensi ad esempio agli “ossi di seppia”
di Montale.
Come terapeuta il rapporto tra la parola
della poesia e le parole della psicoanalisi non mi interessa come
possibilità per esplorare l’inconscio, bensì mi appassiona la possibilità
della psicoanalisi di usare parole poetiche che contribuiscono nell’ambito
di un rapporto speciale qual è il rapporto tra il terapeuta ed il suo
paziente, a far venire alla luce il gioco simbolico o ad aumentare
l’illuminazione quando il gioco simbolico rimane in penombra.
Cos’è che rende una parola poetica? Quali
parole può utilizzare lo psicoterapeuta per dare ai suoi interventi una
valenza poetica?
Non sono in grado di fornire una risposta
esaustiva e sistematizzata, ma come psicoterapeuta e poeta posso proporre
alcune annotazioni
La parola poetica è simbolica.
Il simbolo rimanda ad un’assenza.
Un piatto di spaghetti senza vongole
diventa un piatto di “spaghetti alle vongole scappate”, questa ricetta
campana è una produzione simbolica , è una operazione poetica, è “
presenza fatta d’assenza”( J. Lacan).
Psicoanalisi e poesia sono entrambe
impegnate nel darci la possibilità di esistere attorno al sentimento di
mancanza. Forse solo quando l’individuo è un neonato che succhia il latte
dal seno della madre amorevole tutti i suoi bisogni sono soddisfatti, in
seguito le soddisfazioni dei bisogni prima e dei desideri poi saranno
sempre parziali.
In particolare la psicoanalisi Kleiniana
ha teorizzato che la creatività nasce a partire da vissuti depressivi di
mancanza e dalla accettazione di questi.
In ambito Kleiniano, Chasseguet Smirgel ha
differenziato la trasformazione creativa,dalla operazione perversa che
tende ad evitare il dolore e l’accettazione del limite portando
falsificazioni estetizzanti della realtà.
La metafora
è una delle figure retoriche mediante le quali la poesia prende forma.
La metafora è largamente impiegata in
analisi, ricordo a tale proposito che per Stern è uno strumento
terapeutico di primaria importanza e la metafora terapeutica può divenire
una “ chiave” che consente di comprendere e cambiare la vita di un
paziente.
La metafora in psicoanalisi non può certo
essere “ermetica” e deve riproporre al paziente elementi che appartengono
a lui ed alla relazione paziente/analista, evitano una colonizzazione
della mente del primo componente della coppia analitica con parole che
esprimono solo la creatività del secondo.
Un paziente riferisce al suo analista
vissuti depressivi rispetto ai quali gli sembra che l‘analisi possa fare
ben poco, l’analista gli dice: “ restiamo al freddo… insieme”.Il paziente
si sente si sente scaldato dal freddo calore di questa frase metaforica
che esprime la disponibilità del terapeuta a condividere i sentimenti
depressivi e la sua capacità di tollerarli
Freddo calore e “ presenza fatta
d’assenza” sono ossimori. L’ossimoro è una figura retorica che
accostando termini opposti consente di dare forma con potenza espressiva e
con immediatezza a sentimenti contrastanti .
Penso a G. un paziente pesantemente
taciturno che mi espone ad un silenzio assordante.
La parola poetica stabilisce
accostamenti, collegamenti,
correlazioni tra pensiero, affettività, sensorialità ,tra diverse
percezioni e rappresentazioni del reale, tra affetti contrastanti…
Antonello Correale descrivendo quei
pazienti che non riescono ad inscrivere affetti caotici e travolgenti in
una griglia linguistica, a causa di traumi subiti durante la loro
crescita, afferma:
“A me sembra che per affrontare il tema del trauma e delle
esperienze traumatiche ripetitive noi ci dobbiamo dotare di un
linguaggio che sia sufficientemente poetico. Intendo per
poetico un linguaggio che sia molto impregnato di sensorialità, ma una
sensorialità che ha delle valenze narrative, delle valenze comunicative,
per cui all’interno delle immagini sensoriali ci sia come una apertura
verso una scena più ampia che è prevalentemente la scena che la persona
cerca di raccontare”.
Concludo queste brevi
annotazioni ricordando due ultime figure retoriche:
La similitudine, ossia
il creare associazioni di idee mediante l’uso del come
“Si sta
come
d’autunno
sugli alberi
le foglie. “ ( Giuseppe
Ungaretti)
La funzione poetica della parola in analisi
credo sia spesso veicolata dalla capacità di proporre similitudini in
grado di risuonare nel paziente.
La sinestesia
che consiste nell’accostamento di termini che appartengono a sfere
sensoriali diverse.
“ Io venni in loco d’ogni luce muto”( Dante
Alighieri)
Mi ha sempre colpito come questa sinestesia
riesca con grande potenza espressiva a descrivere l’inferno della malattia
mentale.
Queste righe sono uno dei tanti piccoli
contributi scritti con l’intento di aiutare chi vi entra ad uscirne per (ri)veder
le stelle.
Nota di Stefano
Donno, su:
http://stefanodonno.blogspot.com/2011/03/la-fata-fatua-e-lo-psichiatra-di.html
Non farà senza dubbio male all'autore di “La fata fatua e lo psichiatra”
, premio Fortini 2010, riconoscere che i versi della sua raccolta
s'incontrano con l'umore poetico d'un maestro d'oggi della poesia
giocosa, il nostro Giancarlo Tramutoli; che Roncarati conosca o meno,
giustamente, e non c'interessa proprio in assoluto, la poesia del
potentino Tramutoli, in pratica e per inciso. La differenza sostanziale
fra i due autori, però, risiede, si dice di solito, in alcune
specificità che troviamo in più di certi versi del primo e in meno,
dunque, in quelli del secondo. E viceversa. Insomma Claudio Roncarati è
uno psicologo e psicoterapeuta, quindi è pronto a 'servirsi'
affettivamente delle proprietà non sempre compromettenti del suo lavoro.
Allora, diremo, aspirando gli sguardi e gli ascolti, per impersonare una
voce che di volta in volta, la maggior parte persino delle volte, (si)
ricongiunge ai problemi e alle vite di persone realmente - ci pare
facilmente di comprendere - analizzate. O almeno incontrate. Questa
raccolta prosegue, veramente, un discorso poetico, e lo si scopre da
tanti passaggi di versificazione che si dimette dalla banalità,
inventando cinque sezioni “speciali”: Psichiatria poetica, Poesia
applicata, Rimando in Romagna, Citazioni, Carpe diem,
Marcondirodirondello. In queste aree, dopo aver riconsiderato il
passato, Claudio Roncarati riesce meravigliosamente a cogliere in
accento di leggerezza e in forza di musicalità sempre composta dal
ludismo di fondo, questioni che, provando in genere a divenire altro da
sé, vanno dalla difficoltà delle relazioni e dei posizionamenti che si
devono riuscire a raggiungere e/o a mantenere nella società odierna alle
malattie di questo stesso impressionante contenitore. Vedi, insomma,
depressione e schizofrenia, per fare un piccolo esempio ma concreto. E
grazie al settore di riferimento, diremmo se fossimo nel campo della
logica pura, il poeta tocca un primo vertice. Per dare un segnale di
flessione, va detto, in mezzo al passaggio sentimentale del volume, dove
si deve attendere alcuni minuti e qualche imperfezione comunque in un
certo senso accattivante, prima di tornare a un nuovo vertice. Tipo
(“Porto Garibaldi”): “Nuotarono per miglia / da Porto Garibaldi / per
rifar l'Italia, / mille pesci rossi / diretti in Sicilia. / Baldi ma non
scaltri / pesci d'acque dolci / perirono. Commossi / Li piangiam
noialtri / che per la battaglia / non ci siam mai mossi”.
Recensione di
Alessandro Ramberti
"Per dirla con la
fenomenologia l'essere nel mondo della poesia appare così in crisi che
(…) non può non suscitare l'interesse degli psichiatri (all'origine si
era alienisti).” (p. III)
“Sono uno psichiatra psicoterapeuta, poeta non residente, abito la
poesia come la casa per le vacanze, così mi aggiro
in bermuda e sandali fra eleganti poeti residenti.” (p. IV)
Già da queste poche parole tratte dalla Nota dell'autore, il quid
che informa questa raccolta poetica si delinea con una certa chiarezza:
Roncarati cerca di rivitalizzare una poesia alienata in quanto
alienista, con uno stile giocoso, ironico, finanche sarcastico,
senz'altro pirronisitco e forse nostalgico di una trascendenza che non
si riesce ad attingere perché considerata come una proiezione di
desideri, di limiti, di angosce in fondo affatto umani. Il tono è a
tratti scanzonato e satireggiante, il ritmo, le allitterazioni e le rime
vanno come a sondare il nucleo dell'infanzia che in nuce contiene
il "programma" della nostra personalità.
Come osserva nella prefazione Lucetta Frisa: “L'occhio 'clinico' di
Roncarati è acuto, quasi spietato (…). Con versi brevi, la musicalità
sbeffeggiante delle rime, un tono cantilenante e canzonatorio, 'fa
passare' un'amara, atroce verità…” (p. VIII)
Il mio gusto personale non sempre si è sintonizzato con in versi più
giocati sul sarcasmo, sui doppi sensi o sulla battuta salace (quasi
sempre però con un retrogusto che porta il lettore a pensare “oltre”) o
con quelli più descrittivi. Ho trovato invece più consonanti con le mie
corde le molte parti in cui c'è una tensione fra lirismo ed etica, fra
visione del mondo e attività professionale, fra empatia e razionalità,
tensione che le rende memorabili e memorizzabili (come un tempo si
richiedeva a scuola), incisive e ben assestate. Alcuni sporadici e
frammentari esempi (notare come la “chiave” offerta dal titolo della
poesia sia essenziale per assaporarne la ricchezza aforismatica):
“Noi siamo quelli dentro le scialuppe / incerte, zuppi, navighiamo a
vista” (Psichiatri, p. 1); “Provaci tu ad esistere nel vuoto /
strizzacervelli che vuoi darmi un voto” (Disturbo dell'umore, p.
5); “Dimagrisco sì ma con orgoglio / la fame mia d'amore imbroglio. /
(…) / vuol dire che non faccio lo sbaglio / di abboccare al cibo, esca /
sulla punta della parola amo” (L'anoressico, p. 8); “Sarà la
guazza, l'anima tracima” (Iperidrosi, p. 15); “la mia mente non
ce la fa a pensare / va nel corpo l'eccesso di emozione” (Somatizzazione
dello stress, p. 17); “Metto su un disco del vecchio Bobby / Solo
come me, scende la nebbia” (Depressione senile, p. 21); “Io mosca
bianca, il mondo è un ragno” (Sincerità patologica, p. 25); “La
rabbia è un cane vuole carne / morde la mano che gli porta il pane” (La
rabbia, p. 32); “Foste vati, aedi, ora siete scarti / abbassate
l'audience, superflui all'arte” (Scrivere poesie è un disturbo
dell'adattamento?, p. 34). Queste citazioni appartengono alla Parte
prima – Psichiatria poetica.
Segue la Parte seconda – Poesia applicata: “Discendiamo da scimmie
litigiose / non da bisce che se ne stanno assorte” (Psicologia
sociale, p. 37); “Oggi il nipote gli ha baciato, / piccole labbra
morbide di bimbo, / la sua faccia di anziano ammalato. / è traccia del
contatto una briciola / di biscotto in fronte fra le rughe, / sembra un
Tilak: il terzo occhio indiano. / Lo vuole conservare come un baro / che
tiene l'asso di cuori in camicia / non mi pulire – dice all'infermiera”
(Geriatria, p. 38).
La Parte terza – Rimando in Romagna (dove il gerundio è voce del verbo
rimare ma credo anche sostantivo) fa il verso a poeti, tic e luoghi
comuni romagnoli (e non solo): “Dov'è la Vittoria? / S'è tinta la chioma
/ è escort a Roma / e costa un bel po'.” (Addio al Po, p. 51);
“Turista solo a fine stagione / il tuo è l'ultimo ombrellone / rimasto
sulla spiaggia, protegge / dalla pioggia, certo non dal Sole” (L'ultimo
comunista al mare, p. 52); “Una stele a Premilcuore / ci ricorda che
in quel loco / s'è fatta panna una fata / per farsi montare dal cuoco” (L'Amore,
p. 53).
Seguono la Parte quarta – Citazioni: “Dici è saggio appendere ai rami /
per sempre la cetra, chiedi 'chi ama / oggi le rime di un vecchio
poeta?' / Una fata fatua, uno psichiatra” (Appendere la cetra, p.
63); La Parte quinta – Carpe Diem: “Surfisti dell'Adriatico / la sorte
vi dà l'onde corte, / fate un surf metaforico” (“Quant'è bella
giovinezza…”, p. 67); e infine la Parte sesta – Marcondirondello: “I
colli ermi sono cari al Leopardi / non a chi ha male ai calli su
sentieri impervi. / Dracula invece i colli tiene fermi / ai paggi
imberbi, poi li morde ingordo” (Reading, p. 79).
Un libro dunque da gustare, fa ridere, titilla l'intelligenza, si
insinua empaticamente e simpaticamente nei difetti dei poeti, dei
“malati”, dei "sapienti”, un libro carico di autoironia e con un fondo
amaro che gioca eppure snuda all'uomo la sua condizione, ponendogli
implicitamente la scommessa di Pascal (lasciandogli ovviamente tutto il
peso della scelta se accettarla o meno). Si consideri al proposito una
delle ultime poesie (p. 81) che riproduco integralmente:
Il mistico e il ranocchio
In un eremo dell'Appennino
vive un mistico anacoreta
sparge ad un crocchio di pellegrini
la lieta novella del Dio uno e trino.
Passa una stella, una cometa.
Guarda dal basso un laico ranocchio
solo, nel fosso, perplesso saltella
fare un girino è la sua meta.
Ovviamente la parola “girino”, come spesso accade in questo libro, è
polisemica. Ma quello che ci interessa è il dettato disincantato e
scettico, giocoso eppure venato di tragico umorismo, che caratterizza la
poesia di Roncarati. Nonostante Bergman sia sostanzialmente più tragico,
non ci pare del tutto inconveniente accostare questa poesia e altri
brani di questa raccolta alla confessione di Antonius Block nel
Settimo sigillo:
http://www.youtube.com/watch?v=QIjfLs3B-l4
In fondo tutti giochiamo a scacchi con la morte (e i poeti e i medici
con una più acuta consapevolezza della partita… credo sia questa, in
estrema sintesi, l'atroce verità evocata da Lucetta Frisa.
Leggere queste pagine non può che farci crescere perché la poesia non
offre una salvezza tout court, ma ci indica un percorso in cui il valore
della nostra libertà viene messo assolutamente in gioco.
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