| AA.VV. Retrobottega
- I poeti di Poiein 2010
Edizioni CFR - 2011, pp.152 - € 15
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complessive)

Claudia Ambrosini è una sinologa e
cerca, nelle sue poesie, di mettere insieme l’autentica e se vogliamo
antica anima lirica lombarda, con le suggestioni dell’antica cultura
cinese. Barbaro è uno studente universitario molto schivo e riservato, che
esordisce in questa antologia con versi semplici e profondi. Nunzia
Binetti, leccese, affronta tematiche
della sensibilità femminile e del rapporto con il maschile (nel modo di
vedere e sentire anche il mondo e la storia). Vanjo Garbujo è un sacerdote
e abita a Musile del Piave (VE); la sua intensa meditazione religiosa
sembra prendere spunto e voler seguire lo spirito dialogico della poesia
turoldiana. Nunzio Festa con i suoi ritmi anarcoidi in realtà cerca quell’anima
popolare del Sud di straordinaria sapienza e di scarsa permeabilità alle
chiacchiere del progresso. Lisciani Petrini è invece un poeta attento a
ritmi e sonorità inedite, attento alla cultura letteraria classica, alla
ricerca linguistica. Alberto Mondi si interroga sul rapporto fra la nostra
cultura e quelle orientali, che egli frequenta nei suoi viaggi di lavoro,
con l’occhio dell’osservatore attento e un sentimento elegiaco ma anche
disincantato. Virginia Murru recupera una poetica della libertà in senso
forte, anche come donna, e pur nella mitezza e nella riservatezza del suo
carattere esprime con passione l’avversione alle sovrastrutture del nostro
stile di vita al registro falso e spersonalizzante dei rapporti umani.
Fabio Rocci invece è un poeta attento all’ordine dei simboli e sente con
molta forza il problema della verità nella poesia. Infine Anna Ruotolo,
con la sua lirica solare, in questa silloge esprime l’idea di positività e
di fiducia, senza però mai distaccarsi dalla realtà, dall’identità, dalla
terra.
Voci quindi molto diverse, per stile,
per tematiche. Vi sono autori che hanno alle spalle una o più
pubblicazioni, a cominciare da Festa (che ne ha parecchie, poco conosciuto
forse perché questa è la sorte di molti poeti “decentrati” dai grandi
centri culturali), e a seguire Lisciani Petrini, Garbujo, la stessa
Ruotolo (benché giovanissima). Altri hanno forse pubblicato qualche lirica
su riviste, o nulla del tutto.
G. Lucini
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Nota di Davide
Castiglione
Retrobottega 2010 – 10 sillogi inedite
A
cura di Vincenzo Lisciani Petrini e Gianmario Lucini
Edizioni CFR – Poiein, Sondrio
pp.
152
«Non è nostra intenzione proporre l’ennesima
antologia di poeti emergenti, ma piuttosto quella di proporre poeti poco
conosciuti, che neppure cercano di “emergere” da qualcosa, ma che cercano
nella poesia il loro linguaggio e ad essa affidano una loro verità»
Consapevoli della bulimia editoriale in ambito poetico e della componente
di parzialità insita in ogni operazione antologica, i due curatori si sono
serviti di parole chiare e concise per presentare questo progetto: nessun
criterio a maglie strette, vuoi tematiche, stilistiche o anagrafiche, ma
piuttosto la condivisione di uno “spirito” comune, il vivere intensamente
la propria scrittura.
L’intento non è rappresentare tendenze o fornire panorami, ma più
onestamente offrire ai lettori, di anno in anno, quanto di meglio e poco
noto si è incontrato nella propria attività editoriale e di “talent
scouting” (coi premi per inediti “Turoldo” e “Fortini” per esempio).
Ciascuno dei dieci poeti è ospitato con una silloge (in media 15-20
poesie) e una introduzione critica, un po’ come avviene per i Quaderni
Italiani curati da Franco Buffoni: a differenza di molte opere
compilative e un po’ affastellate, è possibile farsi un’idea più unitaria
dei singoli autori.
Apre l’antologia Claudia Ambrosini, che – come nota Alfredo Panetta – fa
uso di un linguaggio essenziale, antinarrativo, forse influenzato dalla
cultura cinese di cui è esperta cultrice: «Decisi un agosto / lo
sguardo di madre // Ma libri e tempeste / hanno i propri tempi / come il
bimbo sano / che mette i denti». I versi sono perlopiù brevi, scanditi
dall’assenza di enjambements e resi ancora più leggeri da rime e assonanze
non invasive, con immagini in primo piano e stilizzate: campi, papaveri,
gigli, altri alberi ed elementi naturali che tendono a un’agognata
leggerezza (che dà anche titolo a una poesia) ma pure rischiano, a volte,
un lirismo risaputo.
Nei
versi del giovanissimo Francesco Barbaro (classe 1990) c’è l’urgenza e
l’ambizione di parlare della nostra condizione, sia pure con un tono
talora solenne e profetico («non ti spaventare dei Frammenti / sono
soltanto frammenti, / un tempo erano l’Uomo») che potrà smussarsi e
affinarsi con gli anni: più che nel poemetto Jihad, da cui sono
tratti i versi citati, il meglio va cercato in «Alice e i tesserati»,
dall’incipit diretto ed efficace («Facciamo iniziare il racconto
/ dai gessetti bianchi della bambina»), o in «Rottami», con la
compresenza di piani lunghi e primi piani («Scendi / danzando sulle
foreste di antenne un walzer di cemento / vieni / per vedere gli sfasci
con occhi intensi, / le dita inquiete insinuatesi fra il filo / spinato e
le ombre fasulle»).
Lirica, ma sofferta e affondata nel presente, è la poesia di Nunzia
Binetti: la sua silloge In ampia solitudine è percorsa da tremori,
slanci, ripiegamenti, definitive constatazioni. Ogni testo è un organismo
in sé compiuto, e organiche – benché spesso in disfacimento – sono le
immagini che vi ricorrono: «una secca di rami», «un frutto
disfatto», un «giunco nel canneto»: correlativi oggettivi della
poetessa, che riassumono una condizione di dolore ed estraneità che non si
fa mai pietosa, ma viene invece accettata con stoicismo, rivendicando,
semmai, la propria irriducibile peculiarità. E peculiare è anche lo stile,
con versi di raffinata fattura, spesso spezzati da drammatici enjambements,
solcati da sinestesie ardite, termini scientifici e aperture al
colloquiale, come in «Ultima ipotesi»: «Non voglio quel lampione di
vetri opachi / a darmi luce / se ho già di te pallidi ricordi illuni, per
lanterne. / Acufèni eccelsi / inganni / di quattro schizzi di gioia
prestati al cuore».
Vanjo Garbujo scrive testi di carattere religioso (è stato ordinato prete
nel 2005) dove la forte tensione verso Dio si esplica nei frequenti
vocativi. Tuttavia mi sembra il più fragile tra gli autori dell’antologia,
per l’affollarsi di prosopopee, le immagini non filtrate ma assunte
passivamente, a volte di evidente acerbità («Gli occhi miei si
insidiano / nella notte / fra nuvole di vite / e stelle di parole»).
Meglio quando fa emergere una sensibilità attenta alle cose minute, che
ricorda un po’ gli haiku o i tanka giapponesi: «Ancora galleggiano /
sulla soglia dell’acqua // foglie dorate e rami d’ambra // in attesa che
il sole / le possa incontrare».
Anche curatore del volume, il giovane Vincenzo Lisciani Petrini ha buone
capacità espressive, poste al servizio di soluzioni formali varie: ci sono
poesie divise in strofe e dal verso breve, poesie narrative dal verso
lungo, a volte franto da spazi bianchi leggibili a mo’ di spartiti (la
musica fa parte della formazione dell’autore). In queste ultime trovo un
gusto quasi barocco di accumulo metaforico e aggettivale, di chiasmi, una
raffinatezza che offre passaggi densi ed efficaci («A metrature, a
cardi e decumani / si compongono nuove linee / e ci si adatta a tutto,
purché si dimentichi / il colore della polvere») ma anche una voce
poco empatica, giudicante, come sul palco; il rischio di enfasi letteraria
è in agguato anche nelle poesie più intimistiche, come «Domine», «Madre» o
«Giovinezza».
La
bella introduzione alla silloge di Nunzio Festa ne sottolinea,
opportunamente, il carattere civile e sociale. Partendo dalla
constatazione della propria marginalità geografica (la Basilicata), Nunzio
affronta temi di portata più ampia: il provincialismo, la corruzione, il
futuro incerto. Un’amara ironia innerva queste poesie, divise in strofette,
senza interpunzione e con un ritmo serrato, dato da vivaci catene di rime
e versi di lunghezza varia. Ne segue che le raffigurazioni sono
destrutturate in una centrifuga di sostantivi, tenuti insieme da una sorta
di “affabulazione scorciata”: «bianco andare verso / il principio
d’ogni cosa / l’ospedale // la regione / di palazzi con uffici stanchi»
e, poco oltre, «battendo il televisore / con l’ombrello e il
berretto / il filo diretto / certo tra gli anni giovani / e questo giorno».
Come Claudia Ambrosini, anche Alberto Mondi ha a lungo viaggiato e vissuto
in Asia, e Asia è il titolo della sua silloge: tuttavia, in Alberto
prevale la cronaca del proprio incontro/scontro con una civiltà diversa.
Lo stile è semplice, onesto, con strofe spesso rimate, ma una
consapevolezza ancora parziale dei propri mezzi espressivi. Numerose le
occasioni descrittive, che in genere andrebbero maggiormente
personalizzate, come riesce a fare in questo passaggio: «un’anziana
seduta da secoli tra le sue verdure / conta banconote / che da quando è
aumentato il cemento / diminuiscono come gli anni che le restano».
Leggendo i testi di Virginia Murru, «il lettore ha la sensazione di un
dolore che non vuole farsi consolare, di una ferita che non cessa di
sanguinare» (dall’introduzione alla silloge). E l’impressione infatti
è quella di un’esistenza-resistenza eroica e solitaria, con un senso
astorico del tragico e della grandezza che – se anche rischia talvolta
accumuli metaforici ed eccessi d’enfasi – porta a una visceralità altera,
poco praticata oggi, ma di intensa efficacia: «Io non esco da questa
catalessi / non muovo un passo - / ascolto questo andirivieni di stelle /
e il pensiero diventa sempre più piccolo / basso in sottosuolo - radente
il nulla». È come se l’isolamento orgoglioso, la bellezza selvaggia e
inospitale della sua Sardegna si fossero incastonati nei suoi versi, da
rileggere più volte.
Senso della misura e volontà comunicativa sono due buoni punti di partenza
della silloge Segni del giovane Fabio Rocci. La sua sensibilità
spinge all’immagine forte, tagliente, quasi un correlativo oggettivo o un
segno, appunto: come le proprie ferite scoperte «così nascoste / così
fresche», la padella graffiata, la muffa e le macchie, i vetri
sporchi, le lesioni al fegato, la pellicola bruciata, le formiche che «lacerano
la carne» e sono «ricacciate e soffocate nell’esofago». Non ci
sono punte memorabili e poche sono le cadute evidenti, eppure lo sguardo
poetico è genuino e partecipato: «La immagino sola nella sua stanza /
spogliarsi delle sue bende griffate / che la tenevano in vita. // Ora si
sgretola, / il sorriso si perde / l’anello rotola via».
Infine Anna Ruotolo, classe ’85, autrice che ha già ottenuto importanti
riconoscimenti e pubblicato su riviste prestigiose (tra cui il mensile
«Poesia»), per poi esordire con una propria raccolta nel 2009. La sua
silloge, Maldamerica, si presenta come il resoconto di un
viaggio, della sperimentazione dell’alterità ma alla ricerca di complicità
e complementarità, più che di scontro; una sorta di diario lirico,
sapientemente in bilico tra esperienza diretta e sua mitizzazione, con il
frequente uso del “noi” corale e dell’imperfetto. Il tono colloquiale, la
naturalezza della voce, la personificazione dell’inanimato come uso
accorto della metafora, ne fanno una poetessa già matura, ai cui versi
affido volentieri anche la conclusione di questo scritto: «Ma tu devi
sapere che il porto ci aspettava paziente / scendeva dal buio / esercitava
una calma come certe calme divine / o il ritardo previsto dai cumuli di
rocce e dalle stelle».
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