Arnold de Vos

 

Arnold de Vos

O terra, dammi ali

 75 poesie pp.96 - € 12         

 

 

Nessun discorso accademico, nessuna premessa di tendenza o conclusioni di mercato. C’è una verità immediata ed irrinunciabile da dire: la poesia di Arnold de Vos ha una singolare capacità di farsi carne. Carne nel talento della sintesi che si amalgama all’altro talento, oggi più difficile da trovare, quello dell’ispirazione forte, incessante, urgente, imprescindibile, come se la poesia levasse dall’anima e dal corpo di chi scrive la coriacea essenza di un tempo molto lontano, una sorta di costola di Adamo.

Ma c’è ancora un ulteriore talento da considerare in Arnold, quello di andare al sodo senza alcuna sorta di infingimenti. Tutt’al più “brandendo” le parole e offrendo di esse un significato “plurimo”. Plurimo sta per adatto a chi ha scritto ed a chi legge, adatto anche alle connessioni più profonde dell’essere in amore che possono, più o meno, riguardare noi stessi.

Quando nel suo racconto poetico de Vos usa la metafora, fa intendere che non è un gioco di maschere, ma il caleidoscopio del significante, tanto da consentire all’esplicito, talvolta inequivocabile e dirompente, una consonanza personale espressa senza timore.

È anche questo coraggio che piace al lettore il quale può “simbolicamente” gettare un ponte fra se stesso (colui che legge) e l’io narrante (colui che scrive) per provare sensazioni del tutto alternative, fino ad allargare a macchia d’olio l’idea (quasi sempre consentita in poesia) di una società più evoluta nella tolleranza, a differenza di quella oggi discriminante. E dallo scherzo, o dal gioco, oppure dall’intenzione più seria dell’autore, ne esce una nuova prospettiva personale, sentimentale, carismatica e sociale, perfino nei momenti in cui le considerazioni sul proprio essere si fanno velate ed amare. Ma c’è sempre, alla fine, un sottile, talvolta appena percepito filo d’ironia che, come in una ludica magia di speranza, mette a posto la gran parte delle equazioni sospese.

                                                                        Ludovica Cantarutti

 

Nota di Nunzio Festa, in KULT

http://www.kultvirtualpress.com/articoli.asp?data=827

 

Giuro, è faccio un mea culpa – se questo (non) risentisse di religione - , che non conoscevo prima di “O terra, dammi ali” il poeta trentino, di madrelingua olandese ma che ha vissuto a Roma, Tunisi, Valsugana ecc., Arnold De Vos. Poeta che, mi pare ora di capire, s'è dedicato interamente alla composizione dei versi. Fermando, insomma, il suo lavoro d'archeologo. E già questo, a mio avviso, è un buon motivo per conoscere o saperne molto di più di De Vos. S'è parlato, (Lucini, curatore anche d'una monografia di Arnold De Vos, Puntacapo), di “un vago richiamo a François Villon”, per la poesia di questa straordinaria penna “migrante” e “nomade”. L'italiano, già definito “superbo” di De Vos raggiunge il culmine della vita, ovvero s'interessa della corporeità e della terra, o persino delle terre, e sente per risentirne a pieno, delle vivacità dell'amore, del sesso universale; ma non ci piace, in questa sede, rifarci alla tematica omoerotica, seppur questa condisca, anzi mescoli le gioie e le pene del discorso del poeta. I versi di Arnold De Vos, liberi e molto più che spregiudicati, ricorrono la sfera del piano armonico e disomogeneo della fugacità del tempo. Quando questo, perfino, c'intacca. Per equilibrarci, o, in sostanza, affaticarci a forza di spostamenti. Le poesie di questa nuova silloge, che riprende tra l'altro il flusso di creazioni antiche e date, sorge al fine di smascherare il vissuto. Renderlo, finalmente, riflessione interiore e organizzazione, passiamoci il termine. La musicalità antilirica di De Vos spinge ad affrontare temi che, grazie al rafforzamento dal linguaggio puro, permessi nell'essere inconcepibili, accantona le promiscuità d'una dramma spesso accentuato e dunque falso d'altri poeti e poetesse, di ieri come d'oggi. Con la scoperta di De Vos, che è simile al raggiungere il compimento d'una novità, fitta d'esperienza, che avevamo sotto gli occhi e non vedevamo, ci pare d'aver trovato un nuovo autore da studiare, meglio amare. Con la certezza che siamo davanti a poesie crude.  

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