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Francesco Aprile
Cinque poesie

Questo è per le lune a metà
Che ti solcano il viso
Per gli accorti disarmi
Per l’ennesima visione che
Raccolgo dal tuo corpo
Che simula stupore
Ammiccando all’esule vista.
Fallivo sempre le albe e i tramonti.
Sbagliavo a mescolare,
non riuscivo a dosare i colori.
Dio, quanto rimuginavo sui miei errori.
Dio, quanto li mescolavo senza trovare
Il dosaggio e mi rigiravo anch’io
Nei miei errori, mescolando la mia forma
Alla loro nel disarmo di ogni tenuità.
E ti cercavo volgendo gli occhi al cielo,
ma erano sguardi gettati via.
L’adolescenza era finita da un po’
E le giornate non avevano più il candore della libertà.
La nascita di ogni nuova cosa
Segna la fine di com’eravamo.
L’impulso mi insegna che
Ogni fine si ripete due volte.
Non ho più parola.
Nell’esperienza letteraria
Dei sogni di carta
C’è il farfugliare ironico
Dell’aria nei giorni di magra,
di quelle vite, le nostre,
troppo perse a rodersi al tempo
in quel limbo che ammorba i nostri occhi
sui raggi senza vita di un sole
a cui è noto
solo il tramonto.
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Francesco Aprile
La New Page di Saverio Dòdaro
Cento Autori per Cento Parole per Cento Anni

Domenica 21 marzo, a Lecce,
Francesco Saverio Dòdaro ha esposto il nuovo manifesto del movimento
New Page - Narrativa in store, "Per i prossimi cento anni, cento
Autori, narrativa di cento parole". Sempre domenica, a Lecce, tre
autori - Elisabetta Liguori, Teresa Lutri, Francesco
Aprile - che hanno aderito al movimento New Page hanno portato per le
vie di Lecce, e le vetrine dei negozi - nuovo termine ultimo della
comunicazione - le loro opere, romanzi in cento parole.
[Vedi
manifesto e
squillo]
New Page è l'adesione ad un nuovo modo di intendere la scrittura. Uno
sguardo all'ORA della Comunicazione ed ai modi della sua
Fruizione. Un nuovo modo di approcciarsi a tutta una serie di
Sovrastrutture (che non intenderemo nell'accezione marxista del
termine) intese come Mondo e Concetto di esso che ci circonda, nel modello
proposto dall'austriaco Ludwig Wittgenstein - ovvero il mondo come
totalità di tutto ciò che accade, fatti, ed il linguaggio come
rappresentazione di questi, cioè, del mondo - attraverso una visione di
tutto questo come di un mondo che è artificio, concetto creato dall'uomo e
mutuato dal linguaggio, in un'espressione vera o non vera del mondo
stesso, quasi al ritmo di un misticismo Zen insito nell'opera del
viennese. Partendo da ciò, potremmo iniziare a parlare di New Page come di
un movimento che legge e ri-legge, attualizza e ri-attualizza,
contestualizza e ri-contestualizza l'ora, la sua percezione,
generando un nuovo modo di intendere luoghi e tempi della scrittura, una
dimensione spazio/tempo in accordo coi momenti, la velocità, il
mcluhaniano concetto di ritmo - l'impatto che un media ha sulla
società è dato dal cambio di ritmo che riesce ad apportare, generando,
così, il concetto stesso di medium come messaggio e gettando lo sguardo ad
un futuro in cui il mezzo avrebbe abbattuto il linguaggio stesso - tutto
ciò letto smembrato metabolizzato, riutilizzato nel concetto/contesto di
un mezzo, la New Page, che conferisce un nuovo apparato sintattico al
testo, in accordo con la nuova lettura della società - o meglio, del testo
e dei suoi tempi di lettura in rapporto alla società postmoderna,
frenetica e frammentaria - e che si fa trasposizione su carta del respiro
dell'autore stesso. Il soffio dell'Arte che si fa per l'Arte. Perché è lo
stesso Dòdaro ad affermare che bisogna "Ritornare ad essere dei
cantastorie. Il cantastorie del terzo millennio non è nelle piazze, ma
nelle vetrine". Appunto, una nuova lettura dello spazio fruitivo della
creazione artistica, in questo caso letteraria, la narrativa in store
rilegge, manifestandosi come finestra aperta sullo scorrere del tempo, il
nostro tempo mutuato da frammenti che sono sguardi, repentini, mai pronti
ad una dimensione "conoscitiva/osservazionale" adatta ad uno sguardo come
profondità in rapporto al tempo/spazio dell'Ora.
Francesco Saverio Dòdaro, la New
Page, il romanzo in cento parole.
Conoscere la
comunicazione. Ora. Il ritorno ad un batter di mani che è volto al tempo
che fu. Pagine che sono come oralità. Soprattutto - rifondare/ricontestualizzare
i luoghi della scrittura. La pagina è ovunque - è la nuova pagina di
Francesco Saverio Dòdaro. Da Gutenberg a Dòdaro. Nel mezzo. Evoluzioni,
rivoluzioni, involuzioni, periodi stagnanti. Il processo, a volte,
ristagna. New Page è un nuovo manifesto letterario.
Uno scrivere che assimila la lezione di Joyce ed Henry James, sulle nuove
frontiere del romanzo, dei fermenti degli anni '70 - che pone il suo
sguardo nell'ora, diagnosticando una nuova immagine dialettica che, non
può fare a meno della lezione passata, che non è proiettata nel futuro,
bensì, è un ritaglio di tempo nell'ora. Uno sguardo all'oggi come il
flâneur che vaga straniato nella città divenuta ormai metropoli, un testo
come dato aleatorio da manipolare nella frenesia di un vagare. Di vetrina
in vetrina. Di strada in strada. Che è la strada il nesso dell'ora. Il suo
scorrersi da sé. Come un avvolgere un nastro. La dimensione che è propria
dell'ora è quella di un prodotto che possa esser fruibile e d'impatto
nella frenesia degli sguardi che corrono alla ricerca del capo
d'occasione, così, New Page, assume la sottodenominazione di "Narrativa in
Store". L'accessibilità al prodotto letterario che non può stagnare nel
lento fluire della pagina scritta. Di libro in libro. In poi. Fino agli
sms. La necessità di un romanzo in 100 parole, come connessioni logiche e
istintuali che attaccano, fra spazi e spazi - letterari/intertestuali e
nuove dimensioni espositive della pagina scritta - che si "srotola" come
ventata di freschezza, sguardo attento all'evoluzione della società. Il
passo della letteratura ed il suo continuo divenire. Un ritorno all'Azione
Comune della ComunicAzione che sfonda i varchi e gli stili
preconfezionati, per farsi parola Comune, attraverso un effetto del
Sociale che riporta, con la ricontestualizzazione dei luoghi, il testo ad
un varcare il salotto d'elite. Tuffandosi nella quotidianità. Ecco che New
Page - dicevo - diventa un nuovo manifesto letterario.
Scrive Dòdaro che New Page è una «contestualizzazione della pagina
letteraria gutenberghiana. Un tracciato capace di intercettare il know-how
della comunicazione, i grovigli della fruizione e le dinamiche areali:
narrativa del terzo millennio. Le centopagine - le jamesiane short story -
la new wave degli anni settanta non possono più interpretare l'ora.
Bisogna tradurre adeguatamente il contesto.»
Dalle pagine rivoluzionarie - come nuovi modelli letterari - negli anni
'90 assieme ad Antonio Verri, alla "New Page", che potremmo definire
narrativa dei luoghi o pagina dei luoghi. Saverio Dòdaro continua il suo
percorso d'innovazione della letteratura.
Il romanzo in 100 parole è un ritmo generativo. Nasce da un battito
intestino e preme - cuore e cervella - per venire fuori. Ha il sapore del
tempo come spazio pubblico di creazione. Un nuovo modo d'intendere la
punteggiatura ed il divenire del testo nel passaggio che compie dal corpo
alla pagina. Parole. Che da sole, su di una pagina, segnano la percezione
più di pagine e pagine. È l'uso che della parola si fa a segnarne
l'impatto logico/sensazionale. Dalla dualità dell'anima, l'andare a
scovare la dualità dell'esistere umano, in un continuo cercare l'altro.
Tra frammenti. Di sguardi. Di mancanze. Di notti come nuvola. Di notti. E
parole. E suoni. E poi il contatto. Il tremolio di una carezza. Il corpo
che si curva e scuote sotto la semplice tensione di una carezza. Di una
voce. L'amore. E scrive Dòdaro. «L'amore. Sì. Null'altro.»
Francesco Aprile
Due poesie

verlaine.
che scuotevi, di gesta.
il trambusto. l'odore.
quando scrissi. mi caddero le mani a pezzi.
ricordo.
avevi avuto tutto il tempo per raccoglierli.
alla fine.
uno sguardo verso stagioni
consegnate all'inferno.
e rimbaud.
gli avanzi della cena ancora sul tavolo.
fino alla sera successiva.
gli avanzi di preghiere dimesse da tempo.
a sudare fra i piatti vuoti.
la tovaglia sporca. strappata.
come angoli di labbra e baci.
ad aprirsi nell'aria
al rosso teso di ruggine.
mentre la musica era un tamburo.
a battere sulle emozioni, la vita.
era la pelle - logora nel tempo - del tamburo stesso.
con i suoni che s'involavano. a distese bianche di nuvole.
***
ok. ho rapito tutto questo.
ultimo suono come ultima stilla di voce.
dove tutto il resto si posa. assente.
i nostri corpi intrecciano.
sguardi carnali di stanchezza svilita.
un respirare rumoroso
svalutava tutta una notte.
permeata da violenza tremula
di tenui raggi luminosi.
a rompere l'ultima chiusura delle palpebre.
ieri. ricordavo d'aver spento la tv.
oggi. era come ci stessi dentro.
a bordo di un'auto deragliata.
nelle sconnessioni logiche di frantumazioni sentimentali.
ma nessun silenzio poteva.
porre fine a quella notte.
mentre i nostri corpi smantellati
si legavano fra sospiri dal sapore intimo.
del giorno e della notte.
ciocche di capelli si sfioravano
in una carezza concreta di passione.
Francesco Aprile
Universo/testo. Da Copernico a Kerouac
(pubblicato su “Il Paese
Nuovo”, domenica 17 gennaio 2010)

Parte 1. Del testo ciclico
Un tentativo di contestualizzare codici sintattici,
stilemi, propri della critica letteraria, della poesia, del romanzo quando
non è mai fine a sé stesso.
Scrivendo, ormai, da diverso tempo nell'ambito musicale,
scandagliando da un po' di anni il panorama underground salentino, quello
spazio dove non c'è voce e, forse, è assente anche lo spazio, trovo
necessità di "rifuggire" dal solito scritto, dalla monotonia di una
recensione che si propone sulle corde del solito "al brano numero 6
possiamo ascoltare un pezzo..." ecc ecc...dimenticando la fase che precede
il segno scritto, il tempo della percezione.
Foglio e segno, allora, non sono altro che il tempo e lo
spazio necessari alla disputa, alla percezione. Tempo e spazio che sono
liberi, momento che si fa piazza ed evento, per trascendere l'opinione
preconfezionata e stipulare un istante che possa essere un retrocedere
all'osso del pensiero.
Scrive Cristiano Godano, chitarra e voce nei Marlene Kuntz,
nel brano Canzone Ecologica, tratto dall'album Uno, «Forse sarebbe più
bello tacere, / in accordo coi nostri pensieri, / che solo ad esprimerli
in verbi e parole / non sono più verità.»
A questo punto è d'obbligo citare un passo del filosofo
austriaco L. Wittgenstein che, in una delle sue espressioni più famose,
ebbe a dire: «I problemi filosofici sono problemi di linguaggio.»
Se la filosofia ha un problema, esso risiede nell’atto di
esprimere il pensiero filosofico come linguaggio. Questo si verifica a
causa dell’incongruenza “pensiero-linguaggio”.
La non perfetta rappresentabilità che il linguaggio assume
nei confronti del pensiero è la causa scatenante del problema filosofico.
Il pensiero che si presenta in una certa codifica va
scomposto, decodificato, per essere interpretato e ricomposto in una nuova
codifica, quella del linguaggio. È in questa fase di decodifica e
ricodifica che si perdono dati generando l’incongruenza. Se c’è un
problema, dunque è la non immediatezza del linguaggio. Un gesto è
immediato così come lo è il pensiero. Si è alle origini, alla
primordialità dell’essere. Il linguaggio è il mezzo di uno stato
immediato, ma non è l’immediato. A questo punto la filosofia ha come
problema il linguaggio. Viceversa, se un problema filosofico sussiste nel
linguaggio è perché il linguaggio ha un problema nel rapportarsi con
l’immediato del pensiero filosofico. Il problema sussiste nel momento in
cui le due entità si rapportano e una si fa necessità e problema
dell’altra, anche il linguaggio senza più rapportarsi all’immediato
filosofico si libera da incongruenze e si fa gesto del comunicare,
immediato del comunicare, muovendo l’attenzione dal pensiero al gesto
comunicativo, alla sua immediatezza.
L'attuazione di questo lavoro che mi propongo è quella di
una ricerca rivolta ad azzerare ogni connessione "pensiero/linguaggio"
sostituendo alla fase del pensiero quella della percezione, in modo che la
scrittura si faccia espressione a pieno titolo dell’immediato
comunicativo, assorbendo più che mai l’esperienza pittorica del
gestualismo di Pollock, azzerando il problema che sussiste nella
coabitazione tra filosofia e linguaggio, generando una lingua che sia
immediato a sé stante, eliminando ogni fase di decodifica/codifica.
Tutto questo torna e ritorna, si collega e ricollega
all'ambito musicale, al motivo generatore di questo discorso.
Accostandomi all'ascolto del primo album autoprodotto della
band salentina "Shotgun Babies", dovendone scrivere la recensione, attingo
a piena mani da ciò che ho espresso fino a questo momento, tentando di
scrivere un testo che potesse racchiudere ciò che già da un po' sentivo di
dover attualizzare.
Ad esempio, infatti, scrivevo nella presentazione della
mostra itinerante "Kunst und weise"
«Kunst und weise. Arte e aria. Dissolvere sensazioni
come parole nude allo specchio. Tre persone diverse. Dodici foto per tre
diversi modi d'avvertire la medesima sensazione; la realtà attorno
attraverso le percezioni di un rapportarsi tattile all'esistenza. L'uomo,
non in rapporto col mondo, ma in rapporto col suo sentire il mondo,
l'essere ed il suo antefatto, nel retroscena di noi stessi.»
Ovvero quel tornare all'antefatto del tutto in questione,
in questo caso, lo stato che precede la scrittura, la percezione di un
qualcosa e fare in modo che sia, la scrittura, rappresentazione diretta
della percezione e non del pensiero che, successivamente, si genera.
Si inscrive in questo tentativo, dunque, la recensione di
cui parlavo sopra, caratterizzata dal manifestarsi della percezione lungo
una serie di immagini generate dall'ascolto, per un raccontare che si fa
"raccontare per immagini".
Recensione Shotgun Babies.
«Un viaggio dai continui rintocchi. Le nuvole scorrono
sulle nostre teste come piccoli tasselli di una pellicola d'altri tempi,
d'un bianco e nero sbiadito in una fotografia ormai sgranata. Sono
continui scatti su è giù per il corpo. Un passo indietro, uno in avanti.
Destrezza ed eleganza accompagnate, in simbiosi, da frenesia e potenza. /
Perplessità assalgono l'ascoltatore con un martellare "cervella", come un
pugno nello stomaco a spezzare il mattino durante un risveglio non ancora
del tutto avvenuto. La respirazione assume caratteristiche di un battito
intrappolato fra mura di vetro, nel dibattersi in uno sciogliersi al sole.
Ansie e moti di rivolta. Rabbia. La rabbia frenetica è moto perpetuo di
questo "Symbiotic Trip" (2009), primo album autoprodotto della band
salentina degli Shotgun Babies, che si modella a suon di grunge sulle
sfocate atmosfere claustrofobiche di certa new wave primi anni '80. /
Shotgun Babies, nati nel 2006, arrivano a questo album attualizzando un
percorso che scopre le carte di un percepire la musica come matrice di
influenze tipicamente grunge, sulle cui corde, come colori pastello che
"stingono" nel tempo, sembrano posarsi, a rendere ancor più pressante una
rabbia che è detonazione pura, motivi, di certo non svelati, come nascosti
dietro l'angolo, di certa new wave fine anni '70 inizio anni '80. Esordio
sulla lunga distanza da non lasciare indifferenti, che conferma l'ottima
vena creativa della band e si fa assaggio della dirompente verve che
caratterizza i live del gruppo.»
Capita, così, che si generi un testo che si mostri come un
corpo umano, con la capacità d'aprirsi, non al soggettivismo estremo,
bensì come un uomo può aprire braccia e gambe.
In questo scenario si inscrive l'Uomo di Vitruvio,
realizzato da Leonardo da Vinci nel 1490 e attualmente conservato presso
il Gabinetto dei Disegni e delle Stampe delle Gallerie dell'Accademia di
Venezia. Riguardo alla sua opera, Leonardo scriveva:
«Vetruvio architetto mette nella sua opera
d'architettura che le misure dell'omo sono dalla natura distribuite in
questo modo. Il centro del corpo umano è per natura l’ombelico; infatti,
se si sdraia un uomo sul dorso, mani e piedi allargati, e si punta un
compasso sul suo ombelico, si toccherà tangenzialmente, descrivendo un
cerchio, l’estremità delle dita delle sue mani e dei suoi piedi.»
Allo stesso modo un testo così strutturato può aprire
braccia e gambe, ovvero i capoversi, ed inscriversi in un cerchio
all'interno del quale la scomposizione e nuova ricomposizione dei
capoversi non distrugge o disturba il senso logico del testo stesso,
mantenendo inalterati logica e contenuto.
Scomposizione della recensione.
«Shotgun Babies, nati nel 2006, arrivano a questo album
attualizzando un percorso che scopre le carte di un percepire la musica
come matrice di influenze tipicamente grunge, sulle cui corde, come colori
pastello che "stingono" nel tempo, sembrano posarsi, a rendere ancor più
pressante una rabbia che è detonazione pura, motivi, di certo non svelati,
come nascosti dietro l'angolo, di certa new wave fine anni '70 inizio anni
'80. / Esordio sulla lunga distanza da non lasciare indifferenti, che
conferma l'ottima vena creativa della band e si fa assaggio della
dirompente verve che caratterizza i live del gruppo. Un viaggio dai
continui rintocchi. Le nuvole scorrono sulle nostre teste come piccoli
tasselli di una pellicola d'altri tempi, d'un bianco e nero sbiadito in
una fotografia ormai sgranata. Sono continui scatti su è giù per il corpo.
Un passo indietro, uno in avanti. Destrezza ed eleganza accompagnate, in
simbiosi, da frenesia e potenza. / Perplessità assalgono l'ascoltatore con
un martellare "cervella", come un pugno nello stomaco a spezzare il
mattino durante un risveglio non ancora del tutto avvenuto. La
respirazione assume caratteristiche di un battito intrappolato fra mura di
vetro, nel dibattersi in uno sciogliersi al sole. Ansie e moti di rivolta.
Rabbia. La rabbia frenetica è moto perpetuo di questo "Symbiotic Trip"
(2009), primo album autoprodotto della band salentina degli Shotgun Babies,
che si modella a suon di grunge sulle sfocate atmosfere claustrofobiche di
certa new wave primi anni '80.»
Come un cane che si insegue la coda. Il manifestarsi del
testo è un continuo rincorrersi dei capoversi che rigettano una struttura
lineare, capace di manifestarsi dall’alto verso il basso, ovvero,
dall’inizio alla fine, preferendo, attraverso lo stadio della percezione,
un raccontare per immagini che si manifesta come uno sfocare la scrittura;
immagini sfocate del percepire che precede il pensiero, dilatato, grezzo,
allo stadio primordiale. Creando una condizione di ciclicità come l’uomo
che si inscrive nel cerchio o il cane che si insegue la coda.
Parte 2. Da Copernico a Kerouac, il Testo Universale
(22-1-2010 di prossima pubblicazione su “Il Paese Nuovo”)
Nell'articolo, "Del Testo Ciclico", apparso domenica 17
gennaio sulle pagine culturali de "Il Paese Nuovo", scrivevo della
possibilità di scrittura che si nasconde in un testo, non frutto del
pensiero, ma che trova la sua origine nell'antefatto del pensiero, nella
percezione, nello stimolo, da rendere attuabile attraverso una scrittura,
seguendo la via di una prosa spontanea (alla Kerouac), nell'intento di
eliminare quell'incongruenza pensiero-linguaggio che porta alla
progressiva perdita di aderenza di significati da parte del linguaggio nei
confronti del pensiero, in questo caso dell'idea all'origine.
L'intuizione è il punto da cui partire. Ma non era questo
lo scopo dell'articolo precedente, come non lo è di questo.
Di scrittura automatica (o in trance) si è già parlato col
Surrealismo. Di scrittura, o meglio, di prosa spontanea ne parlò Jack
Kerouac, delineandone i caratteri in "Dottrina e tecnica della prosa
moderna - Fondamenti della prosa spontanea".
Come dicevo, questo è solo un punto all'interno
dell'articolo, non lo scopo.
Nel precedente articolo assumeva importanza rilevante la
possibilità di realizzare un testo "scomponibile", attraverso
l'accostamento del testo all'Uomo di Vitruvio di Leonardo che, aprendo
braccia e gambe, partendo dall'ombelico, era possibile inscriverlo in una
circonferenza.
A questo punto, scrivevo, «Allo stesso modo un testo così
strutturato può aprire braccia e gambe, ovvero i capoversi, ed inscriversi
in un cerchio all'interno del quale la scomposizione e nuova
ricomposizione dei capoversi non distrugge o disturba il senso logico del
testo stesso, mantenendo inalterati logica e contenuto.»
Obiettivo di questa scomposizione e ricomposizione è quello
di generare un "testo ciclico", o meglio, un testo che abbia in sé
movimenti ciclici, in grado di ruotare su un "proprio ed ipotetico" asse.
Ma prima di giungere a ciò ed alle conseguenze che ne
derivano, bisogna riprendere il discorso - intrapreso precedentemente -
nella necessaria possibilità di una scrittura "spontanea" proveniente
dalla percezione originaria e non dal pensiero successivo.
Parlando di Kerouac, scriveva Henry Miller, «Jack Kerouac
ha violentato a tal punto la nostra immacolata prosa, che essa non potrà
più rifarsi una verginità. Appassionato cultore della lingua, Kerouac sa
come usarla. Da virtuoso nato qual è, egli si compiace di sfidare le leggi
e le convenzioni dell'espressione letteraria ricorrendo ad una
comunicazione rattratta scabra liberissima tra scrittore e lettore.»
Nel 1957 la ricerca di Kerouac sfociò in "Dottrina e
tecnica della prosa moderna - Fondamenti della prosa spontanea".
In questi scritti esponeva il suo ideale di scrittura.
«8. Scrivi quello che vuoi senza fondo dal fondo della
mente.
9. Le inesprimibili visioni dell’individuo.
13. Rimuovi le inibizioni letterarie, grammaticali e
sintattiche.»
Inoltre - scriveva - «il linguaggio dello schizzo sgorga
dalla mente come un flusso imperturbato di segrete idee verbali personali»
- e ancora - «Evita la "selettività" d'espressione e segui invece la
libera deviazione (associazione) della mente» - «Niente pause per pensare
alla parola giusta bensì accumulo infantile di parole sempre più
scatologiche fino a ottenere soddisfazione, il grande ritmo del pensiero
in accordo con la Grande Legge dei tempi» - «Non partire da un'idea
preconcetta di che cosa dire dell'immagine, ma dal gioiello centrale
d'interesse nel soggetto dell'immagine al momento di scrivere, e scrivi
nuotando verso il largo nel mare della lingua fino alla liberazione e allo
sfinimento estremi. Non avere ripensamenti sul lavoro fatto tranne che per
ragioni poetiche o di Post Scriptum.»
Questo approccio scritturale al testo è necessario per
poter muovere, verso una pagina scritta, partendo dall'antefatto del
pensiero, ovviando e oltrepassando il "noumeno" kantiano, facendo sì che
non entri in gioco l'intelletto, ma attualizzando un concetto, a detta di
Kant, "passivo", che ha per oggetto il “fenomeno”, radicato alla
conoscenza sensibile, una ricezione passiva di come ci appare un qualcosa.
Ecco che a questo punto si fa necessaria la prosa spontanea di Kerouac per
poter prevenire il sopraggiungere dell'intelletto e la generazione di un
pensiero. Attingere all'antefatto rendendolo percezione attiva del
divenire testuale.
Tutto ciò si rende necessario a generare "una lingua che
sia immediato a sé stante, eliminando ogni fase di decodifica/codifica" -
arrivando così alla ricezione di un testo che possa inscriversi in un
cerchio. Il testo capace di inscriversi in un cerchio è di solito un
piccolo scritto che chiameremo "microtesto" composto da una breve
successione di capoversi, da una cartella ad un massimo di poche cartelle,
per poter mantenere spontanea la prosa e la scomponibilità del testo che,
altrimenti, divenendo non più un micro testo non sarebbe più facilmente
gestibile per mezzo di una prosa spontanea (ciò andrebbe a svantaggio del
testo stesso).
Come ebbe modo di constatare Copernico che, nella sua opera
fondamentale, "De Revolutionibus Orbium Coelestium Libri VI (pubblicata a
pochi mesi dalla morte, avvenuta nel 1543), individuò i tre movimenti
celesti della Terra (diurno - attorno al proprio asse; annuale - attorno
al sole; e quello annuale dell'asse terrestre) distruggendo la Cosmologia
Aristotelica.
L'obiettivo è quello di generare, attraverso il cut/up di
più "microtesti" una serie di scritti capaci di ruotare attorno ad un loro
ipotetico asse e, inoltre, attorno a dei testi maggiori, ricalcando i
movimenti dei corpi celesti, generando un testo dalla struttura
"universale", un universo/testo.