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Francesco Aprile

 

 

 

 

Collane - Autori - Titoli  Amici

 

 

Saracenia incanta

Nota a Sapienziali di G. Lucini

 

 

 

    

Francesco Aprile

Velvet Underground

 

 

 

 

 

sigaretta in mano,
poggiato sulle difficoltà del capire sé stesso.
fine concerto.
riverso, rivoltato dopo l'esibizione.
lei - mi ricordate i velvet underground.
lui - tutti hanno un debito verso i velvet underground.
e allora, lei, volle soltanto ridere,
che a parlare non ce la faceva più.
e allora, lei, volle soltanto cantare,
che a ridere non ce la faceva più.
lui, volle solo ascoltare,
che vincere, era un po' come morire
e parlare, implicava un'azione
che non poteva finire.
ma l'eterno gli avrebbe assicurato
                  lo strazio del ripetersi.
come un pezzo in un loop continuo.
ma c'erano ancora i velvet underground.
come la presenza di un sasso sulla nostra strada.
allora, lui, volle solo suonare la sua chitarra,
che di angosciarsi a vivere non ne poteva più.
ma, era finita la sigaretta.
si era concluso il concerto.

 

           

                     Francesco Aprile

               Cinque poesie

                                          

 

 

 

Questo è per le lune a metà

Che ti solcano il viso

Per gli accorti disarmi

Per l’ennesima visione che

Raccolgo dal tuo corpo

Che simula stupore

Ammiccando all’esule vista.

 

 

 

Fallivo sempre le albe e i tramonti.

Sbagliavo a mescolare,

non riuscivo a dosare i colori.

Dio, quanto rimuginavo sui miei errori.

Dio, quanto li mescolavo senza trovare

Il dosaggio e mi rigiravo anch’io

Nei miei errori, mescolando la mia forma

Alla loro nel disarmo di ogni tenuità.

 

 

 

E ti cercavo volgendo gli occhi al cielo,

ma erano sguardi gettati via.

L’adolescenza era finita da un po’

E le giornate non avevano più il candore della libertà.

La nascita di ogni nuova cosa

Segna la fine di com’eravamo.

L’impulso mi insegna che

Ogni fine si ripete due volte.

Non ho più parola.

 

 

 

Nell’esperienza letteraria

Dei sogni di carta

C’è il farfugliare ironico

Dell’aria nei giorni di magra,

di quelle vite, le nostre,

troppo perse a rodersi al tempo

in quel limbo che ammorba i nostri occhi

sui raggi senza vita di un sole

a cui è noto solo il tramonto.

 

                                                                                                                  

 

Francesco Aprile

La New Page di Saverio Dòdaro

Cento Autori per Cento Parole per Cento Anni

 

 

Domenica 21 marzo, a Lecce, Francesco Saverio Dòdaro ha esposto il nuovo manifesto del movimento New Page - Narrativa in store, "Per i prossimi cento anni, cento Autori, narrativa di cento parole". Sempre domenica, a Lecce, tre autori - Elisabetta Liguori, Teresa Lutri, Francesco Aprile - che hanno aderito al movimento New Page hanno portato per le vie di Lecce, e le vetrine dei negozi - nuovo termine ultimo della comunicazione - le loro opere, romanzi in cento parole.

[Vedi manifesto e squillo]

New Page è l'adesione ad un nuovo modo di intendere la scrittura. Uno sguardo all'ORA della Comunicazione ed ai modi della sua Fruizione. Un nuovo modo di approcciarsi a tutta una serie di Sovrastrutture (che non intenderemo nell'accezione marxista del termine) intese come Mondo e Concetto di esso che ci circonda, nel modello proposto dall'austriaco Ludwig Wittgenstein - ovvero il mondo come totalità di tutto ciò che accade, fatti, ed il linguaggio come rappresentazione di questi, cioè, del mondo - attraverso una visione di tutto questo come di un mondo che è artificio, concetto creato dall'uomo e mutuato dal linguaggio, in un'espressione vera o non vera del mondo stesso, quasi al ritmo di un misticismo Zen insito nell'opera del viennese. Partendo da ciò, potremmo iniziare a parlare di New Page come di un movimento che legge e ri-legge, attualizza e ri-attualizza, contestualizza e ri-contestualizza l'ora, la sua percezione, generando un nuovo modo di intendere luoghi e tempi della scrittura, una dimensione spazio/tempo in accordo coi momenti, la velocità, il mcluhaniano concetto di ritmo - l'impatto che un media ha sulla società è dato dal cambio di ritmo che riesce ad apportare, generando, così, il concetto stesso di medium come messaggio e gettando lo sguardo ad un futuro in cui il mezzo avrebbe abbattuto il linguaggio stesso - tutto ciò letto smembrato metabolizzato, riutilizzato nel concetto/contesto di un mezzo, la New Page, che conferisce un nuovo apparato sintattico al testo, in accordo con la nuova lettura della società - o meglio, del testo e dei suoi tempi di lettura in rapporto alla società postmoderna, frenetica e frammentaria - e che si fa trasposizione su carta del respiro dell'autore stesso. Il soffio dell'Arte che si fa per l'Arte. Perché è lo stesso Dòdaro ad affermare che bisogna "Ritornare ad essere dei cantastorie. Il cantastorie del terzo millennio non è nelle piazze, ma nelle vetrine". Appunto, una nuova lettura dello spazio fruitivo della creazione artistica, in questo caso letteraria, la narrativa in store rilegge, manifestandosi come finestra aperta sullo scorrere del tempo, il nostro tempo mutuato da frammenti che sono sguardi, repentini, mai pronti ad una dimensione "conoscitiva/osservazionale" adatta ad uno sguardo come profondità in rapporto al tempo/spazio dell'Ora.

 

 

Francesco Saverio Dòdaro, la New Page, il romanzo in cento parole.

 

Conoscere la comunicazione. Ora. Il ritorno ad un batter di mani che è volto al tempo che fu. Pagine che sono come oralità. Soprattutto - rifondare/ricontestualizzare i luoghi della scrittura. La pagina è ovunque - è la nuova pagina di Francesco Saverio Dòdaro. Da Gutenberg a Dòdaro. Nel mezzo. Evoluzioni, rivoluzioni, involuzioni, periodi stagnanti. Il processo, a volte, ristagna. New Page è un nuovo manifesto letterario.
Uno scrivere che assimila la lezione di Joyce ed Henry James, sulle nuove frontiere del romanzo, dei fermenti degli anni '70 - che pone il suo sguardo nell'ora, diagnosticando una nuova immagine dialettica che, non può fare a meno della lezione passata, che non è proiettata nel futuro, bensì, è un ritaglio di tempo nell'ora. Uno sguardo all'oggi come il flâneur che vaga straniato nella città divenuta ormai metropoli, un testo come dato aleatorio da manipolare nella frenesia di un vagare. Di vetrina in vetrina. Di strada in strada. Che è la strada il nesso dell'ora. Il suo scorrersi da sé. Come un avvolgere un nastro. La dimensione che è propria dell'ora è quella di un prodotto che possa esser fruibile e d'impatto nella frenesia degli sguardi che corrono alla ricerca del capo d'occasione, così, New Page, assume la sottodenominazione di "Narrativa in Store". L'accessibilità al prodotto letterario che non può stagnare nel lento fluire della pagina scritta. Di libro in libro. In poi. Fino agli sms. La necessità di un romanzo in 100 parole, come connessioni logiche e istintuali che attaccano, fra spazi e spazi - letterari/intertestuali e nuove dimensioni espositive della pagina scritta - che si "srotola" come ventata di freschezza, sguardo attento all'evoluzione della società. Il passo della letteratura ed il suo continuo divenire. Un ritorno all'Azione Comune della ComunicAzione che sfonda i varchi e gli stili preconfezionati, per farsi parola Comune, attraverso un effetto del Sociale che riporta, con la ricontestualizzazione dei luoghi, il testo ad un varcare il salotto d'elite. Tuffandosi nella quotidianità. Ecco che New Page - dicevo - diventa un nuovo manifesto letterario.
Scrive Dòdaro che New Page è una «contestualizzazione della pagina letteraria gutenberghiana. Un tracciato capace di intercettare il know-how della comunicazione, i grovigli della fruizione e le dinamiche areali: narrativa del terzo millennio. Le centopagine - le jamesiane short story - la new wave degli anni settanta non possono più interpretare l'ora. Bisogna tradurre adeguatamente il contesto.»
Dalle pagine rivoluzionarie - come nuovi modelli letterari - negli anni '90 assieme ad Antonio Verri, alla "New Page", che potremmo definire narrativa dei luoghi o pagina dei luoghi. Saverio Dòdaro continua il suo percorso d'innovazione della letteratura.

Il romanzo in 100 parole è un ritmo generativo. Nasce da un battito intestino e preme  - cuore e cervella - per venire fuori. Ha il sapore del tempo come spazio pubblico di creazione. Un nuovo modo d'intendere la punteggiatura ed il divenire del testo nel passaggio che compie dal corpo alla pagina. Parole. Che da sole, su di una pagina, segnano la percezione più di pagine e pagine. È l'uso che della parola si fa a segnarne l'impatto logico/sensazionale. Dalla dualità dell'anima, l'andare a scovare la dualità dell'esistere umano, in un continuo cercare l'altro. Tra frammenti. Di sguardi. Di mancanze. Di notti come nuvola. Di notti. E parole. E suoni. E poi il contatto. Il tremolio di una carezza. Il corpo che si curva e scuote sotto la semplice tensione di una carezza. Di una voce. L'amore. E scrive Dòdaro. «L'amore. Sì. Null'altro.»

    

Francesco Aprile

Due poesie

 

 

 

 

verlaine.

che scuotevi, di gesta.

il trambusto. l'odore.

quando scrissi. mi caddero le mani a pezzi.

ricordo.

avevi avuto tutto il tempo per raccoglierli.

alla fine.

uno sguardo verso stagioni

consegnate all'inferno.

e rimbaud.

gli avanzi della cena ancora sul tavolo.

fino alla sera successiva.

gli avanzi di preghiere dimesse da tempo.

a sudare fra i piatti vuoti.

la tovaglia sporca. strappata.

come angoli di labbra e baci.

ad aprirsi nell'aria

al rosso teso di ruggine.

mentre la musica era un tamburo.

a battere sulle emozioni, la vita.

era la pelle - logora nel tempo - del tamburo stesso.

con i suoni che s'involavano. a distese bianche di nuvole.

 

 

 ***

 

 

ok. ho rapito tutto questo.

ultimo suono come ultima stilla di voce.

dove tutto il resto si posa. assente.

i nostri corpi intrecciano.

sguardi carnali di stanchezza svilita.

un respirare rumoroso

svalutava tutta una notte.

permeata da violenza tremula

di tenui raggi luminosi.

a rompere l'ultima chiusura delle palpebre.

ieri. ricordavo d'aver spento la tv.

oggi. era come ci stessi dentro.

a bordo di un'auto deragliata.

nelle sconnessioni logiche di frantumazioni sentimentali.

ma nessun silenzio poteva.

porre fine a quella notte.

mentre i nostri corpi smantellati

si legavano fra sospiri dal sapore intimo.

del giorno e della notte.

ciocche di capelli si sfioravano

in una carezza concreta di passione.

 

 

Francesco Aprile

Universo/testo.  Da Copernico a Kerouac

 (pubblicato su “Il Paese Nuovo”, domenica 17 gennaio 2010)

 

Parte 1. Del testo ciclico

 

Un tentativo di contestualizzare codici sintattici, stilemi, propri della critica letteraria, della poesia, del romanzo quando non è mai fine a sé stesso.

Scrivendo, ormai, da diverso tempo nell'ambito musicale, scandagliando da un po' di anni il panorama underground salentino, quello spazio dove non c'è voce e, forse, è assente anche lo spazio, trovo necessità di "rifuggire" dal solito scritto, dalla monotonia di una recensione che si propone sulle corde del solito "al brano numero 6 possiamo ascoltare un pezzo..." ecc ecc...dimenticando la fase che precede il segno scritto, il tempo della percezione.

Foglio e segno, allora, non sono altro che il tempo e lo spazio necessari alla disputa, alla percezione. Tempo e spazio che sono liberi, momento che si fa piazza ed evento, per trascendere l'opinione preconfezionata e stipulare un istante che possa essere un retrocedere all'osso del pensiero.

Scrive Cristiano Godano, chitarra e voce nei Marlene Kuntz, nel brano Canzone Ecologica, tratto dall'album Uno, «Forse sarebbe più bello tacere, / in accordo coi nostri pensieri, / che solo ad esprimerli in verbi e parole / non sono più verità.»

A questo punto è d'obbligo citare un passo del filosofo austriaco L. Wittgenstein che, in una delle sue espressioni più famose, ebbe a dire: «I problemi filosofici sono problemi di linguaggio.»

Se la filosofia ha un problema, esso risiede nell’atto di esprimere il pensiero filosofico come linguaggio. Questo si verifica a causa dell’incongruenza “pensiero-linguaggio”.

La non perfetta rappresentabilità che il linguaggio assume nei confronti del pensiero è la causa scatenante del problema filosofico.

Il pensiero che si presenta in una certa codifica va scomposto, decodificato, per essere interpretato e ricomposto in una nuova codifica, quella del linguaggio. È in questa fase di decodifica e ricodifica che si perdono dati generando l’incongruenza. Se c’è un problema, dunque è la non immediatezza del linguaggio. Un gesto è immediato così come lo è il pensiero. Si è alle origini, alla primordialità dell’essere. Il linguaggio è il mezzo di uno stato immediato, ma non è l’immediato. A questo punto la filosofia ha come problema il linguaggio. Viceversa, se un problema filosofico sussiste nel linguaggio è perché il linguaggio ha un problema nel rapportarsi con l’immediato del pensiero filosofico. Il problema sussiste nel momento in cui le due entità si rapportano e una si fa necessità e problema dell’altra, anche il linguaggio senza più rapportarsi all’immediato filosofico si libera da incongruenze e si fa gesto del comunicare, immediato del comunicare, muovendo l’attenzione dal pensiero al gesto comunicativo, alla sua immediatezza.

L'attuazione di questo lavoro che mi propongo è quella di una ricerca rivolta ad azzerare ogni connessione "pensiero/linguaggio" sostituendo alla fase del pensiero quella della percezione, in modo che la scrittura si faccia espressione a pieno titolo dell’immediato comunicativo, assorbendo più che mai l’esperienza pittorica del gestualismo di Pollock, azzerando il problema che sussiste nella coabitazione tra filosofia e linguaggio, generando una lingua che sia immediato a sé stante, eliminando ogni fase di decodifica/codifica.

Tutto questo torna e ritorna, si collega e ricollega all'ambito musicale, al motivo generatore di questo discorso.

Accostandomi all'ascolto del primo album autoprodotto della band salentina "Shotgun Babies", dovendone scrivere la recensione, attingo a piena mani da ciò che ho espresso fino a questo momento, tentando di scrivere un testo che potesse racchiudere ciò che già da un po' sentivo di dover attualizzare.

Ad esempio, infatti, scrivevo nella presentazione della mostra itinerante "Kunst und weise"

 «Kunst und weise. Arte e aria. Dissolvere sensazioni come parole nude allo specchio. Tre persone diverse. Dodici foto per tre diversi modi d'avvertire la medesima sensazione; la realtà attorno attraverso le percezioni di un rapportarsi tattile all'esistenza. L'uomo, non in rapporto col mondo, ma in rapporto col suo sentire il mondo, l'essere ed il suo antefatto, nel retroscena di noi stessi.»

 Ovvero quel tornare all'antefatto del tutto in questione, in questo caso, lo stato che precede la scrittura, la percezione di un qualcosa e fare in modo che sia, la scrittura, rappresentazione diretta della percezione e non del pensiero che, successivamente, si genera.

Si inscrive in questo tentativo, dunque, la recensione di cui parlavo sopra, caratterizzata dal manifestarsi della percezione lungo una serie di immagini generate dall'ascolto, per un raccontare che si fa "raccontare per immagini".

 

Recensione Shotgun Babies.

 

«Un viaggio dai continui rintocchi. Le nuvole scorrono sulle nostre teste come piccoli tasselli di una pellicola d'altri tempi, d'un bianco e nero sbiadito in una fotografia ormai sgranata. Sono continui scatti su è giù per il corpo. Un passo indietro, uno in avanti. Destrezza ed eleganza accompagnate, in simbiosi, da frenesia e potenza. / Perplessità assalgono l'ascoltatore con un martellare "cervella", come un pugno nello stomaco a spezzare il mattino durante un risveglio non ancora del tutto avvenuto. La respirazione assume caratteristiche di un battito intrappolato fra mura di vetro, nel dibattersi in uno sciogliersi al sole. Ansie e moti di rivolta. Rabbia. La rabbia frenetica è moto perpetuo di questo "Symbiotic Trip" (2009), primo album autoprodotto della band salentina degli Shotgun Babies, che si modella a suon di grunge sulle sfocate atmosfere claustrofobiche di certa new wave primi anni '80. / Shotgun Babies, nati nel 2006, arrivano a questo album attualizzando un percorso che scopre le carte di un percepire la musica come matrice di influenze tipicamente grunge, sulle cui corde, come colori pastello che "stingono" nel tempo, sembrano posarsi, a rendere ancor più pressante una rabbia che è detonazione pura, motivi, di certo non svelati, come nascosti dietro l'angolo, di certa new wave fine anni '70 inizio anni '80. Esordio sulla lunga distanza da non lasciare indifferenti, che conferma l'ottima vena creativa della band e si fa assaggio della dirompente verve che caratterizza i live del gruppo.»

 

Capita, così, che si generi un testo che si mostri come un corpo umano, con la capacità d'aprirsi, non al soggettivismo estremo, bensì come un uomo può aprire braccia e gambe.

In questo scenario si inscrive l'Uomo di Vitruvio, realizzato da Leonardo da Vinci nel 1490 e attualmente conservato presso il Gabinetto dei Disegni e delle Stampe delle Gallerie dell'Accademia di Venezia. Riguardo alla sua opera, Leonardo scriveva:

«Vetruvio architetto mette nella sua opera d'architettura che le misure dell'omo sono dalla natura distribuite in questo modo. Il centro del corpo umano è per natura l’ombelico; infatti, se si sdraia un uomo sul dorso, mani e piedi allargati, e si punta un compasso sul suo ombelico, si toccherà tangenzialmente, descrivendo un cerchio, l’estremità delle dita delle sue mani e dei suoi piedi

Allo stesso modo un testo così strutturato può aprire braccia e gambe, ovvero i capoversi, ed inscriversi in un cerchio all'interno del quale la scomposizione e nuova ricomposizione dei capoversi non distrugge o disturba il senso logico del testo stesso, mantenendo inalterati logica e contenuto.

 

Scomposizione della recensione.

 

«Shotgun Babies, nati nel 2006, arrivano a questo album attualizzando un percorso che scopre le carte di un percepire la musica come matrice di influenze tipicamente grunge, sulle cui corde, come colori pastello che "stingono" nel tempo, sembrano posarsi, a rendere ancor più pressante una rabbia che è detonazione pura, motivi, di certo non svelati, come nascosti dietro l'angolo, di certa new wave fine anni '70 inizio anni '80. / Esordio sulla lunga distanza da non lasciare indifferenti, che conferma l'ottima vena creativa della band e si fa assaggio della dirompente verve che caratterizza i live del gruppo. Un viaggio dai continui rintocchi. Le nuvole scorrono sulle nostre teste come piccoli tasselli di una pellicola d'altri tempi, d'un bianco e nero sbiadito in una fotografia ormai sgranata. Sono continui scatti su è giù per il corpo. Un passo indietro, uno in avanti. Destrezza ed eleganza accompagnate, in simbiosi, da frenesia e potenza. / Perplessità assalgono l'ascoltatore con un martellare "cervella", come un pugno nello stomaco a spezzare il mattino durante un risveglio non ancora del tutto avvenuto. La respirazione assume caratteristiche di un battito intrappolato fra mura di vetro, nel dibattersi in uno sciogliersi al sole. Ansie e moti di rivolta. Rabbia. La rabbia frenetica è moto perpetuo di questo "Symbiotic Trip" (2009), primo album autoprodotto della band salentina degli Shotgun Babies, che si modella a suon di grunge sulle sfocate atmosfere claustrofobiche di certa new wave primi anni '80.»

Come un cane che si insegue la coda. Il manifestarsi del testo è un continuo rincorrersi dei capoversi che rigettano una struttura lineare, capace di manifestarsi dall’alto verso il basso, ovvero, dall’inizio alla fine, preferendo, attraverso lo stadio della percezione, un raccontare per immagini che si manifesta come uno sfocare la scrittura; immagini sfocate del percepire che precede il pensiero, dilatato, grezzo, allo stadio primordiale. Creando una condizione di ciclicità come l’uomo che si inscrive nel cerchio o il cane che si insegue la coda.

  

Parte 2. Da Copernico a Kerouac, il Testo Universale

(22-1-2010 di prossima pubblicazione su “Il Paese Nuovo”)

 

Nell'articolo, "Del Testo Ciclico", apparso domenica 17 gennaio sulle pagine culturali de "Il Paese Nuovo", scrivevo della possibilità di scrittura che si nasconde in un testo, non frutto del pensiero, ma che trova la sua origine nell'antefatto del pensiero, nella percezione, nello stimolo, da rendere attuabile attraverso una scrittura, seguendo la via di una prosa spontanea (alla Kerouac), nell'intento di eliminare quell'incongruenza pensiero-linguaggio che porta alla progressiva perdita di aderenza di significati da parte del linguaggio nei confronti del pensiero, in questo caso dell'idea all'origine.

L'intuizione è il punto da cui partire. Ma non era questo lo scopo dell'articolo precedente, come non lo è di questo.

Di scrittura automatica (o in trance) si è già parlato col Surrealismo. Di scrittura, o meglio, di prosa spontanea ne parlò Jack Kerouac, delineandone i caratteri in "Dottrina e tecnica della prosa moderna - Fondamenti della prosa spontanea".

Come dicevo, questo è solo un punto all'interno dell'articolo, non lo scopo.

Nel precedente articolo assumeva importanza rilevante la possibilità di realizzare un testo "scomponibile", attraverso l'accostamento del testo all'Uomo di Vitruvio di Leonardo che, aprendo braccia e gambe, partendo dall'ombelico, era possibile inscriverlo in una circonferenza.

A questo punto, scrivevo, «Allo stesso modo un testo così strutturato può aprire braccia e gambe, ovvero i capoversi, ed inscriversi in un cerchio all'interno del quale la scomposizione e nuova ricomposizione dei capoversi non distrugge o disturba il senso logico del testo stesso, mantenendo inalterati logica e contenuto.»

Obiettivo di questa scomposizione e ricomposizione è quello di generare un "testo ciclico", o meglio, un testo che abbia in sé movimenti ciclici, in grado di ruotare su un "proprio ed ipotetico" asse.

Ma prima di giungere a ciò ed alle conseguenze che ne derivano, bisogna riprendere il discorso - intrapreso precedentemente - nella necessaria possibilità di una scrittura "spontanea" proveniente dalla percezione originaria e non dal pensiero successivo.

Parlando di Kerouac, scriveva Henry Miller, «Jack Kerouac ha violentato a tal punto la nostra immacolata prosa, che essa non potrà più rifarsi una verginità. Appassionato cultore della lingua, Kerouac sa come usarla. Da virtuoso nato qual è, egli si compiace di sfidare le leggi e le convenzioni dell'espressione letteraria ricorrendo ad una comunicazione rattratta scabra liberissima tra scrittore e lettore.»

Nel 1957 la ricerca di Kerouac sfociò in "Dottrina e tecnica della prosa moderna - Fondamenti della prosa spontanea".

In questi scritti esponeva il suo ideale di scrittura.

«8. Scrivi quello che vuoi senza fondo dal fondo della mente.

9. Le inesprimibili visioni dell’individuo.

13. Rimuovi le inibizioni letterarie, grammaticali e sintattiche.»

Inoltre - scriveva - «il linguaggio dello schizzo sgorga dalla mente come un flusso imperturbato di segrete idee verbali personali» - e ancora - «Evita la "selettività" d'espressione e segui invece la libera deviazione (associazione) della mente» - «Niente pause per pensare alla parola giusta bensì accumulo infantile di parole sempre più scatologiche fino a ottenere soddisfazione, il grande ritmo del pensiero in accordo con la Grande Legge dei tempi» - «Non partire da un'idea preconcetta di che cosa dire dell'immagine, ma dal gioiello centrale d'interesse nel soggetto dell'immagine al momento di scrivere, e scrivi nuotando verso il largo nel mare della lingua fino alla liberazione e allo sfinimento estremi. Non avere ripensamenti sul lavoro fatto tranne che per ragioni poetiche o di Post Scriptum.»

Questo approccio scritturale al testo è necessario per poter muovere, verso una pagina scritta, partendo dall'antefatto del pensiero, ovviando e oltrepassando il "noumeno" kantiano, facendo sì che non entri in gioco l'intelletto, ma attualizzando un concetto, a detta di Kant, "passivo", che ha per oggetto il “fenomeno”, radicato alla conoscenza sensibile, una ricezione passiva di come ci appare un qualcosa. Ecco che a questo punto si fa necessaria la prosa spontanea di Kerouac per poter prevenire il sopraggiungere dell'intelletto e la generazione di un pensiero. Attingere all'antefatto rendendolo percezione attiva del divenire testuale.

Tutto ciò si rende necessario a generare "una lingua che sia immediato a sé stante, eliminando ogni fase di decodifica/codifica" - arrivando così alla ricezione di un testo che possa inscriversi in un cerchio. Il testo capace di inscriversi in un cerchio è di solito un piccolo scritto che chiameremo "microtesto" composto da una breve successione di capoversi, da una cartella ad un massimo di poche cartelle, per poter mantenere spontanea la prosa e la scomponibilità del testo che, altrimenti, divenendo non più un micro testo non sarebbe più facilmente gestibile per mezzo di una prosa spontanea (ciò andrebbe a svantaggio del testo stesso).

Come ebbe modo di constatare Copernico che, nella sua opera fondamentale, "De Revolutionibus Orbium Coelestium Libri VI (pubblicata a pochi mesi dalla morte, avvenuta nel 1543), individuò i tre movimenti celesti della Terra (diurno - attorno al proprio asse; annuale - attorno al sole; e quello annuale dell'asse terrestre) distruggendo la Cosmologia Aristotelica.

L'obiettivo è quello di generare, attraverso il cut/up di più "microtesti" una serie di scritti capaci di ruotare attorno ad un loro ipotetico asse e, inoltre, attorno a dei testi maggiori, ricalcando i movimenti dei corpi celesti, generando un testo dalla struttura "universale", un universo/testo.

 

 

 

 

 

 

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