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Narda Fattori

 

 

 Collane - Autori - Titoli 

 

Nata e residente a Gatteo ( FC) , ha scritto numerose opere di didattica per le maggiori case editrici del settore,  ha pubblicato cinque volumi di poesie: SE AMOR PARLA, Editrice Autore Libri (FI), 1995 e “E Gianfranco Bertagni. Architetture UtopicheCURO NEL GIARDINO LA GRAMIGNA”, Ibiskos Editrice, 1996, a seguito di un primo premio con pubblicazione, “L’UNA E I FALO’ ”, editrice “Il Vicolo” di Cesena (FO) 1998, “TERRA  DI NESSUNO”, edizioni “il Corriere della Garfagnana”, 2000.( 1° premio “Olinto Dini” di Castelnuovo G. Lucca); VERSO OCCIDENTE , 2004 , Fara Editore, Rimini; “CRONACHE DISADORNE”, 2007 , ed. Joker. Ha scritto il racconto lungo “A NATALE SPECIALMENTE” , per Il Vicolo editore, 2007.

Nel 2009 ha pubblicato l’opera in versi “IL VERSO DEL MOTO, Moby Dick editore.

Tutti i libri pubblicati hanno ricevuto premi nazionali collocandosi spesso al primo posto.

E’ inoltre presente con una silloge di 10 poesie in ciascuno dei volumi antologici “ VOCE DONNA 1997”e “VOCE DONNA I998”, “VOCE DONNA 1999” editi da IL VICOLO di Cesena per iniziativa del municipio della città. , nell’antologia “Santarcangelo della poesia” , Luisè Editore

( RN), nell’antologia “Il novecento etico- religioso” a cura di Vittoriano Esposito, Bastogi Editore, e con una silloge dal titolo “A che punto è la notte?” nell’antologia Farapoesia .

Poesie singole sono ospitate in numerose riviste. Scrive prefazioni e postfazioni , recensioni, e fa parte di alcune giurie di premi prestigiosi. E stata recensita da qualificati critici . Recensioni dei suoi libri sono apparse su riviste di rilievo di poesia.

Essa stessa si occupa di recensioni, scrive prefazioni, note critiche su riviste , nei blog, sui quotidiani . Fa parte di alcune giurie di premi qualificati.

 

                          Verso occidente, Fara Editore

                          Cronache disadorne, Edizioni Joker

                          Il verso del moto (nota sul Blog "La poesia e lo spirito")

 

           

                 Narda Fattori

              Cronache disadorne

                                          Nota di Mauro Ferrari - Ed. Joker, 2007

 

 

Le cronache disadorne di Narda Fattori, nella loro apparente nudità, ripropongono all'interno di un paradigma espressivo essenzialmente lirico il dissidio fra una dimensione intima, monadica e monologante - in fondo non necessariamente sondabile ne transitiva - e la necessità invece di ampliare lo sguardo attorno a un Io che si riconosce legato a una datità di fatti e perso- ne nella dimensione spaziale e in quella temporale. Quest'ultima dimensione stride ovviamente con la prima nell'esigere comunicazione, transitività, colloquio. Posto in altri termini, il contrasto è fra conoscenza e consapevolezza: l'una tesa all'annessione di sempre nuovi territori dell'Io, l'altra più propensa al saper/si e sentir/si. In Narda Fattori, a riprova di questa fertile tensione e dell'equilibrio raggiunto all'in- terno di essa, domina comunque un Noi corale, che guarda in faccia e delimita la gettatezza, piuttosto che un Io solipsistico; esemplare, nella sua formulazione, è l'incipit «Smarrisco il senso del multiplo / nella chiosa degli eventi in pena» (p. 27).

Se può apparire troppo meccanico e netto tracciare linee divisorie, va detto che la conoscenza diviene, in questa poetessa, immediatamente consapevolezza di uno statuto ontologico precario ed effimero: «siamo un niente raggomitolato /a terra fra semi di erica e di ginestra» (p. 10). Come attestano il tortissimo valore emblematico delle due piante a cui si fa riferimento, il concetto addita un profondo e sofferto stoicismo resistenziale di fronte all'insensatezza, alla follia e alla malvagità: così, fa ben presto capolino il lemma «resistenza» (p. 11), idea centrale che si modula in innumerevoli variazioni tematiche ed espressive, mentre le immagini di una cronaca inumana prendono a dominare intere sequenze del libro, come la parte centrale della seconda sezione, in cui il premere della cronaca si fa davvero contusione e conoscenza del male. La «disadorna giornata» (sintagma ripetuto nel finale) e la «vita disadorna» del testo a p. 68 puntano sì il dito contro ciò che manca, ma anche indicano la necessità di fare i conti con la realtà, senza finzioni e ornamenti ma piuttosto con asciuttezza: in sostanza, è una tensione che si fa manifestazione d'intenti poetici e programma di vita.

Se è vero che «il pensiero / non sa nulla di un oltre al di là del muro» (p. 26), la poetessa aggiunge pur sempre «siamo grumi di luce» (p. 50), ad includere la ricchezza di una piena humanitas tutta racchiusa, ci pare, nel giro dell'immanenza: «e della trascendenza faccio /una collana immanente di conchiglie» (p. 45). È un Io, quello che Narda Fattori costruisce poeticamente, innerbato da un passato personale suggerito sempre con pudore (si veda la splendida poesia a p. 29) e che in qualche modo inaugura la precarietà ma anche la gioia quasi tragica del presente. Certo, è un presente che «ci tiene su questa /sponda di vita come un amante/a vene recise» (p. 57; si apprezzi il senso di provvisorietà dato dal gigantesco enjambement «questa / sponda»); è anche un presente che ci racchiude nell'atto pietoso e minimale, dettato dalla Sorge, di curare «con amoroso fervore / i dieci metri quadrati del mio giardino» (p. 31); tuttavia, questa resa stoica è fonte di gioia paradossale: «Mi consegno a un'appartenenza / cartesianamente ho un livido - sono -» (p. 32). La prova del Cogito ergo sum viene qui parodizzata come un sapersi vivi proprio perché si (com)patisce, si soffre della contusione con la realtà.

La poetessa ha «poca immaginazione» per il futuro (p. 28), e tuttavia l'ultimo testo della sezione si chiude sulla nota di una sofferta creaturalità proiettata  verso il proprio destino: «non raccoglietemi più - sono /piccola carcassa che spia / dalla soglia l'approdo /davvero troppo uguale - un finale / senza ali ne voli» (p. 46). Nel finale del libro ritorna la stessa identica nota, come conseguenza della limitatezza umana e della consunzione che il tempo opera su di noi: «il solo miracolo che tiene il senso / delle mie parole è un fiore da marciapiede / o da radura / un intruso nell'orrore» (p. 76). È di qui che sorgono le parole più commosse e ferme: «II nostro scomparire nasce / dalla corteccia che s 'arrotonda / e si liscia prima come noce /poi mandorla perlata» (p. 54); il punto centrale di questi versi ci pare proprio la nitida similitudine con i due esempi "naturali" di resistenza. E in virtù di questa forza, tutta racchiusa in una umanità mai esibita, ma ferma e sicura, che la poesia di Narda Fattori rappresenta un esito lirico di assoluto valore e purezza.  

 

 

Smarrisco il senso del multiplo

nella chiosa degli eventi in pena

oh fulminare il grigio

che attorno s'alza a muro spesso

mentre la luce è artificio d'elettroni

e fìles i pensieri e la memoria ram.

 

La morte no la morte è sempre uguale

spaiata proteiforme umana

canta sottovoce dentro casa

                     la dicono pietosa e invece

sui rostri del tempo alza boati

strina di sangue polvere e selciato

ed è cieca come è sempre stata.

 

Mi sono persa nel presente amaro

anche il ricordo degli archi in cielo

fra girotondi ghembi e postumi di sogno

terra battuta il corpo il palmo vuoto.

 

Spalanco l'uscio ma l'ospite diserta

                     la mala mensa accattona.

Potessi stasera farmi creta

per una mano che mi modelli in soglia!

 

 

 

 

Sbrigliata lavata dal polverone

mi tengo salda a una criniera

di risate e bagattelle in via Viole

e della trascendenza faccio

una collana immanente di conchiglie

al collo una cavigliera sonante

tempio degli appestati

e rido finalmente delle mie scivolate

su bucce di banana

 

dritta come fuso filo arcobaleni

per cieli fanciulli.

 

 

 

Il nostro scomparire nasce

dalla corteccia che s'arrotonda

e si liscia prima come noce

poi mandorla perlata

 

non riusciamo a farci canto

coro unisono a sovrastare

nel silenzio delle stelle

il ritmo calibrato delle mitragliette

 

si spegne negli orti di gramigna

la candela che aveva ossigeno

dal sano fiato

            ora ansimante respiro.

 

 

 

 

Tutta la bellezza è nel canto

del ranuncolo a marzo appena sbocciato

lungo un marciapiede rappezzato

quasi in centro.

 

Un canto senza note disteso

su un sole freddo e marginale

ma lo teniamo fra ciglio e ciglio

per superare l'altra parte di noi

 

e già si ragiona su lance acuminate

di tempi e di stagioni e invece

il solo miracolo che tiene il senso

delle mie parole è un fiore da marciapiede

o da radura

un intruso nell'orrore che ferma

orli seghettati di giorni sulla cuspide dell'onda

che porta infine dove sorride la sabbia

in grani finissimi e biondi.

 

 

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