Narda Fattori
Cronache disadorne
Nota di
Mauro Ferrari - Ed.
Joker, 2007

Le
cronache disadorne di Narda Fattori, nella loro apparente nudità,
ripropongono all'interno di un paradigma espressivo essenzialmente
lirico il dissidio fra una dimensione intima, monadica e monologante -
in fondo non necessariamente sondabile ne transitiva - e la necessità
invece di ampliare lo sguardo attorno a un Io che si riconosce legato
a una datità di fatti e perso- ne nella dimensione spaziale e in
quella temporale. Quest'ultima dimensione
stride
ovviamente con la prima nell'esigere comunicazione, transitività,
colloquio. Posto in altri termini, il contrasto è fra conoscenza e
consapevolezza: l'una tesa all'annessione di sempre nuovi territori
dell'Io, l'altra più propensa al saper/si e sentir/si. In Narda
Fattori, a riprova di questa fertile tensione e dell'equilibrio
raggiunto all'in- terno di essa, domina comunque un Noi corale, che
guarda in faccia e delimita la gettatezza, piuttosto che un Io
solipsistico; esemplare, nella sua formulazione, è l'incipit «Smarrisco
il senso del multiplo / nella chiosa degli eventi in pena» (p.
27).
Se
può apparire troppo meccanico e netto tracciare linee divisorie, va
detto che la conoscenza diviene, in questa poetessa, immediatamente
consapevolezza di uno statuto ontologico precario ed effimero: «siamo
un niente raggomitolato /a terra fra semi di erica e di ginestra»
(p. 10). Come attestano il tortissimo valore emblematico delle due
piante a cui si fa riferimento, il concetto addita un profondo e
sofferto stoicismo resistenziale di fronte all'insensatezza, alla
follia e alla malvagità: così, fa ben presto capolino il lemma «resistenza»
(p. 11), idea centrale che si modula in innumerevoli variazioni
tematiche ed espressive, mentre le immagini di una cronaca inumana
prendono a dominare intere sequenze del libro, come la parte centrale
della seconda sezione, in cui il premere della cronaca si fa davvero
contusione e conoscenza del male. La «disadorna giornata»
(sintagma ripetuto nel finale) e la «vita disadorna» del testo
a p. 68 puntano sì il dito contro ciò che manca, ma anche indicano la
necessità di fare i conti con la realtà, senza finzioni e ornamenti ma
piuttosto con asciuttezza: in sostanza, è una tensione che si fa
manifestazione d'intenti poetici e programma di vita.
Se è
vero che «il pensiero / non sa nulla di un oltre al di là del muro»
(p. 26), la poetessa aggiunge pur sempre «siamo grumi di luce»
(p. 50), ad includere la ricchezza di una piena humanitas tutta
racchiusa, ci pare, nel giro dell'immanenza: «e della trascendenza
faccio /una collana immanente di conchiglie» (p. 45). È un Io, quello
che Narda Fattori costruisce poeticamente, innerbato da un passato
personale suggerito sempre con pudore (si veda la splendida poesia a
p. 29) e che in qualche modo inaugura la precarietà ma anche la gioia
quasi tragica del presente. Certo, è un presente che «ci tiene su
questa /sponda di vita come un amante/a vene recise» (p. 57; si
apprezzi il senso di provvisorietà dato dal gigantesco enjambement «questa
/ sponda»); è anche un presente che ci racchiude nell'atto pietoso
e minimale, dettato dalla Sorge, di curare «con amoroso fervore / i
dieci metri quadrati del mio giardino» (p. 31); tuttavia, questa
resa stoica è fonte di gioia paradossale: «Mi consegno a
un'appartenenza / cartesianamente ho un livido - sono -» (p. 32).
La prova del Cogito ergo sum viene qui parodizzata come un sapersi
vivi proprio perché si (com)patisce, si soffre della contusione con la
realtà.
La
poetessa ha «poca immaginazione» per il futuro (p. 28), e
tuttavia l'ultimo testo della sezione si chiude sulla nota di una
sofferta creaturalità proiettata verso il proprio destino: «non
raccoglietemi più - sono /piccola carcassa che spia / dalla soglia
l'approdo /davvero troppo uguale - un finale / senza ali ne voli»
(p. 46). Nel finale del libro ritorna la stessa identica nota, come
conseguenza della limitatezza umana e della consunzione che il tempo
opera su di noi: «il solo miracolo che tiene il senso / delle mie
parole è un fiore da marciapiede / o da radura / un intruso
nell'orrore» (p. 76). È di qui che sorgono le parole più commosse
e ferme: «II nostro scomparire nasce / dalla corteccia che s
'arrotonda / e si liscia prima come noce /poi mandorla perlata»
(p. 54); il punto centrale di questi versi ci pare proprio la nitida
similitudine con i due esempi "naturali" di resistenza. E in virtù di
questa forza, tutta racchiusa in una umanità mai esibita, ma ferma e
sicura, che la poesia di Narda Fattori rappresenta un esito lirico di
assoluto valore e purezza.
Smarrisco il senso del multiplo
nella chiosa degli eventi in pena
oh fulminare il grigio
che attorno s'alza a muro spesso
mentre la luce è artificio d'elettroni
e fìles i pensieri e la memoria ram.
La morte no la morte è sempre uguale
spaiata proteiforme umana
canta sottovoce dentro casa
la dicono pietosa e invece
sui rostri del tempo alza boati
strina di sangue polvere e selciato
ed è cieca come è sempre stata.
Mi sono persa nel presente amaro
anche il ricordo degli archi in cielo
fra girotondi ghembi e postumi di sogno
terra battuta il corpo il palmo vuoto.
Spalanco l'uscio ma l'ospite diserta
la mala mensa accattona.
Potessi stasera farmi creta
per una mano che mi modelli in soglia!
Sbrigliata lavata dal polverone
mi tengo salda a una criniera
di risate e bagattelle in via Viole
e della trascendenza faccio
una collana immanente di conchiglie
al collo una cavigliera sonante
tempio degli appestati
e rido finalmente delle mie scivolate
su bucce di banana
dritta come fuso filo arcobaleni
per cieli fanciulli.
Il nostro scomparire nasce
dalla corteccia che s'arrotonda
e si liscia prima come noce
poi mandorla perlata
non riusciamo a farci canto
coro unisono a sovrastare
nel silenzio delle stelle
il ritmo calibrato delle mitragliette
si spegne negli orti di gramigna
la candela che aveva ossigeno
dal sano fiato
ora ansimante respiro.
Tutta la bellezza è nel canto
del ranuncolo a marzo appena sbocciato
lungo un marciapiede rappezzato
quasi in centro.
Un canto senza note disteso
su un sole freddo e marginale
ma lo teniamo fra ciglio e ciglio
per superare l'altra parte di noi
e già si ragiona su lance acuminate
di tempi e di stagioni e invece
il solo miracolo che tiene il senso
delle mie parole è un fiore da marciapiede
o da radura
un intruso nell'orrore che ferma
orli seghettati di giorni sulla cuspide dell'onda
che porta infine dove sorride la sabbia
in grani finissimi e biondi.