L'antologia poetica, ha ancora senso?

Tempo fa ricevo un messaggio di posta elettronica,
che mi invita a partecipare a una antologia poetica, con l'impegno, non
vincolante ma sulla parola, di acquistare un TOT numero di copie. Il
cliché è il solito, di buono c'è che non mi obbligano se non sulla parola
ad acquistarne un certo numero. Beh, mi dico, vediamo come hanno
intenzione di combinarla. Chiedo al mio interlocutore in che
contesto voglia collocare questa antologia, in quale discorso o dibattito,
in quale orizzonte di tematiche. La risposta è: il tema è a
discrezione dell'autore. E qui continuo a non capire, perché se gli
autori sono tanti, ne vien fuori non un'antologia, ma un'accozzaglia di
testi che uno se li legge tranquillamente su Internet senza causare
l'abbattimento di alberi. Rispondo:
Capisco, ma l'idea mi sembra debole. Io
credo che l'antologia sia una cosa molto delicata e debba puntare a un
orizzonte, un'dea. Un'antologia dove, così mi pare, i temi fioccano a
sorpresa, non c'è un palinsesto critico che li contenga né un dibattito
in corso nel quale l'antologia si inserisca come contributo, mi sembra
un'idea azzardata al di là delle copie vendute e stampate.
Francamente non mi ci metterei col mio nome,
che non è certo un nome che conta, ma per coerenza: sarei in
contraddizione con i miei principi sul modo di editare e diffondere
cultura e con le mie stesse convinzioni come critico. Anch'io sono
molto d'accordo con iniziative di solidarietà, ma in altri modi.
Vi auguro comunque un buon successo
Non mi
sembrava di aver scritto cose folli: chiedevo semplicemente in quale
pentola andavo a cadere, perché non mi va di cadere in tutte le pentole,
magari un qualcuna mi ci trovo male.
La
risposta mi ha annichilito:
Ti ringrazio. Ti darei ragione se nel
post-moderno (sostantivo che Pietro Rossi non ama molto, ma con cui
dobbiamo fare i conti) avesse ancora senso il concetto di "progetto".
Per me, è l'antologia a nascere dal dibattito, e non il dibattito a
nascere dall'antologia. Il curatore è un moderatore, e non un
orientatore.
Ora, Pietro Rossi era un mio compagno di classe, un
gran rompicoglioni, e fa l'elettrauto. L'idea di fare i conti con
Pietro Rossi per questa storia mi suona invero strana. Mah! E
perché mai "noi" (noi, chi?) dobbiamo fare i conti con l'elettrauto
per mettere su un'antologia? Tanto più che sono d'accordo con Pietro
Rossi: del Postmoderno a me non me ne frega niente, perché è una diagnosi
psichiatrica, non una categoria. A me piace lavorare sulle categorie
vere, non sulle parole vuote. Strana questa pretesa dei
contemporanei di definire per i posteri come debba collocarsi la loro
epoca, come debba chiamarsi, ecc. I medioevali mica sapevano
di esserlo. Anzi, credevano di essere modernissimi in rapporto ai
latini o ai greci. Aristotele si credeva modernissimo di fronte ai
presocratici, che criticava, giustamente, ma noi consideriamo Aristotele
un grande dell'antichità, non della modernità...
D'accordo, consideriamoci pure nel postmoderno,
tanto l'antologia sempre di carta è. Questo signore mi dice che deve
"nascere dal dibattito", ma dal momento che io avanzo due o tre obiezioni,
appunto per sollevare un dibattito, mi si risponde con la stessa mia
obiezione (infatti: ma dove sta il dibattito in una antologia messa in
piedi in questo modo, praticamente... a caso? Praticamente è come
quello spartito che John Cage distribuì in non so quale occasione, nel
quale c'erano forse alcune note e l'avvertenza: "da qui in avanti i
maestri dell'orchestra suonano secondo la loro ispirazione". E
allora uno suona un adagio in stile mozartiano, un altro una marcia
funebre, un terzo una melodia di Lorenzo Perosi e le percussioni
martellano un po' a caso, come viene). Capisco l'idea di Cage, di
fare in modo che la musica sia un evento irripetibile, ma un'antologia è
stampata in un certo numero di copie e se non la bruci la rileggi quante
volte vuoi. Il curatore è un moderatore, e sono d'accordo. Ma
che cosa modera se non sa neppure lui cosa deve moderare? Chi è, il
facilitatore del caos? E che cosa sta dietro questa parola
"moderare"? E perché si dovrebbe moderare senza un progetto?
Uno che modera che fa, se non ha un progetto, un'idea, un orizzonte?
Diciamo che fa il raccoglitore di bigliettini, li mette insieme e ne esce
fuori l'antologia? Io ho paura di chi non sa che cosa vuol fare, di
un "moderatore" che non mi spiega i limiti del suo mandato. Mi sa
tanto di rivoluzione dall'alto, molto ideologica, l'ideologia dell'anti-ideologia.
Ma forse è solo criticità uguale zero. Dall'ipercriticismo
all'a-criticismo, forse questo il il "nuovo" che sta venendo avanti.
Questa idea editoriale assomiglia alle poesie
incriticabili. Ci sono delle poesie che non sono criticabili per il
semplice motivo che non sono poesie ma riflessioni solipsistiche ogni
tanto interrotte da una cesura. Questa idea infatti non è
criticabile perché parte da un dato di fatto per nulla vero (che il
"progetto" non abbia senso) assunto come verità alla base di questo...
progetto, perché in effetti è un progetto - e che cosa di altro?
Fare un'antologia implica progettare un evento che si realizza in forma
concreta. Il fatto che tu non mi spieghi che cosa hai in mente, non
significa non avere un progetto. Che peraltro mi sembra evidente:
vediamo un po' se c'è qualche gonzo che ha in mente di farsi pubblicità
con una poesiola di riffe e di raffe, qualunque essa sia, e su questa
aspirazione narcisistica ci costruiamo un lavoretto. Io la leggo
così.
Piuttosto, alle antologie io ci credo. Credo
ad esempio che si possa costruire una buona antologia su un tema che
indichi un ruolo della poesia nella società. La poesia non sono
tanti fogliettini appiccicati l'uno all'altro, ma un progetto di vita e un
progetto sociale e una visione del mondo, di chi ci sta dentro e di quello
che fa o è.
Parteciperei con molto piacere ad una antologia dal
tema "La poesia nella società delle mafie", ad esempio. E non è
detto che non metta in piedi questa iniziativa, se avrò disponibilità
finanziarie. Lì saprei cosa scrivere e anche con una certa passione
e ispirazione.
Ma a un progetto di ramazza, come quello sopra
descritto, non saprei cosa scrivere. Mi sento dentro l'ingiunzione
paradossale di uno che dice: "tu sei poeta, vuoi dire delle cose?
Ecco, hai la libertà di dire quello che ti pare. Perché non parli"?
Perché la proposta è così libera da essere autoritaria, ecco perché.