Gianmario Lucini

Alessandro Assiri

Lo sciancato e Caterina

 

ISBN 978-88-98677-57-3, pp.48, f.to 17 x 24  € 10,00

 

 

 

 

Travagliata e densa la scrittura di Assiri, un autore che da vent’annicerca una sua linea espressiva, in un tempo nel quale, a suo giudizio, i contenuti sono in crisi. La poesia di Assiri, che in questo quaderno si mescola alla prosa poetica, è da sempre orientata all’altro, al rapporto fra le coscienze, volgendosi quindi alle problematiche sociali o, come in questo caso, psico-sociali. L’orizzonte nel quale si dipana questa suo ultimo lavoro è ancora più ristretto, ossia la storia dei rapporti interpersonali con l’altro più prossi-mo, guastati dall’ideologia dell’eroina.[G. Lucini].

 

[...]  Quali sono i messaggi che qui si paventano?

Dall’alto della nostra inesaustività possiamo ipotizzarne alcuni. Lo spae-samento, che è insieme disillusione e deterritorializzazione di tempi, luoghi, scritture, pitture, musiche, gesti. Allo spaesamento si affianca il “sistema degli addii” (“Nel sistema degli addii ci sono i terremoti sconquassano la casa dove siamo nati”). Nella letteratura assiriana gli addii si ripropongono in maniera pressoché costante, rinvengono quasi sadicamente dalle pieghe (e dalle piaghe) tra la chiara luce (dell’abbacinamento) e l’abisso (l’oscurità totale) come impronte lasciate a tatuare il costato. Ma Assiri sa bene che, in letteratura, nessuna impronta è destinata all’immortalità. Il linguaggio del-l’invettiva, per così dire, antipatica pretende, per la sua veicolazione, un inchiostro simpatico destinato a cancellarsi e sparire o, se preferite, un linguaggio condannato alla sua stessa ri-definizione, vuoi solo per unifor-marsi ai viaggi, ai traslochi, agli spostamenti, a quel gesto, sempre doppio e simultaneo, in cui ci si fa attraversare mentre si attraversa. In una sola parola, per uniformarsi alle deterritorializzazioni  cui si accennava poco più indietro.

Da qui la venuta-in-presenza (o, se preferite, l’evocazione dell’assenza) di un ulteriore sistema, anch’esso seriale come quello degli addii. Mi riferisco al sistema dei nomi. Un sistema doppio, perché rinvia ad un altro sistema che è quello della deterritorializzazione della scrittura verso altri linguaggi: quello musicale (“e Demetrio che la guerra la faceva con la voce come ironia di tutta la lirica che spezzando parole accendeva la luce”) o quello pittorico (“come Francis che era carie dalla polpa”). Così facendo (l’evocazione in presenza dell’assente) il sistema dei nomi sistematizza gli addii attraverso la declinazione delle nominazioni, vuoi solo perché ogni nome viene proposto non come mero ricordo citazionistico ma attraverso un concetto che conclami la sua apparizione (“e io mi immaginavo Elio che scriveva a Carla di fiori nella pattumiera come natura morta che non sarà mai più pittura”; “incontrò un quadro di Jackson che gli sembrava indulgente, come suo padre che lavava il mondo dallo sporco o lo ammucchiava ai lati”). Perché di apparizione si tratta, o forse di una visione, dell’urgenza di far rinvenire i propri fantasmi, di far riaffiorare dallo stagno melmoso dell’indifferenza i cadaveri dei propri punti di riferimento in cui, molto semplicemente, differirsi (“Per sfuggire ai fantasmi bisogna portarseli dentro”) e, naturalmente, «annientarsi». [Enzo Campi]

 

È questa la prima e forse unica introduzione a un libro che non sia scritto da me. Non amo introdurmi negli altrui libri. Scelgo dunque di rompere questo patto con me stesso non per amicizia, né per senso di piacere, ma perché in Assiri scorgo l’esempio autentico di uno scrittore finito che dice a se stesso: “e io come scrittore non valevo già un cazzo”.

Non si tratta d’un papiniano uomo finito che si sente un grande scrittore, ma d’un uomo che ha finito per condannarsi scrittore e che, nel suo “non valere”, nemmeno può sfuggire all’atto drammatico dello scrivere perché impossibilitato a superare questa dipendenza, drogato da una scrittura che non salva. In tutto questo v’è un uomo punito dalla stessa scrittura, dal fascino dell’inadeguatezza, e infine “sciancato” dall’atto di scrivere. Ma non si tratta di quegli sciancati di cui parla Carducci – come se tutti gli sciancati che scrivono versi dovessero aver carrozza – perché Assiri rinuncia da subito alla carrozza e abbatte anche i cavalli. Egli è consapevole della violenza del proprio limite, di ciò che nell’essere detto e scritto non è mai abbastanza, attratto a tal punto dall’imperfetto tanto da elevarlo a forma d’arte attraverso una scrittura sbeccata, quasi fosse un continuo battibecco tra lettere e parole, un balbettio d’immagini e immaginazione che sbattono il muso sulle reali “cazzate”. [Serse Cardellini].

 

 

 

 

Eri l'ombra ad aspettare i miei occhi io sempre dietro andare verso la pelle che volevi

quella più magra poco prima di inciampare

uscita dal rifugio senza scoperto dove stare

 

 

le parole che si scrivono per non farsi trovare lettere aperte e camice da stirare

rimanevo con i progetti appesi a un filo con le speranze un tanto al chilo

contare i minuti come fossero affermazioni distintivi francobolli collezioni

 

 

 

il nostro immobilismo dipinto inguaribile ottimismo di un deserto gremito

forse si esce in altro modo senza sbattere né porta né chiodo

dove c'è piazza dovrebbe esserci cielo

 

 

 

il male sepolto non è quello assoluto esser soltanto sonno e nome

una lingua raggrinzita dell'unico animale che viene al mondo piangendo

mentre non siamo null'altro che mesi e raffreddori

 

 

***

 

poesia del socmel endecasillabo sul finale

 

 

Nell'aria un odore mieloso di farmaci equivalenti

le nostre mani a disegnare l'aria

come si rompe il digiuno.

 

Quando spacciava Diana, c'era un piccolo errore

nella lingua di stagnola

le accarezzavo la testa

nell'unico modo per non farmi dire basta.

 

Ci si incrociava di denti e di capelli

in materassi pieni di insulti

dove ti potevo cercare

solo quando finivi.

 

Più in basso alla stanza

dichiarandosi dentro

ci sorrideva tua madre

per convincerci a smettere.

 

 

 

Adesso col bifidus siamo sgonfi e regolari

sudare è già pentirsi senza andare di corsa

 

 

*** 

poesia delle lettere cadute per terra

 

 

La lotta quotidiana contro le macchie difficili

difendi il tuo bucato innocente.

 

 

***

 

poesia del carnevale delle parole andate a male

 

 

si ringrazia chi mi pare.

 

 

***

 

Caterina si prende l’odore con le mani, l’allunga con le labbra in un dire lungo e magro che consegna quel che porta, nel niente in cui si è rimpinzata e che l’ha fatta dimagrire. E tu dimmi cosa ho fatto di così cattivo da lasciarmi vivo, qui dove piove merda tutti i giorni che si sia a Natale oppure nei dintorni.

 

Terminal S

 

Parla in terza persona, forse quella vera, ha mani che somigliano a quello che gli sfugge e così tanti giorni da non restarne uno. Con la faccia appassita e il piacere che resta nella parte tagliata o come un terminale dalla spina scollegata, lo sciancato riconta ogni vita che smonta.

 

[   ]

 

Lo sciancato ha un io, nulla a che fare con un viso, non è mai dove si cerca eppure lo si trova, si muove in piccolo come il paradiso, e mie le parole che vorrei dirgli, tutto il male che vorrei fargli, perché non ho trovato di meglio in tutto il tempo che son rimasto sveglio che immaginarlo come un mago nel mio braccio come un ago.

 

 

Note di lettura

 

Lo Sciancato e Caterina sono figure che concludono e rovesciano le geometrie esistenziali di deriva di Alessandro Assiri, il quale in questo libro ha trovato una struttura chiara e definita ad un suo percorso di poesia:

La  traiettoria cercava  l’ideale ed è ricaduta su sé stessa.

La  parallela andava nello spazio urbano con la sua costante devianza approfondita vissuta e studiata nel rapporto fra quella personale / collettiva della sua generazione.

Il perimetro nasce dalle parole annusate sui corpi.Le voci perdute del tempo. Le ristrettezze necessarie a tutte le dismisure affrontate con coraggio.

In questo libro, costantemente, si muovono due figure circolari e concentriche a ritmo straniante per tutto quanto passa in lettura.

Lo Sciancato ha la cinetica mancata della fuga impossibile mentre Caterina vorrebbe concentrare ed annullare una dispersione che la annichilisce.

Questi esseri paradossali, accostabili figurativamente alla pittura dell’espressionismo pittorico di Ensor, abitano in effetti dei quadri narrativi che l’autore ha distanziato con la scrittura ,per proiettarli in un tempo da minutaggio concluso ed in ambient e terminal che sono contenitori creati per il nulla.

Gli attori di questo libro entrano in scena alla fine di cronache e novelle minime disseminate in un arcipelago di frammenti registrati dal corpo del poeta e dalla sua interazione diretta con la realtà della vita che ha condiviso per quanto gli è accaduta di vivere con i suoi compagni e si posizionano come nel teatro afasico di Samuel Beckett con uno spessore lirico che fa intuire la consapevolezza raggiunta dalla paradossalità. Qui Alessandro Assiri si sente pungere da nuovi desideri che si stanno affacciando per essere propulsivi alla sua immaginazione.

[Alberto Mori]

 

Commento di Beppe Costa: http://beppe-costa.blogspot.it/2014/09/lo-sciancato-e-caterina-di-alessandro.html 

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