Gianmario Lucini

Marina Pizzi

Segnacoli di mendicità

 99 poesie

 

ISBN 978-88-98677-51-1, pp. 116, € 12,00

 

 

 

 

 

La poesia di Marina Pizzi si caratterizza, per quanto riguarda l’aspetto formale, da un verso all’apparenza regolare. Questa regolarità è però legata alle esigenze della musicalità che l’autrice cerca, una sua regola, non esplicita ma costante, con abbondanza di omofonie e allitterazioni, che si innestano nella prosodia. Il verso è peraltro segnato da frequenti cesure, che non seguono il senso ma piuttosto il gioco fonico di cui si sta dicendo. L’autrice crea quindi una specie di ordito di suoni, un contrappunto sul quale innesta il materiale linguistico.

Il secondo aspetto riguarda appunto la lingua che appare progettata, continuamente cercata, soppesata. Prima di tutto nella sua sonorità, che è frutto della ricerca “musicale” di cui sopra abbiamo detto, ma poi anche in frequenti giochi, rimandi di significato, a volte giustapposizioni o anche contrapposizioni che generano significati insoliti e inediti sui quali, come vedremo, è inutile (a nostro avviso) soffermarsi “cercando il pensiero dell’autrice” che, ne siamo convinti, fa di tutto per non seminare significati certi e definiti nei suoi lavori.

Ancora, è una lingua che procede per associazioni mentali, a volte velocissime, oltre che per associazioni foniche. L’autrice non cerca però di esplicitare l’associazione, insomma di “spiegare” o rendere più comprensibile in termini di significato le sue associazioni: semplicemente le trascrive così come le vengono alla coscienza (qui infatti il ruolo dell’inconscio “generatore di simboli” è evidente e, per dirla in termini freudiani, l’autrice cerca appunto di eliminare invece il ruolo della coscienza, del “censore” che tende a lasciar passare soltanto quello che la riflessione, appesantita da tutti gli orpelli degli schemi mentali personali e delle convenzioni sociali, decide che è bene far passare). [...] L’autrice cerca quindi di creare un ambiente sonoro, nel quale il lettore deve immergersi non per “capire” ma per sentire, anche in senso forte, nel senso di “stare” in questo orizzonte, di abitarlo. La poesia di Marina Pizzi è quindi difficile perché chiede, anzi esige, un abbandono, nel senso di mettere da parte i propri schemi mentali di “lettore di poesia” o di “critico della poesia”, ma nello stesso tempo chiede a colui che legge o recita questi versi una fatica creativa più che interpretativa nel senso tradizionale. La poeta chiede insomma di essere poeti per entrare nel suo gioco linguistico. Paradossalmente non ci offre perciò il “suo” verso o la “sua” poesia, ma ci stimola a sentire la “nostra” poesia, un po’ come negli spartiti musicali di John Cage, nei quali spesso non vi erano note musicali ma soltanto indicazioni e suggerimenti o al massimo qualche frammento tematico, che gli esecutori suonavano seguendo l’ispirazione personale del momento. [G. Lucini]

 

 

3

 

l’altare della scissione è stato il plasma

il sangue in pasta con il pane nero

così triste la stanza di paese

con il panorama magnifico.

tutto parve bello eppure un velo

di morte consegnò per remoto

il padre dello sguardo. la rana pigra

capì il disilluso le gemellari caverne

del vento capitano. a due a due i ladruncoli

del fango ebbero castello alla faccia

del giusto. in fondo le costiere

murarono se stesse. così finì l’albore

finì l’abbecedario.
 

 

 8

 

ho visto un eremo sbadato

giocare al lunapark

con le conchiglie dei parchi innamorarsi

similoro e bagliore in greto al fiume

come un principe fatato e senza voglie

più che felice. il corrimano della scala mobile

mi chiama al dovere di arrivare

dove il malato è plasma infetto

dove il varo delle rondini non serve

a far felice un discolo. qui si arena

il ditale della sarta senza cucire

vedova. vale l’angolo di commettersi

colpevoli. pensati senza l’anima salva coste.

in meno di una capanna ho visto l’indice

delle fazioni in campo senza l’arcangelo

del polo del freno. si chiama shock l’arena

delle tenebre bambine botaniche le rese

nelle sabbie mobili e le paludi spie.
 

 

25.

 

nomea del buio stare con le pietre

per spaesarsi dentro le chimere

di regole del dubbio. meno che meno

è vita le macedonie delle bestemmie

in dolo in atto in perno di nomea.

eppure le doglie delle creature

vendemmiano cipressi neonati

per le lenti botaniche del bello

per le nature di fati che non stempiano.

le grandi emergenze delle favole

sono al gerundio di capire il mondo.

 

 

 

76.

 

la mela sterile che appassisce in terra

ripete le cartelle dell’obitorio

quelle penombre a vuoto non più duttili

del gioco dei dadi. in mano al crisantemo

del perpetuo il tuo passire nel gergo

della terra. le statue fredde riflettono

le mani visitanti rimorsi

nel simbolo pensanti. in chiodo alla nomea

il grido della vanga che gareggia un pulpito

migrante. non c’è nessuno nel fulcro

della gronda nel colosseo demolito.
 

 

 

 

93.

 

caos da culla

[se ne consiglia la lettura ad un pubblico scarnificato]

 

così si piange con l’elefante in mano

senza pensare che la ciotola è sbiadita

oltre il residuo del grano. senza senso

ti parlotta il guaio di far sentiero l’io.

il musico mutilo è solo un nome

di sopportare le frasi della comica

senza atto di riso. per le smorfiette

televisive ho perso l’oasi e la sciabola

del caso delle rimostranze pro o contro

non importa proprio a nessuno. tu tienimi

i polsi voglio vincere la voglia di uccidere

tutti i calendari gli orologi le giostre di fulcro

con le caviglie vizze. non venirmi a dire

che la pace viene mantenuta dalla biologia

notturna. tutti si rammentano di una altana

tanto aperta alla campagna musicata dal faro

del petto di guarigione. non starmi a dire

che è giorno di stipendio per il dio della spiaggia

pagato granello per granello di sabbia.
 

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