Gianmario Lucini

AA.VV.

La disarmata

 

ISBN 978-88-98677-53-5, pp.72, € 10,00

 

 

 

 

 

Libro ironico e frizzante, che tocca una vasta gamma di sentimenti e di emozioni. Il "centro" e filo conduttore dei cinque poeti che pubblicano altrettante sillogi, è la città di Napoli, La "napoletudine", il carattere del napoletano, così vario e insieme vivo. La prefazione (che è stata inserita come "postfazione", per una migliore economia della lettura, è stata affidata a Elio Grasso.

 

Il petit grand tour di avvio affida a dieci scrittori americani dieci cartoline dei punti maggiormente presenti nell’immaginario e nella vita cittadina, declinate secondo le rispettive sensibilità nella diagonale di sbieco letteraria, che da sempre traversa, perigliosamente inclinata, l’esuberanza napoletana. Ne deriva di seguito un illogico discorso sulle “rettoriche”, antropologiche e politiche, che tambureggiano nei millenni la Campania infelix, variando nelle diverse bolle spazio-temporali solo le forme, maschere teatrali su un fondale di sfregiata cavità.

La concretezza di uno stradario diventa emblema di logos insieme percettivo e filosofico, specchio di un barocco secco e orfico che dilata come in un microscopio le solitudini e le emozioni umane lungo le vie antiche o fintamente ipermoderne di una città che acquista toni metafisici, sino ad addentrarsi con uno zoom nella zona orientale, storico insediamento di un proletariato industriale spazzato via dalle logiche post-moderne che inverano nella fagocitazione del territorio quasi un averno ormai sin troppo noto.

Nel labirinto delle latitudini la geografia finale si curva nell’invettiva pop e amarissima, dove traspare, nel gioco del trash, feticcio contemporaneo, una tensione etica tenace specie se sconfitta come accade in questo cerchio volutamente aperto dove Napoli si amplia a Italia, povere patrie, senza armi né più terra né pensiero. Resistere non servirà a niente, ma francamente altro non c’è dato. [Nota degli autori]

Gianni Montieri

Raymond Carver a San Martino

 

Scattare una fotografia da quassù
con i capelli di Tess nell’inquadratura
l’obliquo perpetuo dove crollano
le mura. Una chiave, un foglio, un incipit

 

con la parola mare e un altro di rinuncia
per commozione, per sottrazione, trovare,
intanto che accavalli le gambe sul muretto,
l’aggettivo unico, il tempo e la ragione

 

poi passa un cane uscito da un ricordo
scoppia un tramonto irreversibile
fermo come il rosso di certi nostri laghi
o il mio orologio dall’agosto dell’ottantotto.

 

 

Viola Amarelli

doxa

 

Affogammo, tra cumuli di

plastica, allumini, tubi già innocenti

incuranti metastasi di merci

 

ingoiammo fossili refoli di vento,

l’eccedenza di stock, i filamenti

brillavano inesausti prendi prendi

 

intossicammo la mielina coi midolli,

incapsulati, polistirolo espanso

colorando di nero seppie ataviche,

pillole e polveri per tirare avanti.

 

Bruciammo terra, i polmoni, le radici

continuando a ripeterci bugie,

sopraffatti, sconfitti, aspettando ci regalassero

 

gli avanzi, mentre ci chiedevano insistenti

su cavi, satelliti, diapason impazziti

se fossimo – e perché no – felici.

 

 

Francesco Filìa

Piazza San Gaetano

 

(A Raymond e Gianni)

 

Era la pausa per le mazzate, prima

del catechismo a una colpa

irrimediabile e mai commessa,

tra reperti abbandonati, chiostri

e palazzi addossati al silenzio

di questo gotico meridionale. Spazio

sovrapposto e millenni, capitelli e sezioni

di colonne accatastate,  come parco giochi.

Passato e un futuro di strati sepolti

coincidono nella voragine del foro

mentre noi continuiamo ad inseguirci

su gradoni bagnati e lucenti

ad acchiapparci e scomparire dietro

un pilastro e riapparire improvvisi

e senza fiato  in una banda

che si scompone e ricompone

come uno stormo di uccelli impazzito.

Vedo le tue spalle, come fiamme,

non voltarsi. Unica ad entrare nel patto

di questo pomeriggio furente. Il pegno

che accetti di pagare è questa

gomma appiccicata tra i capelli ed io

per mostrare la mia gioia

di essere, qui, con te, ti lancio

la prima pietra tra le mani e poi il sangue

nient’altro che il sangue

e l’atrocità di un sorriso accennato.

 

 

Vincenzo Frungillo

La casa

 

Vivo in una casa vuota,

ma di cosa dovrebbe essere piena una casa?

 

Resta solo l'utilizzo mancato

d'ogni oggetto, lo puoi vedere, certo,

strabuzzando gli occhi

come facevi da ragazzo,

fissandoti allo specchio:

il petto nudo, e tutto il resto,

spezzato nel mezzo,

un capezzolo che guarda il cielo

(l'altro l'inferno).

In questo sei un mitico busto,

con i vestiti di tua madre tutto intorno,

la macchina da cucire

che fissa i punti alle gonne.

Allora aspettavi il padre,

l'occhi mansueto del tempo.

Di questo non puoi avere rimpianto,

nemmeno adesso, che la rosa nel vaso

fa la muffa lungo lo stelo.

Lo dici a te stesso, riflesso nel vetro:

"I vestiti che indosso

li darò in pasto agli zingari del centro".

 

 

Immo

poesia: disoccupazione

 

Oggi sono uscito dalla torre nella conca di luce

e bianco di piazza carlo terzo, nelle asperità di pietra

d’ottocalli sudato fino alla lapide di capodichino.

 

Nell’ufficio felice, ero bagnato sopra ai capelli

e ho detto scusate ma lui mi parlava come si parla a un re

ed io avevo il collo otturato dai pensieri.

 

La stanza era il regno - federico comprese la natura

burocratica dell’umano, e tu non sai che felicità uscire con le carte

in mano, non sai cosa ti perdi.

 

In questa strada noi puntiamo dritti ai capannelli,

Non vi è mai nessuno che cerchi d’umiliarti in questi gangli,

Che sollievo napoli sapere che il nemico è sempre a fianco a te.

 

Con devozione e calma, lo scardanelli dei miracoli

 

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