Gianmario Lucini

Osip Ėmil'evič Mandel'štam

30 poesie scelte

 

ISBN 978-88-98677-52-8,   17 x 24 pp. 64, € 10,00

 

 

 

 

Mandel'štam è particolarmente caro al lettore italiano, per la sua dose di ironia ebraica sapientemente mescolata all'ansia di libertà, al senso della tragedia umana, all'idea di dignità. Il volume, sapientemente tradotto da Paolo Statuti e introdotto con il solito acume dalla Prof. Claudia Scandura della "Sapienza" di Roma, riporta trenta fra le più rappresentative poesie del nostro autore, che è un po' il simbolo della libertà del poeta di fronte ad ogni condizionamento e ad ogni potere.

 

Nei suoi versi Mandel’štam dialoga con molti secoli, dall’ellenismo al XX secolo, perché profondamente consapevole del legame vivo fra il tempo e la parola poetica. Con la sua opera il poeta supera le divisioni fra le varie epoche e conserva immobile il fluire del tempo attraverso immagini che rappresentano la natura e immagini che rappresentano la cultura, come la notte che rappresenta l’ispirazio-ne, l’irrazionale, il principio dionisiaco, e il giorno che porta con sé la possibilità di conservare la cultura, la chiarezza, il principio apollineo, entrambi indispensabili alla poesia.

Se nei versi scritti prima dell’adesione all’acmeismo (il movimento fondato con Anna Achmatova, Nikolaj Gumilev e altri, in aperta polemica con il simbolismo), predominano temi personali, impressioni, ricordi, “Ho un corpo - che fare con esso,//Così unico e così mio?” emozioni, “una tristezza inesprimibile // Aprì due grandi occhi”, e obiettivi precisi: “leg-gere soltanto libri per l’infanzia (…) uscire da una profonda tristezza”, a partire dal 1912, l’attenzione di Mandel’štam si concentra su una serie di realia oggettivi e culturali. Il lessema centrale di questo periodo è la pietra (kamen’), che dà il titolo alla sua prima raccolta poetica e di cui viene sottolineata la “pesantezza” che trascina l’eroe lirico a fondo, nell’abisso, vale a dire, nel non essere. La pietra, come anche il cielo che simboleggia l’eternità, e soprattutto Pietroburgo/Petropolis, la città di Pietro costruita con la pietra, dove anche Atena, dea del mare, porta “un possente elmo di pietra”.

Il poeta arricchisce progressivamente il suo discorso poetico con la parola quotidiana,- preferendo la rosa vera al simbolo della rosa, come lui stesso aveva scritto nel manifesto acmeista,- cambiando così il ruolo del contesto che diventa il fattore organizzativo dei suoi versi. Ricorre a termini architettonici e anatomici, una sorta di codice universale che gli permette di meglio comprendere le leggi dell’arte. Da questo punto di vista, esemplare è la poesia del 1912 “Notre Dame”, una sorta di anatomia del duomo francese dove la volta a crocieragioca con i muscoli”, “la forza si prende cura degli archi”, la parete è “massiccia” e le costole sono “mostruose”. In questa immagine della chiesa si può anche vedere la metafora della poesia come espressione artistica, perché anche il poeta dalla “cattiva gravezza” (come quella da cui è nato il capolavoro architettonico) un giorno potrà creare “belle cose”. [...]

Negli ultimi decenni si assiste a una grande riscoperta di Osip Mandel’štam, cui non è certo estranea la grande ammi-razione tributatagli da Paul Celan che lesse le sue poesie in vecchie edizioni antiquarie scovate a Parigi e le fece conoscere in una splendida e personale versione (Gedichte, Frankfurt a/M 1959) e da Josif Brodskij che nel discorso per il Premio Nobel lo nominò, insieme a M. Cvetaeva, A. Achmatova, R. Frost e W. Auden, come uno dei poeti che si sarebbero dovuti trovare al suo posto e che lo definì in un saggio a lui dedicato: un poeta della civiltà che diede il suo contributo a ciò che l’aveva ispirato”.

[...] Le versioni di Statuti tracciano un itinerario da sud a nord: da Roma, dal Mar Nero verso la Francia e la Germania, se-guendo quello che è il cammino seguito dalla nostra civiltà. La sua scelta è molto personale: privilegia il tema classico e pietroburghese e offre significativamente uno spazio minore agli anni Trenta, il cosiddetto periodo di Voronež, quando è l’angoscia esistenziale a dominare il poeta. Evitando la scappatoia del verso libero e servendosi in prevalenza dell’en-decasillabo, il traduttore riproduce rima e assonanze degli originali, indispensabili per rendere le complesse immagini che Mandel’štam costruisce con rigore quasi geometrico. Leggendo i versi del poeta russo come spartiti musicali e sottolineandone le sonorità, Statuti ci offre così una nuova e originale possibilità di lettura. [Paola Scandura]

 

 

Notre Dame

 

Где римский судия судил чужой народ,

Стоит базилика – и, радостный и первый,

Как некогда Адам, распластывая нервы,

Играет мышцами крестовый легкий свод.

 

Но выдает себя снаружи тайный план:

Здесь позаботилась подпружных арок сила,

Чтоб масса грузная стены не сокрушила,

И свода дерзкого бездействует таран.

 

Стихийный лабиринт, непостижимый лес,

Души готической рассудочная пропасть,

Египетская мощь и христианства робость,

С тростинкой рядом – дуб, и всюду царь – отвес.

 

Но чем внимательней, твердыня  Notre Dame,

Я изучал твои чудовищные ребра,

Тем чаще думал я: из тяжести недоброй

И я когда-нибудь прекрасное создам.

 

1912

 

Notre Dame

 

Dove il giudice di Roma giudicava gente straniera, -

Si erge un duomo, e gioioso e primo,

Come un tempo Adamo, tendendo i nervi,

Gioca con i muscoli la volta a crociera.

 

Ma si tradisce all’esterno il segreto piano:

Qui la forza si prende cura degli archi,

Perché non si frantumi la massiccia parete,

E della proterva volta resta inattivo l’ariete.

 

Labirinto irruente, bosco impenetrabile,

Dell’anima gotica ragionevole abisso,

Potenza egizia e cristiana timidezza,

Un giunco e una quercia, e ovunque il re e il piombino.

 

Ma quanto più attento, rocca di Notre Dame,

Io studiavo le tue costole mostruose, -

Tanto più spesso pensavo: da una cattiva gravezza

Anch’io un giorno creerò belle cose.

 

1912

 

 

 

*  *  *

 

В Петрополе прозрачном мы умрем,

Где властвует над нами Прозерпина.

Мы в каждом вздохе смертный воздух пьем,

И каждый час нам смертная година.

 

Богиня моря, грозная Афина,

Сними могучий каменный шелом.

В Петрополе прозрачном мы умрем, -

Здесь царствуешь не ты, а Прозерпина.

 

1916

 

 

 

Nella diafana Petropolis noi moriremo,

Dove Proserpina regna su di noi.

L’aria della morte in ogni alito beviamo,

E ogni ora è per noi il tempo della morte.

 

O terribile Atena, o dea del mare,

Togli il possente elmo di pietra.

Nella diafana Petropolis noi moriremo, -

Qui non sei tu, ma è Proserpina a regnare.

 

1916

 

 

 

Ленинград

 

Я вернулся в мой город, знакомый до слез,

До прожилок, до детских припухших желез.

 

Ты вернулся сюда, - так глотай же скорей

Рыбий жир ленинградских речных фонарей.

 

Узнавай же скорее декабрьский денек,

Где к зловещему дегтю подмешан желток.

 

Петербург, я еще не хочу умирать:

У тебя телефонов мои номера.

 

Петербург, у меня еще есть адреса,

По которым найду мертвецов голоса.

 

Я на лестнице черной живу, и в висок

Ударяет мне вырванный с мясом звонок,

 

И всю ночь напролет жду гостей дорогих,

Шевеля кандалами цепочек дверных.

 

Ленинград, декабрь 1930

 

Leningrado

 

Sono tornato nella mia città, nota fino alle lacrime versate,

Fino alle vene, fino alle glandole dell’infanzia enfiate.

 

Sei tornato qui – allora ingoia senza indugi

L’olio di pesce dei fluviali fanali.

 

Il giorno di dicembre hai ravvisato,

Dove alla funesta pece il giallo è mescolato.

 

Pietroburgo! Io ancora non voglio morire, lo sai:

Tutti i numeri dei miei telefoni tu hai.

 

Pietroburgo! Io gli indirizzi ho ancora,

Dove le voci dei morti troverò ognora.

 

Io su una buia scala vivo, e nelle tempie come martello

Mi batte estratto con la carne il campanello,

 

E la notte intera aspetto le care persone,

Scotendo i ceppi delle catene sul portone.

 

Leningrado, dicembre 1930

 

 

 

*  *  *

 

Я пью за военные астры, за все, чем корили меня:

За барскую шубу, за астму, за желчь петербургского дня.

За музыку сосен савойских, полей елисейских бензин,

За розы в кабине ролс-ройса, за масло парижских картин.

Я пью за бискайские волны, за сливок альпийских кувшин,

За рыжую спесь англичанок и дальних колоний хинин,

Я пью, но еще не придумал, из двух выбирая одно:

 Душистое асти-спуманте иль папского замка вино...

 

Апрель 1931

 

 

*  *  *

 

Io brindo agli aster militari, a tutto ciò che m’hanno rimproverato:

Alla pelliccia signorile, all’asma, al fiele del giorno pietroburghese.

Alla musica dei pini di Savoia, alla benzina dei Campi elisi,

Alle rose dentro la Rolls-Royce, all’olio dei quadri parigini.

Io brindo alle onde di Biscaglia, a una brocca di panna alpestre,

Alla fulva boria delle inglesi e al chinino delle lontane colonie,

Io brindo, ma ancora non ho escogitato, di due scegliendo uno solo:

L’aromatico Asti spumante o il rosso vino Castel del Papa...

 

Aprile 1931

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