Gianmario Lucini

Arnaldo Éderle

Le magnifiche donne di Glencourt

 

ISBN 978-88-98677-44-3, pp. 120,  € 12,00

 

 

 

 Con la prefazione di Vincenzo Guarracino, viene pubblicata quest'ultima opera di Arnaldo Éderle (ultima non cronologicamente, in quanto era già terminata e soltanto da rivedere e ri-sistemare già tre anni or sono e viene pubblicata dopo gli importanti Poemetti per Negrura, da noi edito nel 2012 e Burlesque, edito da LietoColle nel 2013).

Le magnifiche donne di Glencourt assorbe un poco dei caratteri di Burlesque (o viceversa) e un poco ci rimanda alla sua atmosfera, in particolar modo nella sezione di epilogo, che dà il titolo a tutta la raccolta e che narra una fantasiosa epica, uno scontro fra donne scimmiesche e omuncoli dalla testa grossa e dalle gambe storte, che evocano immagini di un medioevo di chierici sbandati che si legge in Carmina Burana o lo spirito sornione del Rabelais di Gargantua e Pantagruel).

É però nella prima parte, dove il poeta riprende alcuni schemi metrici provenzali e nella sezione dedicata alle parti del corpo, nella quale egli riprende alcuni stilemi tipici del gusto medioevale, che l'omaggio al Medioevo appare più manifesto. Certo, non si tratta, qui, di larlare ai medioevali, ma ai moderni - ma di questo l'autore non si dimentica di certo. [G. Lucini].

 

È un gioco di specchi, insomma, in cui il poeta osserva la vita, cogliendo dell’altro tratti di somiglianza con i propri, forse per un inconscio desiderio di possesso e di identificazione, di energizzazione delle proprie risorse. Una sorta di elaborazione e manipo-lazione, insomma, della distanza e dell’assenza, che si traduce in un’esperienza di linguaggio da protrarre il più a lungo possibile: la creazione di una finzione con ruoli multipli, come direbbe Roland Barthes. Un fatto, questo, evidente soprattutto nella sezione “Poesie su personaggi instabili”, in cui prendono corpo ritratti e piccole storie in cui chi legge si ingegna a individuare ciò che li autorizza ad esistere, tra referenza e allocuzione, e a porsi a fianco dell’io che parla. Fantasmi che hanno un volto, un essenziale racconto in cui proporsi (da Faustus, a Bloom, da Villon, a Ungaretti, a Arnaut Daniel, a Borges, a Miguel Hernàndez) ma più spesso vivono anche di nulla, allusivamente, tenuti insieme da invisibili fili associativi, appagati del loro ruolo fiduciario, della loro natura linguistica: segni di una verità che non ha bisogno di interpretazione, “anime del mondo desiderose di vivere sulla carta” nella convinzione di assolvere così “il proprio destino eterno”.

 

Diverso il discorso per le altre sezioni (dall’inaugurale “L’ombra della betulla”, a “Poesie dell’Eros”, “Poesie del Corpo”, “In memoria di Carmencita” e “Sguardi”), dove ciò che viene messo in scena è un sentimento della vita esemplarmente espresso nel titolo stesso del testo che conclude la prima sezione, Il gioco delle fiabe. Una “festa che inneggi alla vita”, dice nel testo segnalato e si capisce che in tale “festa” ha un ruolo predominante il tema amoroso variamente declinato, ora in toni elegiaci e sognanti, dal-la grazia quasi preraffaellita ancorché venata di dolente pensosità (come nelle poesie dedicate a Paola della prima sezione e in quelle, veramente intense e commoventi, catulliane, “In memoria di Carmencita”), ora nel tripudio di una trasgressività erotica (nelle sezioni “Poesie dell’Eros” e “Poesie del corpo”). [Vincenzo Guarracino].

 

 

 

Il falcone e il gabbiano

 

Ecco, in cielo dall’alto il falcone

lento plana e con le ali l’aria fende

e dalla sua piccola mente amara

la fame che lo preme si rovescia

sul bianco corpo dell’allegro gabbiano

dall’azzurro e dal bianco addolcito.

 

Chi li guarda dal prato è addolcito

dal volo piano e liscio del falcone

e non lo teme, come fa il gabbiano

che nella luce del cielo accarezza

le sue grandi ali rovesce

e non si cura dell’esperienza amara.

 

È una Signora che guarda l’amara

danza dei due uccelli, ma addolcita

nella sua veste azzurra , rovescia

il campo di caccia del falcone

e le penne del bianco uccello accarezza,

le penne dell’ingenuo gabbiano

 

che s’accorge del miracolo. Il gabbiano

vede la Signora azzurra, e la sua amara

fortuna nel nuovo segno accarezza

e richiama la sua anima addolcita

ch’egli vede sfuggire all’ala del falcone

che vorticando nell’aria si rovescia.

 

L’amore dell’azzurra Signora rovescia

il campo della sfida crudele, il gabbiano

ora sta steso sopra il falcone,

e costringe il suo desiderio amaro

a concedere all’ala addolcita

dall’innocenza, che l’aria accarezza,

 

la sua grazia immacolata che accarezza

l’azzurra Signora che rovescia

l’esito della battaglia addolcita

dal gracile gabbiano

vincitore sul gran volere amaro

del possente falcone.

 

La Signora guarda il falcone e accarezza

il candido gabbiano, sfuggito all’amaro

rovesciato agguato, con occhio dolce.

 

 

 

Canti dei capelli

 

 

Sciolte le trecce,

volano i capelli nell’aria

mattutina, liberi scelgono

la scia della corrente.

Vogliono i capelli morbidi

fluttuare tra le bionde stelle

come vie celesti o nastri

fulgenti nella città

degli astri.

 

*

 

O azzurri capelli,

nell’atelier del pallido

pittore, state ad ornare

il viso d’una donna. Lui

la immagina così, scarna,

seduta su una poltrona rosa.

I capelli riposano sulla

bella testa inclinata,

abbandonati,

dormienti

nel sonno del quadro.

 

*

 

I capelli di Veronica

erano lunghi e bellissimi.

Incontrarono un uomo

con una strana corona

impiantata sulla testa,

sudava sangue.

I capelli si commossero, due lacrime

bagnavano il viso di Veronica,

tutto il loro nerolucido

si posò sul volto dell’incoronato,

e baciandolo si arrossarono

del suo sangue.

 

*

 

O bei capelli neri,

siete sfacciati e provocanti

se sventolate sugli occhi

di una donna.

Quando spunta il mattino

sembrate serpi sottili

adagiati sulla pelle scura.

Quando cala la notte

vi preparate al buio profumato

dell’amore e ciondolate

sul corpo che vi piace.

 

*

 

Cadono i capelli quando

muoiono, cadono sulle spalle.

Qualcuno piange la loro luce,

il loro colore.

 

 

  

 Appendice: Le magnifiche donne di Glencourt

I

Voglio raccontare una storia

di gnomi e di donne, di migliaia

d’anni fa. Voglio costruire

case abitate da donne.

E voglio creare gnomi dalle

teste grosse e dalle gambe

sottili. Glencourt sarà il nome

della città, contornata da boschi,

ai piedi d’una enorme

montagna scura.

Bello è pensare che qualche

minuto fa non esisteva, o meglio

non ne esisteva memoria.

Io la ricordo vista dall’alto,

sotto un cielo verde.


 

 

Furibonde le donne di Glencourt:

capelli selvatici, labbra tumide

aperte come valve, gridano:

vogliamo il fuoco nelle case,

l’ardente l’invincibile il

grande, che ci dia la pelle

della tartaruga gigante!

Lo vogliono con enorme ardore,

lo chiedono con prepotenza,

chiedono a gran voce, pretendono

il privilegio. Le donne di

Glencourt sono feroci, spesso

se la fanno con gli orsi

della loro boscaglia.

 [...]

 

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