Gianmario Lucini

Daniela Musumeci

Chiarìa d'acqua

 

ISBN 978-88-98677-37-5  pp. 56,  € 8,00

 

 

Questa dunque è la poetica di Daniela Musumeci, che affronta il tema heideggeriano della cura dell'essere, ma toccando le corde dell'empatia e della sensibilità del lettore, per convin-cerlo coi sentimenti, non con i ragionamenti o i grandi discor-si. La poeta dunque si mette "al posto di " qualcuno o di qualcosa, diventa profuga, diventa povera, diventa albero.

Questa traccia subisce poi una sorta di sublimazione nel rapporto con il Trascendente, visto innanzittutto come Perso-na (senza per questo osare nessuna forma di antropomorfiz-zazione) e poi come estremo punto di riferimento, quando ogni altro crolla e la solitudine intellettuale e il senso di inibizione al comunicare si fanno acuti. Il Dio qui interloquito non è il Dio della religione cristiana o lo è, anche, ma in subordine. È il Dio del mondo intero e di tutti i suoi abitatori, l'Essere che non può essere compreso o descritto, la Persona che si fa garante di un equilibrio naturale e della vita stessa e che giustifica quel Chiarìa d'acqua del titolo, ossia l'aprirsi nel nubilo più nero, di spazi di cielo e di luce che lasciano sperare il sereno. Le preghiere dell'ultima sezione si fanno dunque col-loquio, confessione, confidenza, rapporto personale nel semplice spirito francescano (e Francesco non a caso è ripre-so in una poesia) all'insegna della creaturalità, senza nessuna inflessione teologica o teofanica.

 

Un viaggio, dunque, un viaggio alla periferia dell'umano, nella zona di confine dove l'umanesimo sembra cedere all'insigni-ficanza, travolto da una costruzione sociale e morale basata sullo status, sui poteri, sulla mancanza di cura e decentramento dal proprio egotismo, distruttiva autodistruttiva, dove l'essere perde la sua identità e la sua essenza, riducendosi a cosa o subumanità. Un viaggio che però porta a tentare una speranza, un estremo richiamo a una forza morale che resiste e che è percepita come alleata.

La poeta si avvale, per descrivere questo suo viaggio, di un linguaggio alla portata di tutti, dove la lingua non cerca dentro se stessa ma è cercata e attinta da questo orizzonte malato, perché vuole essere una lingua che sta dentro i fatti concreti, che vuole rendersi tramite, prediligendo quindi l'intenzione comunicativa all'intenzione estetica. Viene certo sorvegliata con la dovuta attenzione e con il necessario rispetto, ma non cede a vezzi, non è mai "per se stessa" ma piuttosto si fa strumento docile e preciso, per dire quello che non può essere detto dalla razionalità o dalla logica, ma dai sentimenti, dal vissuto interiore affettivo ed emotivo. La lingua ha, in altre parole, una funzione antiretorica, in evidente antitesi al gioco di parola, ma con la ruvidità e l'immediatezza della dichiara-zione, dell'accusa. O, a volte, della perorazione, del lamento, della malinconia elegiaca. Non ha tempo e non ha voglia, questa lingua, di giocare a nascondino coi significati, ma ama la chiarezza e ha l'autorità della presenza. [G. Lucini]

 

 

♦♦♦

  

Chiarìa d’acqua.

 

Tepido slargo di nubi verdi

in pausa tra diluvi,

illusoria liquida quiete

tra scroscio e scroscio…

Finché l’azzurro

ci inghiotta.

 

 

♦♦♦

 

Donne in nero

  

Così estenuate

da non saper più amare

colombe dalle vesti impeciate

ci nascondiamo tra fronde aggrovigliate

di olivi schiantati

 né palpiti di gole né ombre d’ali

violano la pianura della Verità

prosciugato il vasto mare della Bellezza

 

 

♦♦♦

 

Polis

  

Vischiose trappole

di corruttele

aggricciate maschere

d’avidità

deserto di regole

afrore d’inganni –

dov’è l’arte

della felicità condivisa?

 

 

♦♦♦

 

Disoccupato

  

Sopra scacchi di mattoni macchiati

nell’inserto di muri corrosi

allo smeriglio d’una finestra

un’ombra ondeggia.

Ondeggia l’ombra

nelle intercapedini dei pensieri

ai confini sbocconcellati della memoria

nella voragine dei passi

sulla polvere di desideri e rimpianti.

Lenta ondeggia

da balcone a balcone

da cielo a cielo.

Ondeggia continua

da zolla a nube

da stelo a gemma

in ridda soffocata di parole taciute,

ombra di desolazione

che inetta spio.

                    (per il signore tamil che si è impiccato nella casa di fronte)

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