Gianmario Lucini

Ivan Fedeli

Divagazioni orobiche

 

ISBN 978-88-98677-31-3  pp. 40,  € 8,00

 

 

 

[...] Con signorile umorismo anglosassone egli infatti si sofferma sulla truppa dei vacanzieri, ne studia i corpi, i gesti, le parole e ne ricava una specie di bestiario, non perché descrive delle bestie ma di piuttosto un campionario di bêtise e d’ignoranza, la ganassa [1] dei fanfaroni di chi non ha nessun centro, nessun discorso sensato da fare e si perde nei meandri dell’insignificanza, magari tronfio e orgoglioso per una vita passata nel segno del produrre e di quello che erroneamente si chiama “benessere” ma in realtà è una forma di raffinata schiavitù che ammazza giorno per giorno. La natura allora, invece di essere una dimensione dove lo spirito si ricarica, diventa la dimensione della fanfaronaggine, dove il parvenue si trova perché tutti ci si trovano e nella quale egli si muove con una certa goffaggine, una certa qual aria di orso ballerino, perché di fatto con la natura ha tagliato i ponti e si sente estraneo, quasi imbarazzato fronte alla sua bellezza, alla sua tenerezza, alla sua perfezione. Ed è così che, nevroticamente, anche nel mezzo di una vacanza la mente torna alle abitudini, crea il disagio, non permette al corpo di godere del sospirato riposo timorosa, quasi, di un possibile cambiamento interiore (qui rimpiangevano la Martesana / le sue zanzare senza preferenza / e il piattume della pianura bassa / con l’aperitivo preso a Cernusco). Ma è pur parte di questa cultura scissa dell’appiattimento e dell’abitudine, pensare “che restare un po’ in montagna fa bene”.

Fedeli si prende gioco con cattiveria anche dei loro rimorsi (di non sentire quella / voce dello stomaco che dice è /una vergogna tutto questo ben / di Dio mentre altrove a mazzi di cento / solcano i mari in tempesta a dicembre / e piove tanto di brutto che sembra / cattivo contarli prima dell’onda), perché anche i rimorsi seguono, in qualche modo, un cliché, un “sentito dire” (dalla televisione, dal perbenismo degli “approfondimenti”).

Non è dunque il Fedeli ustionante di Virus, [2] che ha la levatura dell’indignazione intellettuale e l’asciuttezza della collera intellettuale. Qui il nostro autore si diverte, gioca come il gatto col topo, sberleffa e prende in giro mezza politica dal basso, dal comportamento dei suoi elettori paciosi fino all’ebetismo. E lo fa con l’uso di una scrittura brillante, elegante, in punta di fioretto, contrapponendovi il ricordo del padre operaio – lui che in ferie, al mare o in montagna, non ci poteva andare perché non ne aveva la possibilità (Chissà perché in ogni momento triste / pensi a tuo padre al suo slancio vitale / per la montagna lui che i monti li ha /sempre visti in cartolina). Ed è certamente, questa, a suo modo una presa di posizione chiara, civile, di chi oltre al lazzo e alla presa in giro non dimentica il sapore, poi, e le responsabilità della dura realtà imposta da questa prevedibilissima crisi economica che stiamo vivendo.[G. Lucini]

 

 

 

♦♦♦

  

Si cadeva sempre sui viaggi il Tibet

Santiago il Lago d’Aral quasi fosse

necessario conciliare il ricordo

e il passo camminare pensando altro

senza alcun rispetto dei luoghi intorno

lì per corollario delle parole

 

chissà se a Lasha si sarebbe detto

di Cima Pora o di Clusone Bratto

poveri attracchi di un pellegrinaggio

orobico fantasticando un po’

per le apparizioni degli orsi a valle

o sul coraggio degli scalatori

che mimavano Bossi dai pendii

 

brevi squarci di turismo tra i monti

che non ha certo bisogno di addii

per l’epica fumosa dei racconti.

 

 

 

♦♦♦

  

Venivano inghiottiti dai pendii

tra mucche campanacci e boschi muti

qui rimpiangevano la Martesana

le sue zanzare senza preferenza

e il piattume della pianura bassa

con l’aperitivo preso a Cernusco

come una spada di Damocle sopra

 

discutevano della nuova destra

il suo conciliare sicurezza e altro

cercando fiori da portare a casa

per il decoro dei balconi dopo

cena con tutti quei colori in vista

e il cellulare accesso a dirlo a tutti

che restare un po’ in montagna fa bene.

 

 

 

♦♦♦

  

L’amico ottimista lo ripeteva

che l’età media della vita si era

allungata di molto e bisognava

godersela un po’ come le cicale

ti aveva in parte convinto anche se

ripensavi alla società perfetta

delle formiche con certo rammarico

forse anche loro stataliste uguali

dedite a un comunismo fuori luogo

la stagione aveva avuto la meglio

vuoi mettere il sole dell’estate e

il grigiore compatto delle nebbie

una meritocrazia imperante

e il letale scivolare nel male

dell’opprimente uguaglianza sociale?

 

 

 

♦♦♦

  

I notturni di Chopin come non

riconoscerli sin dal primo ascolto

mentre si sbattono le uova per

gli spätzli e fuori piove da bagnare

a lungo nasce una dolcezza inquieta

un senso di stanchezza generale

equamente distribuito come

se le cose acquisissero una patina

opaca impalpabile rimandando

il principio del giorno il suo arrivare

comunque con la bolletta scaduta

del gas il vicino di casa biondo

da sinistra sua moglie che saluta

per un po’ e scompare dietro la porta

pensando che sarà di noi domani.


[1]              Termine lombardo-ticinese che significa sbruffonaggine, millanteria, sguaiatezza.

[2] )            Raccolta centrale per la poetica del nostro autore, Virus, Ediz. Le voci della luna, 2011.

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