Narda Fattori

Cambiare di stato, morire di natura

 

ISBN 97888-98677-15-3  pp. 72,  € 10,00

 

 

 

 

[...] Ma Narda è una donna forte, una donna che al tramonto preferisce l’alba, la sorgente, la luce e il sole, è una donna solare che ama e sa che“la forza di una sola goccia / scava abissi crea stalagmiti”, sa che “se non hai passioni e sogni grandi / resti all’anagrafe solo un rigo nero”, versi del suo Le parole agre e che si dovrebbero trascrivere nell’ingresso di ogni scuola.

Il sentimento della fine, la visione della morte, non sono fine a se stessi, non compiacimento o ripiegamento sul proprio io, ma si ergono a strumento di riflessione sulla vita. È un viaggio che non nasce all’improvviso, ma, come tutti i temi importanti, si preannuncia già dall’inizio, da quando la prima parola incomincia a prendere forma. L’ultima poesia de Il verso del moto (Mobydick editore, 2009) concludeva un percorso, quello a spirale della vita come cronologia, e non solo, di avvenimenti che si facevano sempre più importanti e vivi, ma lasciava aperto un interrogativo e apriva una nuova strada: “Vorrei dare un nome al più caro / vorrei finire il verso / … Sono pronta finalmente / non mi tiene neppure / quest’ultimo canto”. La strada era ancora quella della ricerca della parola, del «dare il nome alle cose», come affermava Mario Luzi e che Narda Fattori poneva come elemento essenziale del suo fare poesia già da uno dei suoi primi libri L’una e i falò, pubblicato da Il Vicolo nel 1998 (“chiamare le cose per nome / è dirti presente in un luogo”). In Le parole agre questa consapevolezza, questa ricerca, diventava bisogno indispensabile di quiete, quasi necessità: (“e dentro un fuoco che mi brucia / una voglia intatta di andare verso sera”). Poteva allora ancora immaginarsi di essere giunta al punto del non ritorno nella metafora di un paese immerso in una “radura di silenzio” dove “ogni traccia del viaggio è scomparsa”: “Me ne andrò dunque sola all’oscuro / ma non avrò paura non mi stupirò / se nessun luogo è in attesa”. E ancora: “Partirò – mantengo le promesse -  partirò / con la rondine che ha perso la rotta / il compagno il nido e la grondaia / e non ha ai rimpianti né volge lo sguardo / sulla terra che fu dono sempre / immeritata meraviglia”.

In Futura memoria non ci sono dubbi, non ci sono ipotesi su quello che potrà accadere, ma solo certezza, a incominciare dal titolo. Narda Fattori si vede, si descrive, senza preamboli va al dunque [...]

                                                                                                           Bruno Bartoletti

 

 

Non ho che uno sguardo presbite                        

per vedervi tutti- ammassati una ressa -

e chi saluta con calore e chi strattona

e chi mi chiama a alta voce e chi si tace

 

foste come un luccichio di farfalla

nei giorni chiari e la favola lunga

dei cirri in corsa a mutare fisionomia

 

siete il caffè del risveglio la buona

mattina che non mi ferisce l’occhio

e torniamo a schiera nei cortei

a urlare parole d’ordine grosse e rosse

come in un grappolo d’uva matura

 

e torniamo a gruppi sulla spiaggia

con lo sciacquio che annuncia il mare

e un coro stonato per un basso

che accompagna anni che avevano

stelle nelle pupille e un’utopia in testa

 

coccinelle di buona sorte sul dorso

della mano fate il morto- vi ho spaventato

con un lapsus un gesto sconsiderato-

e mi temete lo so e fate il morto

e non so se ridere o piangere o poggiare

il palmo dell’altra mano su quel dorso

mie prigioniere come nella memoria

dove invece vivete sui seminati  di grano

che i campi imbiondivano e io ero

una corsa una rincorsa una fuga anche

nessun rimpianto ora e la sveglia tace.

 

 

***

  

A futura memoria una stanchezza lassa

un bruscolo nell’occhio macchie retiniche

nella visione imperfetta sassi sotto i piedi

 

vedo il rischio l’orlo dell’abisso

salsedine  sul ciglio dei viventi ossidiana

là dove il midollo trasmetteva senza soste

impulsi a andare a resistere a restare testarda

 

succede che fra farfalle e fiori ci si confonda

o il fiore è una farfalla e il petalo respira

la lama  nell’aria che fende  il bruno proiettile ?

 

Quattro ossa spolpacchiate nocche erose

uno scuro di silenzi poliedri agli angoli

la veste cinerina della pazienza

 

                                                 così verrò

 

se ci saranno abbagli spoglie memori

scuciranno le mie labbra nel sorriso

non stringo più nulla e tutta va alla foce

dove respira non coatto  multiplo arruffato

in recinzioni corporali  stese a terra

come conchiglie vuote dopo la marea

 

sarò dietro l’angolo sotto tegola

scheggiata e lì nascosta avrò trovato

il mio giaciglio nudo come la bestia

che s’acquatta quando sente la fine.

 

A futura memoria neppure un bruscolo

qui c’è un niente inerte che fu

un tutto pieno un’onda brusca una slavina

e parole a scintillare fra le cenere.

 

 

***

  

M’aspettavi allo specchio 

a tarda notte con il trucco sceso

lacrime annerite sulle guance mascara

non ancora waterprof e lacrime salse

acqua come aceto di donna di ragazza

per non piacersi per assenza di pace

 

lo sguardo scuro imperdonato

soffiava su veloci gesti la noncuranza

e il sonno tardava tardava sempre.

 

Ora lo aspetto su giunture lese e non viene

a me non viene non viene resta una notte

bianca bianca come piume cadute

al gufo in volo a predare il topo.

 

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Note di lettura

 

 Antonio Fiori

 

Narda Fattori

Cambiare di Stato morire di natura

2014

Una scrittura che dissoda domande, ricordi lontanissimi e rischi quotidiani, una vita intera fino al suo confine: e scrivo ancora senza una ragione/ forse per una parca identità residuale/ forse per regalare fiabe a chi non sa/ invecchiare dentro opache costumanze. L’amore e la morte sono indagati a oltranza, ma lasciano il poeta sempre interrogante, senza soluzioni: Si è sparpagliato tutto l’amore/ ma questo che mi scorre tra le dita/ qualcuno sa dirmi cosa sia? Alla fine: questo ti racconto amica mia/ del mio restare sempre sull’uscio/ con quell’ansia di volo che mi porta via.

Narda Fattori ha un lungo percorso poetico che ora pare volersi concludere in un faticoso esame di coscienza, che chiama a raccolta tutte le forze residue per rimettersi in armonia con il creato, per dare un senso ad ogni progetto infranto, ad ogni prossimità di fine: imbelle in questo silenzio ho fatto il nido/ ho arato parole in sillabe in solchi/ dove far giacere in un riposo dimentico/ la collana di granati della nonna// ma voglio invece voci amiche/ che vi sporchiate le mani nella fruga/ verso l’ultimo passo oltre quel ponte./ Prometto che non sarà un tedio solo un trapasso.

Non posso negare che sempre più sono attratto dalla poesia che si confronta con la morte, da quella che assume forma di preghiera o che azzarda l’ultimo passo senza vergogna, l’ennesima ricerca del verso che riassuma una vita. Eccone alcuni, laconici e senza scampo: mi sono sempre accontentata del poco/ il bello lo aggiungeva il mio sguardo/ e quanto e quanti mi parevano tanto - andarsene per troppa vita andarsene/ per ingoiare l'azzurro cielo il blu del mare - in poche parole la mia vita e un figlio per perdonarmi.

Nella accurata prefazione, Bruno Bartoletti spende i nomi di molti grandi poeti - Elitis, Luzi, Dickinson, Guidacci – e sottolinea come la poesia sia, anche per Narda Fattori, possibilità di salvezza o, almeno, lenimento, luogo e occasione di meditazione sul nostro cambiar stato, 'morire di natura’.

 

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Vincenzo D'Alessio

 

su http://farapoesia.blogspot.it/2014/04/su-cambiare-di-stato-morire-di-natura.html

 

Su Cambiare di Stato morire di natura di Narda Fattori

CFR Edizioni, 2014
 

Mio lettore, resta sempre molto difficile renderti l’essenza di una raccolta poetica poiché quello che sento potrebbe non piacerti e quello che a te piacerà a me sfugge. Quindi ti aggrada, per l’amore che nutriamo per la stessa poesia, quanto scrivo sulla raccolta della poetessa Narda Fattori, Cambiare di Stato morire di natura, (CFR,Edizioni, 2014).

“Me ne uscirò da me prima che si faccia buio / il cuore nasconderà nel suo guscio duro / ancora sabbia dorata e merli sui castelli”, sono i versi che aprono la raccolta nella prima parte che reca il sottotitolo “A futura memoria” (pag. 17). Per amore del racconto sono ricorso ad un grande della scrittura William SHAKESPEARE, non citando i suoi sonetti, ma prendendo dal teatro e dal personaggio qualcosa che rafforzasse l’idea che ho della raccolta della Fattori: “No. No, affatto. Sfidiamo i presagi; la provvidenza è manifesta anche nella caduta di un passero. Se è ora, non sarà dopo; se non deve essere dopo, sarà ora; se non è ora, comunque sarà. Essere pronti è tutto. Poiché nessuno sa quello che lascia, che cosa conta lasciare prima del tempo ? Vada così” (Amleto, Atto V, scena II).

Il verbo uscire, reso al futuro nella raccolta della Nostra, è il presagio del cambiamento di Stato e dell’affidamento ad un’altra dimensione naturale (anche se la parola Stato è scritta con l’iniziale maiuscola nella raccolta non c’è nessun accenno alla politica). Come per il personaggio Amleto così Narda Fattori affida alla memoria il compito di accompagnare lo svolgimento di questo cambiamento di stato che nella seconda parte della raccolta si arricchisce del “morire di natura”. L’anafora “me ne uscirò” posta all’inizio è la partita giocata con la sconfitta finale senza essere venuta mai meno.

Sono versi che indicano la certezza degli eventi (“sabbia dorata che rimarrà ancora nel guscio duro del cuore”, pag. 17), “i castelli” costruiti per la difesa dei propri sogni e che nel finale della raccolta racconta a chi segue la poetica fattoriana le battaglie perse con la vita: “(…) E un figlio ho avuto e altri mille ho amato / e mi sono fatta saggia e salda – di principi - / e li ho fatti vivi e la vita se li è presi / a me è rimasto un vuoto che quando penso / si slarga a dismisura e impasta terra” (pag. 67). In questo modo tutto accade all’ombra di un tempo oscillante tra desiderio di restare ancora in questa eternità alla luce del sole e il cambiamento di stato sottoforma di energia creativa. Non a caso nei versi si ritrova sovente “acconciarvi” , “acconciarmi”, quasi come se il lavoro di madre/custode dovesse continuare in difesa di chi si ama anche dopo la scomparsa terrena, contro “gli spigoli acuti”:-.

Più che un testamento spirituale tutta la raccolta vibra della consapevole volontà di continuare l’esistenza, in forme diverse ma con la coscienza di partecipare, senza smarrire l’io che snoda in un racconto tutta la bellezza della conoscenza terrena e il ritorno allo stato di natura, al quale ci chiama la nostra nascita: “vedo il rischio l’orlo dell’abisso / salsedine sul ciglio dei viventi ossidiana / là dove il midollo trasmetteva senza soste / impulsi a andare a resistere a restare testarda” (pag. 26).

Molto bella la prefazione a questa raccolta poetica realizzata da Bruno Bartoletti che avvicina la Nostra alla figura di Emily DICKINSON: “Anche a Emily Dickinson (la ricordo non a caso, come posso non ricordare Margherita Guidacci, alle quali tanto si avvicina Narda Fattori) il sentimento della morte fu una costante compagna di viaggio” ecc.). Per analogia poetica con la Nostra ho scelto della poetessa americana questi versi: “Questa è la mia lettera al mondo / che a me non scrisse mai – / le semplici notizie che la natura disse - / con tenera maestà.”

“La natura, che abbraccia la nostra esperienza e forma la nostra sensibilità, è scuola sempre generosa di vita e sorprendente”: questo scrive Alessandro Ramberti nella recensione realizzata a quest’ultima raccolta della Fattori.

“Mi guardano dall’interno i miei morti” (pag. 25) scrive la Nostra e i versi lunghi ricchi di metafore, sinestesie, iperbole, similitudini, l’enjambment, raccontano a noi, caro lettore, il mito degli oggetti, dei paesaggi, delle esistenze reali, trasformate in poesia dalle mani forti e callose di una donna poeta: “(…) Eppure siamo per scambiarci parole piene / per estrarre dolori come spine sottopelle / a sudare la terra per il pane / per meritarci i nostri avi contadini / con le mani di calli e compassione” (pag. 28). Come potremmo noi non condividere questo racconto? Dura da millenni, è la vita di noi uomini che si affidano alla memoria per sorridere come fanno i morti raccontati dalla Nostra.

Anche se la poeta non scorge la provvidenza amletica ma ci pone di fronte al fattp che “invochiamo un dio che non risponde” (pag. 28), la solidarietà antica degli avi torna per meritarci la compassione del superamento condiviso di fronte al dolore. Un racconto poetico superbamente incarnato nei versi che lasciano a noi che leggiamo la bellezza dell’eternità: “(…) non resterò senza un mistero senza una fiaba / senza un trasalimento e mano con mano / mi porterò dove il lupo gioca con l’agnello / e le donne sono belle ogni alba più splendenti / e amano gli uomini e le donne e i bambini / e i bambini non sono angeli sono uccelli / in lenta migrazione…” (pag. 64).

Mio lettore, che mi hai seguito fin qui dimmi, non è questa l’immagine del vero Paradiso, dei Campi Elisi, della Bellezza, di cui oggi tanto si parla? Non abbiamo perso ancora nulla se dai versi di una raccolta così bella possiamo, dal chiuso di una stanza pregna di polvere quotidiana, migrare da uno stato all’altro di Natura per pochi preziosi istanti di colore. La poesia plasma il dolore nelle forme della morte per risorgere nell’eternità della memoria degli uomini.

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