Gianmario Lucini

Silvia Secco

L'equilibrio della foglia in caduta

 

ISBN 978-88-98677-25-2, pp. 80,  € 10,00

 

 

 

Questa raccolta ci restituisce finalmente l’immagine nitida e compiuta dell’ampio orizzonte poetico dell’autrice e ne testimonia la piena maturità espressiva che spazia dalla poesia d’amore alla poesia civile, dalla riflessione esistenziale ai temi dell’amicizia, della memoria, della scrittura, in un variegato ma compatto panorama tematico. Le tre sezioni in cui è divisa l’opera, quasi tre “tempi”, sono infatti attraversate da  immagini di forte valenza simbolica – già indicate nei titoli di alcune liriche – che costituiscono una sorta di fil rouge intorno al quale si richiamano e si condensano i motivi prima ricordati. La foglia, innanzitutto, che dalla metafora del titolo si espande e si dirama nell’intera silloge, come pure la farfalla, il cui ciclo vitale appare avvolto in un angoscioso mistero, fonte di perplessità e di domande.

 

Colpisce la capacità di Silvia Secco di creare una poesia decisa-mente allusiva e metaforica e, allo stesso tempo, concretissima, precisa, ancorata alla terra ed agli eventi dell’esistenza, dove il dato biografico è appena percepibile ed il discorso poetico si fa universale, toccante e commovente nella sua nuda verità, nella sua profonda e disarmata umanità. La poetessa  indaga nel “solco”, nella “piega”, nella “ruga”, nel “margine”, nelle linee di confine della natura e del corpo come luoghi segreti dove ricercare il senso delle cose, della vicenda umana, dell’amore, in uno scavo incessante che solo da quei luoghi nascosti, da quei cunicoli può riportare frutti sapidi e rispondere forse alla domanda di tutti, di sempre: ”Credi esista in un qualche dove/questo temuto o sperato destino?

Si trovano in questo libro alcune delle più emozionanti, intense poesie d’amore e sull’amore che chi scrive abbia mai letto (e non credo di esagerare). Una decina di liriche – splendida, in parti-colare, Il solco –  che disegnano un vero e proprio modus amandi che ha, a mio modo di vedere, la robustezza e l’incisività di una lezione. Un amore che non è mai soffocante possesso né tranquil-lizzante certezza, consapevole dell’impossibilità di una conoscen-za totale, di una sintonia assoluta con la persona amata, un sentimento che sa abitare anche le distanze e gli attriti: “St’arte de amarse cussì/dì par dì, posso e stima, piombo e oro,/dolseamaro laoro,…”. Un lavoro, appunto, da fare e rinnovare ogni giorno, un’onda da accogliere comunque, anche quando lo straripamento potrebbe farsi irreparabile e che, invece, sa divenire pienezza e nutrimento: “Ho attitudine alla tua pena//antica che di tanto in tanto esonda//oltre gli argini del solco, su un palmo//di mano e lo colma/allaga/feconda//e piano ne matura il frutto.” Ed il frutto è quel calore, quel senso che, altrimenti, dolorosamente manca, è la casa non più gelida e vuota, ma riparo, luogo del ritorno: “’N dove ti si, xe casa:/ altro che lì. Ca vao e vegno, ca torno/sfinia: paveja confusa al sciantiso/dosso al to viso…”, do-ve poter attendere insieme “…el farse dea luna/nova e ‘na scianta de fortuna, forse…/’Na sciantinea sola. Doman o pidoman.” [Francesco Sassetto]

 

 

 

Aria

 

Comprendimi:

la pioggia è polvere d’aria

La porta calda alla terra il cielo.

L’arcobaleno è il medesimo sogno.

 

Scie, aloni azzurri di cometa

mi paiono e scappano.

Sono contatti ripetuti all’infinito.

Ma il fiore è avvizzito

e svanito è  il mio amore.

 

E l’inverno è una casa gelata

dove abitare.

 

E vorrei le sue mani, le sue labbra

azzurre e le maree del fiato

 

                           (che sale, si accende, si placa,

                           risale, si accende…)

 

Io che non ho che parole.

 

E il pensiero (figlio dell’aria)

per labirinti convulsi

si sperde.

 

 

 

In morte di A.Z.

 

Stralocia là ‘na luna pena nata

penapena fata (o pena stria?) e a ti

la t’ha portà via: i fii tajai nel farse

dea so false quarta, filà dal vento

dala pria del tempo – lima/rima… Mah!

 

Gnanca sa te fussi ‘ndà co ‘na busia,

‘n’altra poesia/grafia, ‘na virgola,

‘na ciglia… Zolà via come ‘na foglia,

un strame astrale fin là insima! Pecà

 

gnanca t’hai spetà la neve… Saria sta

lieve el passo, el viajo ciaro. Un fojo

novo tuto gualivo tuto par ti. Ah!

Falive de fojo podae sul mondo a far

del mondo un fojo/ a mondarlo/ a sorarlo…

 

E ti là sora a segnarlo, sgrafiando

(corsivo) le norme in orme in nome…

Ah… Come saria sta belo! Ancora un fià

qua zo, un filò (de seta): la A. La Zeta.

 

Spetaspeta? Gnanca t’avessi tuto

pensà! Come ‘na metrica, un verso

e te fussi corso via a stralunarte

alto là in quela cuna a dindolarte

‘na scianta prima del sfarse del cielo!

 

Par vedarlo mejo. E metarlo in rima.

  

(In morte di Andrea Zanzotto).  Strabica là una luna appena nata / appenappena fatta (o appena strega?) e a te / lei t’ha portato via: i fili tagliati nel farsi / della sua falce quarta, affilata dal vento / dalla pietra del tempo – lima/ rima… Mah! // Nemmeno te ne fossi andato con una bugia, / un’altra poesia/ grafia, una virgola, / un ciglio… Volato via come una foglia, / un pulviscolo astrale fino a là sopra! Peccato // nemmeno tu abbia aspettato la neve… Sarebbe stato / lieve il passo, il viaggio chiaro. Un foglio / nuovo tutto disteso tutto per te. Ah! / Faville di foglio posate sul mondo a fare / del mondo un foglio/a mondarlo/a calmarlo… // E tu là sopra a segnarlo, graffiando / (corsivo) le norme in orme in nome... / Ah… Come sarebbe stato bello! Ancora un poco / quaggiù, un filò (di seta): la A. La Zeta. // Aspettaspetta? Nemmeno tu avessi tutto / pensato! Come una metrica, un verso / e fossi corso via a stralunarti / alto là in quella culla a dondolarti / appena un attimo prima del disfarsi del cielo! // Per vederlo meglio. E metterlo in rima /

 

 

 

La Dolente

 

La chiamavano Dolente. Abitava

in argine al canale. Aveva bianche

le mani, banale il giorno. Impastava

reale e sogno (al bisogno) ad ampie branche.

 

Ne faceva pane. E il fosso fragrava

in torrente e le anse in ansie ed in schinche

e rapide, e il mare in male (Ah! Volveva…)

E si doleva lei. (E un po’ godeva, anche…)

 

Povera lei, dolorosa… Al confine

piantava all’alba una rosa. Ogni sera

la coglieva… Un pianto… (Come di spine

 

tra le dita: un senso alla vita e un fine

denso lento colava….) Unica e vera

gioia è il lamento. (In chi alla noia è incline.)

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