Gianmario Lucini

Christian Sinicco

Ballate di Lagosta

Mare del poema

 

ISBN 978-88898-677-41-2 - pp. 72,  € 10,00

 

Prefazione di Alberto Bertoni

Nota critica di Cristina Benussi

 

 

 

Pubblicazione premiata alla terza edizione del Premio Milani. Raccoglie una serie di composizioni di questi ultimi anni e una silloge inedita scritta negli anni giovanili. Poesie dai tratti lirici intensissimi (Ballate) e di intensa visionarietà (Mare del poema).

 

Christian Sinicco è uno di quegli autori (e autrici) che si libera oggi, precisamente con questo libro, dell’etichetta di “giovane”, un predicato di nessuna valenza critica e ormai piuttosto penalizzante – in verità – per chi come lui ha alle spalle un’attività ricettiva e creativa decisamente ricca. Poesia ad un tempo periferica ed europea, se ne è possibile una, questa delle sue ultime ballate si estende da Trieste alle terre slave, per consolidarsi attorno al topos prediletto del mare. La riempie, la motiva e soprattutto la muove un istinto forte delle sovrapposizioni e delle metamorfosi, grazie a un principio irresistibilmente dinamico, musicale, in non pochi passaggi narrativo, che affonda radici nella propensione per così dire naturale della Mitteleuropa al concerto babelico delle voci e dei suoni, delle lingue e delle storie, tra i microcosmi del suo inesausto destino migratorio. Queste ballate, tra l’altro, benissimo calibrate nell’immaginazione acustica che concerta timbri e toni, ritmi e temi, adibiscono un rapporto diretto (e per una volta affabile, privo di oscurità gratuite) con la pulsione melodica della canzone, i suoi ritornelli e i suoi slanci affettivi, tra eros e nostalgia.

Gli slittamenti del senso e della prosodia, che tengono comunque i testi di Sinicco ben ancorati al dominio della poesia (anche quando l’autore li trasporta con felici escursioni fino agli estremi della prosa e dell’aforisma) non si annettono mai al dominio dell’onirico o dello sperimentale, piuttosto a quello di una fenomenologia umana diramata e sensibile, di grana malinconica e a sfondo gnoseologico, anche se il tono si nega ogni accento sapienziale o inutilmente misticheggiante.[A. Bertoni]

 

Ha molto letto e meditato il poeta che vuole ripartire da dove l’avevano abbandonato i maledetti della modernità, visionari di civiltà putrefatte da secoli d’egoismi pubblici e privati. È anche giovane[1] e non sopporta il peso di un’anima inaridita dalle menzogne delle verità d’Occidente. Ai suoi lettori, viaggiatori ebbri sull’Acheronte della civiltà contemporanea, comunica il dolore per il vuoto di senso che circonda ogni cosa. Ha capito che la ragione, così com’è stata esercitata, ha portato alla vittoria di valori più vicini alla morte che alla vita. Per questo, da poeta, cerca per sé un ruolo attivo, che sappia, come in un lontano passato, modulare parole capaci di aprirsi a visioni di un futuro diverso.

E così, stanco di una rappresentazione del mondo privo di certezze e abbandonato dal sacro, ripercorre a ritroso la storia di civiltà che hanno progressivamente smarrito il conforto di un mito, di un rito, di una fede collettiva. E scopre d’essere proprio lui a possedere, più d’ogni altro, gli strumenti intellettivi ed emotivi capaci di ridefinire i recinti ove si custodisce il sacro. [C. Benussi]


[1]               Mare del Poema è stato scritto nel 1997 e concluso nel 1998. L’autore a quel tempo aveva ventidue anni

 

da Ballate di Lagosta

 

Ballata di Marija

 

 

fiorì la madre tra il finocchio e i suoi angeli gialli

fioriscono in processione a due a due uomini e donne

è fiorita la valle prima di quel suono di campane

il 15 agosto si staglia da secoli nelle pietre, ora e sempre

sul sagrato e poi giù per le case e le scale

sulla Bella di notte c'è ancora il tramonto di ieri

e di tanto in tanto il paese chiama Marija,

i pistilli ubriachi, le semenze di tomba

 

i campi di Lastovo il colibrì li ricorda

come covo di pirati –  pare che nulla cambi

così con la squilla ti batti il petto

e il mare è il suo sarcofago e il ritmo

 

quale giorno sia, smemorato arrivi alla chiesa

quanti giorni sei stato nei sogni e ti sei fatto sorprendere?

è questa la sveglia: lo sanno il prete,

i cesari, la campana e la valle

e il medioevo alle spalle inanella i vitigni

se la processione andasse più su

penderesti dalla forca dei perdimenti nel forte francese

Marija non lo sa, e mi ha accolto lo stesso

 

Marija è vestita di porpora e si prepara alla festa

è una madre fiorita nel cuore di un'isola

petali di Bouganville la processione calpesta

scendendo al cimitero, salendo di nuovo alla chiesa

 

Marija è in ogni mattina e intona l'universo nei salmi

come il cemento della strada si è sparsa nel punto delle cose

è la voce del mio silenzio finalmente rapita

con una viola tra i capelli e sulle rughe

 

 

La canzone di Daniela

 

I.

 

parla di quanto è bello senza sapere dove andare

forse nell'acqua del sole come la sua guancia

semplicemente necessaria quanto il sogno bagnato

in una galassia più vasta se la si può comprendere,

ti seduce tra valli e filari di viti impolverate

con gli occhi verso la baia con la cascata:

Za Barje diceva il cartello e così abbaiava anche il cane legato

sotto il cipresso –  la sua dentatura era il sepolcro del perché

i pescatori l'avessero lasciato lì – nelle vicinanze di una casa

ricoperta di edera e di more, al cui interno erano cresciuti

un melo dai pomi asprigni e delle rose

che poi avresti assaggiato solo tu:

evitando i buchi di asfalto e sterrato hai seguito Daniela

prendendo di mira te stesso e l'asfissia della tua vita

che segue il sentiero per erigere l'intelligenza della specie

che sul lavoro ha costruito la sua repubblica di ruberie,

poi l'hai vista sulla spiaggia danzare tra gli scogli caldi

e la barca ha tirato su la nassa, i pescatori sono tornati:

il bene e il male sono triangoli di onde che si dilatano

sul mare verso i due isolotti dove abbiamo nuotato

–  i pesci non ne sono consapevoli,

o l'uomo sotto il pino e il suo bambino

con la maschera, un altro pescatore con la lenza,

forse solo tu sui petali che mordi come le parole

 

II.

 

dopo tanto stiamo all'aperto e mangiamo i fichi

all'imbrunire di questo prato

tagliati a fette sulla ciotola di legno,

prendiamo il pane e lo spezziamo molte volte

perché il paradiso è vicino al braciere

e il paese alla nostra sinistra sale bianco nel rosa

è fatto a scaglie come il barracuda

non ha intenzione di lasciarci la vista di Korčula

ho gridato come il mio solito

hai acceso la candela e mi hai fatto presente

non siamo soli, ma puoi stare tranquillo

piano piano anche la casupola

e il suo fuoco sono diventati incantevoli

placando la tensione naturale

di un cielo sempre più scuro, non impedendoci

di assaporare la felicità

di un pesce arrostito, di pomodoro e capperi

sei attraente quando sorridi

con il bicchiere di acqua sulle labbra

troppo in silenzio si alzano,

vogliono rinascere nella risposta che cercano fuori

i vicini di tavola, e vengono a sparecchiare

dalla casupola dove si griglia

una donna e il cuoco, come in un cerimoniale

chiediamo il conto con le mani

saranno intrecciate quando usciremo dal campo

verso il parcheggio dove saliremo in automobile

e ci si dirige su al punto più alto

di una serie di tornanti, prima di scendere a valle

la volta di stelle ci sorprende

fermiamo tutto, appoggiati sui cuscini di una terra

che è ancora calda, siamo sicuri

che l'astro cadrà, e si avvera

 

 

 da Mare del poema

 

1.

 

All’inizio è stata la Poesia, all’inizio del mondo con i suoi piedi d’azzurro e la bocca d’oro.

All’inizio di tutto un’alba infuocata e due amici sulla strada e poi sul prato.

L’ennesima bottiglia di vino nascosta dal mantello a seguire ancora i dia-loghi della notte.

Interi manoscritti di poeti sconosciuti e versioni con finissime rilegature e icone come copertine e sante, sante parole e cifrari all’interno si riversa-rono su di noi.

Ho seduto, conversando di filosofi all’Asclepieion di Pergamo con Ippo-crate e dieci maestri, mentre col solo gesto della mano questi curava le malattie.

Ho cullato dolcemente un sogno di grano e segale in quel campo, una pioggia di garofani dal balcone di un’umile fattoria e su una ringhiera di legno povero e ingrigito quell’alba.

E continuare a bere, brindare per diverse notti, albe sempre diverse…

 

Innumerevoli profezie come geroglifici cadono oggi con la pioggia, smal-ti sul fondo dei prati –  Osiride brucia il loro sapere continuamente…

Lampi su carri predestinati all’incendio colorano l’orizzonte misto a fango, sono il segnale dell’inizio delle danze e all’Equinozio la raccolta…

Uomini con buffi berretti variopinti, avvicendandosi nella semina delle visioni, capiscono: i germogli sono già nati, hanno dato frutti che non sono stati raccolti…

Abbandonati alla speranza, risucchiati ad un simbolo, si prega di essere sollevati.

Ma le profezie saranno ricomposte, tacciono nelle cose.

 

Conoscenti di una parte del sapere gli uomini.

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