Gianmario Lucini

Ezio Partesana

Im Tempo

 

ISBN 978-88-98677-23-8, pp. 72,  € 9,00

 

 

 

[...] Questa è una costante della poesia di Partesana: tutto si raggela in profili risentiti, quasi istantanei; meno apparenze sono in ballo, tanto più esatta sarà la pointe del moralista. Le sue, in questo senso, non sono quasi più allegorie ma epigrammi gelidamente furibondi. Freddamente chirurgici.

Im Tempo è il titolo della raccolta, in tedesco: nel tempo, musicalmente inteso - di qualcosa, vorremmo aggiungere. Tale è l’interpretazione più ovvia. Nel tempo di che cosa? In quale tempo? L’espressione è lasciata in sospeso. Come se il ritmo del futuro fosse ancora da stabilirsi, cioè da cercarsi. Danza o marcia funebre? Ma è certo che sarà il lettore a doverlo decidere. [Paolo Giovannetti]

[...] Se proviamo ad analizzare i racconti di Partesana dal punto di vista tradizionale, dobbiamo infatti concludere che non sono racconti, perché non vi si sviluppa una trama, non accade nulla che possa essere imparentato a un racconto tradizionale. La narrazione infatti, qui, si sofferma sui significati, muove da una metafora, allude a qualcos’altro, come fa la poesia. Vi sono delle situazioni, dei personaggi che incarnano un modo di essere, più che di agire, qualcosa che è riconducibile più alla riflessione che alla fruizione. In un racconto infatti c’è sempre un divenire, qualcosa che da A diventa B in conseguenza a un certo agire dei personaggi. Nei racconti di Partesana invece, ci viene mostrato uno scorcio di realtà che è data per quello che è, che si muove ma sta immobile o meglio, nella quale ogni movimento è come accaduto da sempre; è come un processo insito nell’essere stesso ma, nello stesso tempo, è qualcosa che non sta nel racconto ma sta nell’autore, così come la poesia non sta nelle parole ma nel poeta o, più in generale, nell’uomo (in ogni uomo). Partesana, dunque, trae da una certa situazione la sua poesia e la racconta, raccontando se stesso e le sue reazioni tradite dal linguaggio che egli usa in modo particolare, per evocare e non per informare, a partire da dentro la situazione e non stando di fronte alla situazione.

 

 

Settimo giorno

 

 

L'orbo vede poco

il sordo non ci sente

lo storpio incespica sulla strada

e non parla il muto.

L'idiota non può sapere niente.

 

Va tutto bene.

Hanno riparato il guasto

e il pericolo è passato,

s'è fatta la pace

il terreno verrà sminato.

Nell'ospedale è tornato l'ossigeno

e volumi sugli scaffali

la carne al supermercato.

 

Persino l'idiota sorride

e sbatte la manone sull'acciottolato,

nuovo di zecca

appena inaugurato.

 

Va tutto bene amore.

Torna a dormire.

 

 

 

All'amico salernitano

  

Una cosa da nulla

un uomo da latte

di sotto la paga

e non vengono ancóra.

 

Non sappiamo la lingua

ma l'esodo è questo

il pane tra i sassi

e le scritte sui muri.

 

Non abbiamo altro

per il loro futuro.

 

 

Un mercante

 

Ogni tre dolori ne dimentico uno. E passo oltre.

Mio fratello è un uomo generoso, cane da guardia fedele, senza testa. Lo tengo stretto, questa sera mi serve. Abbiamo tre barche e una è per la polizia, un costo fisso. Due sono per noi, nessuno le deve toccare, nessuno deve sbagliarsi. Mio fratello tiene un coltello per il manico e controlla. Un’acqua calda e nera, piena di alghe e fuochi accesi a mezz’ora da qui. Rispettare gli accordi, da tutte e due le parti. Ho un taglio rosso sul costato, mi riconoscono per quello. Chi lo vede è tardi. Ma non è sempre stato così.

Mia madre sorriderebbe. Una ragazza col seno teso apre la bocca. Io sono io e lei forse vuole un passaggio, forse altro. Se mi vai a prendere le sigarette, se mi dici chi sono quelli con te, forse ti ascolto. Fai tu. Basta un portafortuna e tutto andrà bene. Un terzo del carico, sessanta persone, passerà la notte al freddo. Mio fratello non sa nulla, lui non sorride, lui tiene i coltelli per il verso giusto e basta. Un mare è freddo; di notte sbava e dice sempre di sì, ma a me solo. È un guardiano. Carogna senza un occhio. Potrei scegliere di dimenticare questa notte il frammento della granata, la strada di ingresso e uscita. Le lance sono a un metro dall’acqua. A trenta due carcasse andate a male. Dentro gli scheletri vendono alcool e pane per denti. Voleremo su un mare nero, meglio impariate a nuotare piccoli miei. Appena cala la luna si parte.

Sono io quello che cerchi? Il vecchio non è nessuno, la vecchia lo accompagna solo, lei non parte. Guardo, ma sono sulla barca sbagliata. E troppi vestiti, e quella borsa piena, e non vedete come sono scuri anche solo gli stagni di notte? Le promesse rendono, a metà costo ma rendono. Non sono Dio, non mi va neppure. Affogherà chi non sa nuotare. Chi ha troppi vestiti. Chi ha la borsa piena e non conosce gli stagni. Non conosco la fine del mio lavoro, non vendo opere compiute.

Cerca me il seno teso e sorride. Quasi nulla tra lei e il mio pelo ritto come il dorso d’un cane. Nuda non sarebbe più bella. Ti compro se vuoi, un passaggio, il padrone è un mio amico. Ci siamo conosciuti anni fa, era famoso come fratello prima che una granata scavasse una galleria nella sua testolina. No. Se li sotto non c’è niente oggi scenderà latte dalle stelle; ma cosa si può nascondere sotto una stoffa così sottile, buona appena per un velo? Sotto un seno così teso? A casa questa sera macellano gli agnelli. L’ha detto mia madre che facciamo lo stesso lavoro. Seguiamo una medesima legge, son d’oro i ponti che non puoi passare. I lupi non devono farsi amici tra gli agnelli, non confondere le cose. Ho comprato un guinzaglio nuovo per mio fratello. Ogni tre dolori ne dimentico uno.

Dimmi cosa vuoi, chiedo. Domanda. Non qui. Dove vuoi. Fuori. Dove? Qui. Vengo. Seguimi. Non sorridere. Nient’affatto. Non sorridere così.

Alle undici scende la marea, alla mezzanotte la luna. Le contabilità umane disprezzano la matematica e ingannano. L’Angelo passa e segna tutti, a sottrarre ci pensa Dio. Non ho istituito io la Pasqua, non siamo pastori. Seguo quel che posso, ma non sono nemmeno il diavolo; il diavolo salverebbe un terzo intero delle sue anime? Non sapevo che il mare si sarebbe alzato. Così dirò. Non che non c’era più posto, per me dove andare dopo tutto. Ti farò un piacere. Sarà un piacere per me. Non salire su quella lancia. È una che va a fondo. Ci salgono a metà prezzo, ma non lo dire a nessuno. Scenderanno per un nonnulla qualsiasi che capita in mare. E alla fine tornerò indietro. Tirerò la corda attorno al collo del mio fratello idiota appena un poco di più, per compassione, e passerò il fiume. Poi resterò lì a fumare.

Sono passati col fuoco, io passo con l’acqua. Spero nel contagio, scelgo i peggiori, ne faccio man bassa. Getto in mare gli avanzi ai pesci. Chi non sa nulla è grato. Stupidi pesci. Lo diceva mia madre: colpire sempre dall’alto in basso. Parlava di polli. Che m’importa, sono stupidi anche i polli. Intelligenti si muore. Mio fratello latra, non corre nessun rischio. È quasi tutto pronto. L’acqua un brodo caldo cui manca la carne. Un piccolo bacio e saremo di ritorno prima dell’alba.

Avevano preso accordi. Furono sessanta giorni e dopo cimiteri. Volavano per aria. Da quel giorno vado a caccia e sparo. Per me va bene qualunque cosa, purché abbia le ali. Le gambe del tavolo, i fuochi, un calibro, acqua, pelli di pecora, occhi, assi, selci, i cerchi del carro, legni, olio, maniglie, perni d’ottone, infissi, chiodi, piatti, ceramiche, ossa, tele, gessi, calce, grate, vetri, ferri, crocifissi. Mia madre. Ogni tre ne dimentico uno; dolori, cuccioli nati ciechi.

Il mio nome è questo. Ho cinquant’anni. Lavoro in marina. Trasporto emigranti. Scafista. Il seno teso mi guarda. Mentre il fratellino fa gli imbarchi e chiudono le luci delle baracche. Mi esce un mozzicone dalla tasca, non sapevo fosse l’ultimo. Il seno teso è contro l’acqua, io verso terra. Non ho buona memoria. Gli uomini sono sulle barche, hanno acceso i motori. Andar via subito. Ma c’è una lama che vedo dalla parte sbagliata. Sotto un vestito così sottile che pareva niente. Suo fratello, mio fratello. Come posso ricordare. Tre dita sotto il costato, dall’alto in basso. È morto annegato. Sono stato io. Adesso so qual è il terzo dolore che dovevo ricordare.

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