Gianmario Lucini

Andrea Lanfranchi

Cantiere in luce

 

ISBN 978-88898-677-34-4, pp. 64,  € 9,00

 

 

 

Cantiere in luce, meritoriamente risultato tra i vincitori del Premio Fortini 2013, non è una raccolta di testi variegati, bensì un libro vero e proprio, coeso e organico, che certifica la maturità e la quiddità di stile dell’autore. Un agile accenno è d’obbligo alla strutturazione del libro, che si articola in cinque scansioni o stanze a catena o in contiguità di successione: Cantiere in luce (altre stagioni), Cantiere in luce (inverno), Passi tra le stanze, Eugenio e Povertà e ragione. Le sezioni presentano sequenze variabili o disomogenee di testi: la prima sette; la seconda sei; la terza undici; la quarta cinque; infine la quinta altre cinque. Sezioni marcate dalla salda coerenza interna fissata da alcune coordinate o invarianti: tali da intendersi, ad esempio, i motivi o immagini ritornanti, di veri e propri leitmotiv, della luce, del vento, delle scale e del tempo, quest’ultimo nella plurima accezione di tempo atmosferico (pioggia, vento, aria), di tempo legato al ciclo naturale (a cui rinviano le stagioni variamente nominate), di tempo lavorativo e sociale (un riferire di stadi, di ore, di ritmi del cantiere), infine di tempo interiore (larvatamente alluso e riverberato dal contesto atmosferico-lavorativo, esistenziale e fisico, o meglio, fisiologico).

 

Coerenza confermata dal ricorso a strutture simili, quasi un assemblaggio: lasse o sequenze di pochi versi, in versi costituiti in prevalenza intorno allo schema endecasillabico, spesso in strofe brevi: talvolta di tipo fisso, in prevalenza di distici (tutta la terza, ottima sezione, spesso con testi caudati, terminanti con un verso singolo) e di quartine (tutta l‘ultima parte, frequentemente con l’ultima strofa caudata, terminante in distico). Ciò va registrato per sottolineare non tanto un dato di stile che rivela ascendenze inevitabili, a volte veri e propri tratti di una educazione o Koinè letteraria, una ideale, e mai data per statuto, linea adriatico-marchigiana, dalla accertata postura ‘di tradizione’ (mossa dal paradigma leopardiano, e articolatasi da Matacotta a De Signoribus, da Scataglini a D’Elia, da Pagnanelli a Scarabicchi), come pure da risonanze novecentesche (Betocchi, Fortini), e nondimeno marcata da una sua unità tonale.  [Manuel Cohen]

 

 

 

WEB

 

cantiere in luce

 

 

cantiere in luce d’acquitrini

tavole lasciate nella melma

– tavole e cielo, e ferri da 18

sullo specchio orizzontale

 

c’è un doppio steso a terra

del prospetto in costruzione,

il doppio esatto della trama

riflessa nella pozza

 

Chi spezza l’incantesimo

sull’argine del cielo, sa

che sotto lo stivale svanisce

il sogno – ricomincia il vero

 

 

 

nel buio delle fondamenta

 

 

La benna della ruspa esiliava la terra

dal suo letto calcificato

a metri cubi (migliaia), per scovare

il sodo del sedime,

il buio delle fondamenta, nel poligono

della recinzione

 

Questo è un posto per scavare nell’ombra

– mi dicevo

 

Le palificate trivellate sotto

il ciglio della strada

sembravano ossa del giurassico

scarnificate, segni

di una tangibile evoluzione

 

Il resto di ciò che manca

– pensavo

 

E fu nella geometria prescelta,

in approssimazioni di calcolo inerziale,

che l’edificio crebbe

 

La natura stratificata del suolo

era l’alloggio di un dio da ingabbiare

nel ferro della costruzione

– un dio sfuggente, che fa sussultare

la terra, tremare il sangue,

gemere le vene

 

 

 *

 

E la luce – mi chiedo – Eugenio, la luce che ora attraversa

il vuoto tra i pilastri, quella luce senza timore né vergogna

che porta il suo carico di particelle incandescenti qui tra questi

pezzi di pareti non finite sulle superfici ancora grigie dei solai

 

quella luce che forma macchie accecanti d’improbabili

geometrie, che filtra leggera e decisa e sospende il nostro tempo

tra un qui disarmato e impotente e l’immagine o il verso di noi

altra umanità in un tempo improbabile anch’esso, ma possibile…

 

Di questa luce, Eugenio, cosa ne sarà nelle stanze che verranno

nella loro perfezione di linda democrazia? – cosa resterà di questo

spazio grande che divideranno, del loro essere state un mentre?

– cosa di questo posto immondo così come ora è rimarrà?

 

Lo avremo attraversato sapendolo comunque degno – somma di atti

imperfetti, luogo dove stare come nomadi il tempo di passare

da un ponteggio a un altro ponteggio

– cercare una vita, un’isola, un segno

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