Gianmario Lucini

Manuel Cohen

L'orlo

 

ISBN 978-88898-677-33-7, pp. 80,  € 10,00

 

 

 

[...]

La sua scelta è chiara e uniforme sia nelle poesie più antiche presenti in questa raccolta, sia nelle recenti: la scelta infatti opta per il verso tradizionale, che è evidente nella sua precedente raccolta (Winterreise, CFR 2012) in quanto lì (come anche in alcune dei testi contenuti nella presente raccolta) si opta decisamente per l'endecasillabo e uno schema metrico preciso, raggruppato in stanze o ottave. Mala scelta è evidente anche nei versi liberi, che si congiungono l'uno all'altro sotto la spinta di una prosodia incalzante (come ne l'impostata e ne l'orlo), tanto che la cesura del verso non sarebbe necessaria, se non fosse opportuna proprio per sottolineare questo elemento prosodico che sembra rincorrersi, sopravanzarsi. Anche le omofonie, le ecolallalie, le allitterazioni, le ironiche soluzioni di versi con la medesima rima (alla Volponi) di altre poesie, sono espedienti, che ci vengono da una (ormai) tradizione, forse più moderna (rappresentata da una serie di nomi, nell'ultima parte, ai quali le poesie sono dedicate), col suo rinnovato apparato fonoprosodico che ha in questi ultimi decenni avuto molta importanza. Ma allora, dove sta l'innovazione? Io credo che il termine "innovazione" non vada inteso con la valenza del differenziarsi. È vero: forse Cohen non si scosta, sotto il profilo meramente "tecnico" della scrittura, dalle recenti (migliori) poetiche e dai relativi stili: non presenta infatti elementi di rottura rispetto ad versificare della migliore contemporaneità: ne segue le tracce, trova un suo stile, lo coltiva, ma sotto il profilo tecnico non si preoccupa di innovare. C'è invero un'attenzione (spasmodica) ai lemmi, ai significati, al suono delle parole, ma tutto questo è comune alla buona poesia che si concepisce anche come ricerca linguistica e non soltanto come "pensiero poetico". Se vi è, dunque, una spinta innovativa nello stile di Cohen, va allora cercato nella preoccupazione di saldare la tradizione alla modernità della poesia e al suo ruolo nella cultura. Oserei anche affermare che la sua ricerca formale, a differenza del suo pensiero poetico, è caratterizzata da una reazione e non da una innova-zione o meglio, da una reazione al verso sciatto, pieno di buone intenzioni e dal contenuto denso di "pensieri nobili" ma desola-tamente banale sul piano espressivo. Dunque, è tutto da provare che l'innovazione sia il nuovo da seguire e la continuazione della tradizione il vecchio da abbandonare. [G. Lucini]

 

 

Altre opere di Manuel Cohen nel catalogo CFR

Winterreise (2012)

 

 

Recensioni e note critiche

 

Vincenzo Luciani http://www.poetidelparco.it/9_1014_Invito-alla-lettura-de-L%E2%80%99orlo-di-Manuel-Cohen.html

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I             (l’impostata)[1]

 

(alla guerra del nobel)

 

s’immagina sempre in armature

d’altri tempi

elmo scudo lancia

sulla plancia

della nave

                  sul ponte di prua

pronto a arpionare

ogni sagoma bianca

che taglia la via

o chi segua

ogni sua scia

per azioni di pirateria

 

si vede sempre fiero

sul cavallo di vidal

a sfidare lame di luce

trame di dame

danze di suoni

assonanze

semi-rime

 

dentro la pancia equestre

mentre punta balestre

dal bastione

lungo la cinta

muraria

              risponde offende

scaraventa secchiate

d’olio bollente

                       resta

sta

      si attesta

scruta da feritoie

di sensi

                  agisce attende resiste

inatteso infine sortisce

svalica smonta quanti

seguono in retrovia

attenti in avanguardia

astanti restanti

 

senza scuse o pretesti

fulmina gli attanti

li travolge tramesta

tutti i testi – sveste

i travestì mutanti

 

poi sempre si vede

lezioso squisito

altero sempre fiero

in studiate positure

 

il capo reclinato

il viso compito

colpito

da paresi o spavento

 

la mano sul mento

l’austero lamento

il ciarliero silenzio

la corona d’alloro

manda fuocofumo

per vacuo pensiero

 

le lievi imposture

le composte misure

i troppi chilometri

emistichi esametri

metri o millimetri

per mitici spaventati

occasionali guerrieri

 

le disposte cesure

tra sedia e divano

le ciabatte il salotto

il fiato il ritmo corto

il fumo il respiro ritorto

le pause le calcolature

 

acconchigliato in una forma

rannicchiato

ai piedi del cordless

 

acciambellato

in mattutine

gattine babbucce

in attesa di chiamata

                                   -  accigliato -

                                                            per stoccolma

 


[1]              Il testo, qui ampiamente variato e accresciuto, è apparso in una versione originaria su «L’area di broca», anno XXXIV-XXXV, n. 86-87, luglio 2007-giugno 2008.

 

 

 

IX       (la dimorata)[1]

 

(il bucato di Jolanda)

 

e là, nella mansarda centrale

la tramatura di fili tesi

da parete a parete, i versi appesi

alle pinzette dopo i bagni di sale

l’asciugatura in lasse messinesi

onde in foglietti per l’ordine a venire

 

e, da fuori, una trafittura che sale

a fiotti, a via dei Greci, la dimora

in vecchia muratura inumidisce

lambisce la clausura corporale

là s’espande mondatura di lavanda

insana inchiostratura, insonne Jolanda

 


[1]            Jolanda Insana, una delle maggiori poete contemporanee che difficilmente sarà candidata al Nobel, nata a Messina nel 1937 e residente nella Capitale da decenni, ha l’abitudine, molto naturale e artigianale, di appendere i foglietti con i suoi versi, man mano che li scrive, a lunghi fili per i panni fissati alle pareti della sua mansarda romana. Dopo qualche anno, l’intera struttura del libro le appare così, chiara e mondata.

Il testo, qui rivisto, è precedentemente apparso nel catalogo della mostra Incontro con gli autori. 24 anni di Arte, 1989-2012 a Portonovo, a cura di L. Socci, Edizioni Hotel Fortino Napoleonico, Portonovo (AN) 2012.

 

 

 

(curva sud)

 

               “Il saluto romano ha solo una valenza sportiva. Ho incaricato il mio legale da tutelarmi da chi infangherà il mio nome”

                (Paolo Di Canio, all’epoca calciatore della Lazio, Agenzia Ansa, 22.12.2005).

 

 

ognuno ha la storia che merita

Di Canio ad esempio con quel nome

segnata ha una retta che non evita

 

la testa secca rasata in elezione

a una fede fiacca una fiaccolina

bislacca il braccio tende in azione

 

una faccina che dire? più coattina

che scema bruttina non poco lupesca

la parlata oscena repubblichina

 

nutrito a frattaglie trippa ventresca

venuto su nella sguaiata popolana

opulenta maiala amatricianesca

 

papalina cialtronesca ulliganniana

altro? la gazzetta dello sport stadio

studio di piede pallone in accademia

 

blasone da bar centurione gladio

non altro se non che nel clan intra moenia

lo sostiene in una memoria d’inverno

 

un compitissimo Alessandro Piperno

 

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