Gianmario Lucini

Nunzia Binetti

Di rovescio

 

ISBN 978-88898-677-20-7  pp. 80,  € 10,00

 

 

 

[...] “Ma io prendo mia madre e me la porto/ dentro,/ così divento madre di mia madre/ e vinco il tempo che me la condanna a morte,/ lo plasmo come meglio penso e posso.”

La forza di Nunzia Binetti sta proprio in questi pochi versi, incipit di una bellissima poesia. Non so come dirlo, ma sembra che la fisicità della parola, la sua capacità di sostenersi nel campo di uno scritto come pietra o arco o colonna, si debba a questa forza insita nella capacità di orchestrazione o architettura che la poetessa possiede come un dono materiale. Certo, molte altre qualità si assommano nella la sua esperienza verbale, la dolcezza ad esempio, l’abilità di assemblare più immagini ugualmente perentorie nello stesso componimento, anche se breve ed essenziale. L’artista, questa propensione al disegno di precise linee di struttura, di materialità venata d’anima, la coglie nella sua perfezione, nella sua esatta funzione. Nunzia è veramente maestra di questo stile, lo sente impellente, ma non grave, non pesante, le viene da dentro e come appare lo trascrive nella sua lingua diretta, sincera e perentoria.         

                      [Arnaldo Éderle]

Il canto muliebre di Nunzia Binetti è infatti qualcosa che ha aspetti originali. Non è il canto della madre, dell’amante, della femminista, di una qualche particolarità del femminile. Certo, è percepibile una ribellione spontanea a una cultura del maschile, che la fa sentire e in qualche modo la colloca di rovescio rispetto al contesto socio-culturale. Ma è anche una voce che cerca di essere integrale: madre e amante, figlia e madre, donna dei doveri ma che rivendica anche i suoi diritti perché dà senza riserve e con alto senso morale, donna delle cose concrete e, se vogliamo, poco “poetiche” della vita di ogni giorno, ma anche donna di intelligenza, di profonda cultura e sensibilità, che la inducono alla insofferenza per tutto quanto le aspettative di ruolo le impongono, sino all’aggressività esplicita, quando amare diventa ferire, perché supportare oltre significherebbe la perdita della dignità e la riduzione della persona ai compiti di ruolo, da essere a un esser-ci da altri pre-determinato e dalla cultura.

Possiamo quindi dire che la poesia di Nunzia è, a suo modo, anti-letteraria, nel senso che la letteratura (moderna e del passato) ci mostra sempre un aspetto del femminile enfatizzato e reso paradigma, ma raramente ci mostra una figura di “donna integrale”, che tradotto in un linguaggio astratto potremmo chiamare il “femminile” tout court. Io credo che questa visione, tematizzata nelle varie poesie delle due sezioni, sia in qualche modo inedita e meriti un’attenzione particolare, perché si tratta di una visione poetica (di un “pensiero poetico”) originale, niente affatto utopistica (o utopistica sin quando la cosiddetta “volontà politica” di cambiare le cose, ossia l’anima più profonda della cultura di massa, lentamente non maturi) e pre-figuratrice di una concezione armonica della società, nei fatti e non soltanto nelle parole o nei grandi manifesti di pensiero. [G. Lucini]

 

 

Genesi

 

Ma io prendo mia madre e me la porto

dentro,

così divento madre di mia madre

e vinco il tempo che me la condanna a morte,

lo plasmo come meglio penso o posso.

Mi resta solo una madre, ultima radice,

e la difendo con l’unghie e con i denti

più d’ogni cosa.

Scorgere sul suo volto accenni di sorriso

vale granai, i giardini, le perle intorno

al collo.

Prendo mia madre e me la porto dentro

divento io una madre e vinco il tempo.

 

 

 

Di rovescio

  

Io suono nel mare un colore rovescio

esso sa di fanghiglia

mentre il resto, tutto il resto

si veste d'azzurro

quell'azzurro ormai troppo comune

che degrada nell'acqua un cielo ammalato.

Non è forse comune anche un nero di fango?

Invischiata la pelle di petrolio e di pece

io canto mille volte a rovescio.

Ho le corde vocali in prolasso

ed un verbo, come lisca,

per caso

mi ha graffiato la gola.

 

 

Danubio

  

Muoveva intorno un attimo, la mia piccolezza,

un suono gitano

sxcusatio di danza claudicante su femori

– sospesi ad est – tra specchi quieti d’acqua.

E la distanza, ormai lucida parvenza

annuiva un altrove di memoria.

Pure perdeva senso la presunzione di ogni essenza

e non valeva più il pagliaio, le cattedrali, il verde sparso

o il mare

ché forte tutto quanto è acqua è mare

e non lo sa una rétina imprecisa

spintasi sulla grazia di scarpette in vernice nera

che solo portano...

sapeva che strette in quelle avrei disceso in fretta

le uniche tre o quattro scale

di un battello fragile tanto

da non ambire al viaggio.

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