Gianmario Lucini

Zara Finzi

Verso il giardino

 

ISBN 978-88-98677-27-6-pp. 152,  € 12,00

 

 

 

Pian piano si delinea davanti a noi il singolare e personalissimo affresco di un’Italia che spazia dagli anni Quaranta ai giorni nostri, con tocco lieve, ironico e a volte drammatico, ma con un’identica misura di leggerezza che è consapevolezza di sé e amara ironia.

Alla capacità di sintesi e di procedere per rapidi flash e prose poetiche Zara Finzi ci ha abituato fin dal suo libro precedente, la raccolta di poesie Per gentile concessione, che è focalizzato sugli anni dell’infanzia e sulla memoria della Shoah, che ha lasciato un marchio indelebile nel destino familiare dell’autrice.

Lì sia il rapporto con la madre, sia l’esperienza familiare della guerra apparivano particolarmente dolorosi a causa delle origini ebraiche della famiglia Finzi.

Fin dal titolo Verso il giardino allude a un ritorno all’infanzia come giardino dell’Eden, nella circolarità di affetti che prendono forma nella bonomia di presenze vive e fantasmatiche, evocate a partire dalla magica città delle origini, Mantova, e presenti nelle successive città attraversate, Milano, Monfalcone, Sorrento, fino al ritorno alla città d’elezione, la Bologna dalle rosse torri e altane, dai cortili e giardini segreti, come quello che conterrà lo scrigno dei giorni futuri.

Qui, al bivio fra religioni e provenienze diverse, ancor oggi molti nuovi cittadini si incontrano e fanno mondo, così come avviene per la scrittrice l’incontro fra lei e il compagno di vita, complice un ballo e una comune condizione di studenti.

L’Italia che appare, da questi brevi e brevissimi reportage fra le città attraversate soprattutto per lavoro (quello suo, di insegnante, e quello del marito), è appunto l’Italia delle migrazioni interne, in un paese in pieno sviluppo economico, un’Italia a più marce e velocità, a più tradizioni (culturali, sociali, linguistiche, gastro-nomiche) con cui l’autrice fa i conti, ridendo a volte in modo un po’ amaro, dipingendo rapidi ritratti di personaggi indimenti-cabili: il bidello capo alla media di Mantova, la marchesa Giovan-na d’Arco Guidi di Bagno.

Chiamo questi capitoli “microracconti” perché in ciascuno la vicenda narrata potrebbe essere una storia a sé. [Loredana Magazzeni]

 

 

 ***

 

C'era un giardino nella casa di Marmirolo, dove era nata. Ospitava il lillà, il calicanto, le viole, il gelsomino, la forsizia, i giacinti, le sassifraghe e i mughetti. Un praticello aveva al suo centro un grande giuggiolo. Quando i frutti erano maturi Carloaugusto ci saliva, scuoteva forte la pianta e i “sisoi” cadevano nel suo grem-biulino sollevato. Ne cadevano pochi, in verità. La maggior parte si nascondeva intorno, nell'erba. Li sapeva raccogliere uno per uno, tenendo ben stretto il grembiulino. Intanto però ne man-giava sputando via i noccioli il più lontano possibile.

Dopo la guerra non ebbe più un giardino.

 

***

 

Ogni tanto salivano in una casa o nell’altra per la merenda. Ma non si fermavano. Prendevano il pane o i biscotti e via, giù per le scale, saltando i gradini a tre a tre (pum pum ta – pum pum ta) fino alla strada.

 

Al fondo del vicolo c’era la torrefazione del caffè Bonfanti. Den-tro trovavi il vecchio Bonfanti e la giovane moglie, chiacchierona ed espansiva. Quest'ultima non sapeva mai se il numero che aveva in testa era quello letto sulla bilancia o quello che pensava di ve-dere l’indomani.

Proprio di fronte al portone di casa, c’era l’uscita del Cinema Bios. A volte eludevano la sorveglianza della “maschera”, così, specie d’inverno, entravano nel caldo buio che le avviluppava con la sua musica.

 

Ognuna portava la propria bicicletta giù per le scale e poi fa-cevano le gare fino alla Banca d’Italia e intorno alla Camera di Commercio dalle pareti bugnate, opera dell'architetto Luca Bel-trami. Dentro la cancellata che delimitava l’area con ricami déco, il giorno di mercato i contadini concordavano i loro affari. “Dà chi la man e la vaca l’è tua”, dicevano, a testimoniare come la parola data con una stretta di mano avesse un valore effettivo.

 

***

 

 

Molta parte della sua vita la trascorreva nella chiesa di Sant’Andrea e nel suo comprensorio: la piazzetta sul retro, la canonica con la casa del vecchio parroco Don Costa. Tutti i sabati, alla fine della dottrina, lui passava con i confetti tolti dalle bomboniere che gli sposi gli lasciavano. Faceva le domande sul catechis-mo:

“Chi è Dio?”.

“Dio è l'essere perfettissimo, creatore e signore del cielo e della terra”.

“Per qual fine Dio ci ha creato?”.

“Dio ci ha creati per amarlo e servirlo in questa vita e per goderlo nell'altra, in Paradiso”.

A chi rispondeva dava i confetti.

Lei rispondeva a molte domande.

 

Una volta Cecilia, la ragazza più tranquilla, stramazzò improv-visamente a terra. Si dimenava e schiumava bava dalla bocca. Dis-sero che non c’era da preoccuparsi, ma chiamarono subito la madre. Si seppe più tardi che era da sempre malata di “malcadu”.

 

Il primo contatto con la morte l’ebbe proprio nella casa del par-roco che la costrinse a visitare la madre morta. Una doppia sco-perta: come si presentava una persona morta e le stanze segrete di un prete. Odore di luoghi nascosti.

 

 

La chiesa di Sant’Andrea era diventata la sua seconda casa. Co-nosceva tutti i confessionali in cui si puliva l’anima. Quello dove i suoi dubbi e le sue ansie trovavano risposte era nella seconda cappella a sinistra della navata; lì c’era il suo direttore spirituale, che più tardi la voleva mandare gratis all’Università cattolica. La chiesa aveva un odore particolare, d’incenso e di candele accese e spente, di fiati, di preghiere e di lacrime che si erano consumate dal Rinascimento in avanti. Lì ha insegnato catechismo, ha fatto fioretti, ha assistito alla messa delle sette tutti i mesi di maggio saltando la colazione per non ritardare la scuola, e la sera al rosario con le vecchiette. E poi i canti in latino, Tota pulchra es Maria a due voci, e le messe solenni e il giubileo. Un senso di pienezza, di infinito, un'ebbrezza amara. Da casa vedeva la cupola nei cieli rosa della sera trapuntati di rondini e sentiva il suono delle campane. Solo a Gerusalemme, quando il muezzin chiamava alla preghiera, ha capito il valore che quel suono aveva avuto per lei.

 

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Note critiche

Zara Finzi, Verso il giardino, Sondrio, CFR editore, 2014, pp. 152 € 12

 

Si rimane subito colpiti dalla struttura sincopata del libro di Zara Finzi, Verso il giardino, che sembra sfuggire ai generi, in bilico fra romanzo, come l’autrice stessa lo definisce, e narrazione autobiografica. Parlo di genere atipico perché oggi la necessità e il bisogno di essere brevi stanno cambiando la struttura dei generi letterari, sempre più frammentati e per rapidi flash. Ho parlato, nella prefazione, di “microracconti” per definire le brevi prose che accompagnano il percorso di vita della scrittrice, che si snoda per la prima volta in forma narrativa, con un forte tributo alla produzione poetica precedente, da La porta della notte a Compensazioni, e in particolare all’ultima raccolta, Per gentile concessione, che presenta un’analoga struttura per prose poetiche aventi a soggetto le figure del padre e della madre.

Ma non si tratta di un libro frammentario, anzi. È un libro scritto dentro i giorni, sul flusso, sul senso del nomadismo del durare. “I nomadi non hanno il giardino”, recita il sottotitolo, mentre il titolo, programmatico, contiene l’idea di percorso esistenziale, di ricerca di un centro geografico e interiore. Il viaggio, i continui trasferimenti in città italiane, che l’autrice ha compiuto per motivi familiari, compongono le tappe di un percorso di progressiva maturazione personale ed esistenziale che porta a un avvicinamento a quella che chiamiamo “casa” del cuore e della mente.

Il giardino cercato e trovato, il giardino segreto, è anche il titolo di un famoso romanzo di formazione della letteratura per l’infanzia, ed è il cuore della mai compiuta ricerca di senso e completezza.

Come accade nella tradizione femminile delle origini, quella delle mistiche italiane, Caterina Vigri, coi suoi Dodici giardini, fa coincidere ad ogni gradino di una scala di perfezione il nome di un fiore. Finzi aggiunge un fiore a ogni città attraversata: il glicine per Mantova, il tiglio per Milano, le violacciocche e il sommaco per Monfalcone, le gaggie per Sorrento. A Bologna ha sede invece il giardino che tutti i fiori riunisce.

Odori, sapori, lingue, abitudini, necessità e scoperte accompagnano lo snodarsi dei ricordi, ritmato dalle presenze e voci dei protagonisti, che vengono rievocati, interpellati e messi in campo spesso con sagace ironia. È l’autrice stessa a fare capolino, a Milano, con la prima persona singolare, dopo il largo spazio riservato agli affreschi familiari del primo capitolo, dove si accampano maestose le figure genitoriali, accennate e potenti, minacciose e dispensatrici di beni all’occhio curioso e aperto della bambina che tutto osserva e ricorda. La figura materna campeggia ad apertura di romanzo col ricordo delle cantilene in dialetto mantovano. È in questa prima parte del libro che troviamo accenni alle persecuzioni razziali e al carattere fiero e orgoglioso della madre, che la figlia osserva e conserva.

Prendono pian piano forma interni borghesi, parentele, strette all’abbraccio di un umorismo oserei dire di gusto yiddish, mentre si disegna attorno alla figuretta snella della giovane insegnante, alle prese con la necessità di diventare una donna multitasking, la presenza di un’epoca, gli anni Sessanta, che erano musica, cinema, erano crescita economica, Milano da bere, invenzioni pubblicitarie, figure di grandi attori. Questo mondo rutilante e colorato viene evocato, con modalità tangenziali da Finzi, che non ne viene catturata, anche se lascia intendere che avrebbe potuto, avendo bellezza, spensieratezza e giovinezza, per una sorta di distacco e riflessività, e rifiuto organico ai condizionamenti.

È invece molto più realisticamente il mestiere di insegnante che diviene la passione di una vita, un mestiere che è stato il motore dell’indipendenza delle donne fino dai decenni postunitari e che ha annoverato fra le sue fila numerosissime scrittrici e poetesse. Un mestiere che ha contribuito a fare gli Italiani, dopo l’unità d’Italia, grazie al capillare lavoro incrociato di crescita numerica e culturale delle maestre ottocentesche e poi novecentesche e la lotta all’analfabetismo combattuta e vinta.

Agli anni dell’insegnamento sono dedicati alcuni flash così come agli anni della maternità. Sono anni affollati, gli anni ’70, anni di lotte e contraddizioni che entrano in queste pagine assieme alla strage di Piazza Fontana, all’omicidio di Pasolini. Intanto prende forma un’Italia a due marce, con realtà locali e regionali che la rendono complessa, difficilmente omologabile.

Finzi ne mette in luce le diversità legate al quotidiano: la lingua, la cultura, la gastronomia, i nomi dei cibi, le abitudini di vita, le diversità fra Italiani, un patrimonio di tolleranza da rispolverare per capire i flussi migratori di oggi, un ripercorrere esperienze che gli Italiani conoscono sulla propria pelle. Infine, l’approdo, la casa di Bologna, perfetta e scaramantica. Tutto riprende senso, quando si comincia a distinguere il disegno complessivo di una vita e ogni tappa è una parte del disegno o un fiore del giardino.

Loredana Magazzeni

 

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