Gianmario Lucini

Daniela Raimondi

Avernus

 

ISBN 978-88-98677-18-4 - pp. 64,  € 9,00

 

 

 

Invece è proprio la memoria la chiave che schiude il senso metafisico della morte, la “memoria che la fine del corpo non riesce a sconfiggere”, “un richiamo che sale dalla terra, / un suono monocorde che ci lega alla bellezza del mondo”: “scavare / scrivere”, ossia perpetuare la memoria, è necessario per comprendere la tragedia della morte, ma ancor di più per superare il paradosso della fine, per “attraversare il tempo”.

La scrittura, tuttavia, proprio come l’Averno, non è che la soglia del mistero della morte, come rammenta la stessa poetessa: “Ho scritto e riscritto senza mai trovare le parole giuste, / l’esatta descrizione della solitudine, la frattura che ora ti separa dal mondo / la parte di me che ti ha seguito”. La poesia non è dunque, per Daniela Raimondi, strumento logico o speculativo, ma piuttosto linguaggio empatico ed evocativo: nei rituali pagani ricordati dalla stessa autrice, perpetuare il nome del defunto significa consegnarlo definitivamente all’aldilà; allo stesso modo la parola poetica marchia nella coscienza dei vivi il ricordo dei morti. Non c’è spazio per resurrezioni o celebrazioni, “nessun angelo era seduto accanto al sepolcro”: è la parola, quasi magica nel suo ruolo di garante della memoria, che sorregge il gioco dell’eternità.

Non si tratta, tuttavia, di poesia ermetica, mistica o spiritistica: il quadro di riferimento è quello della concretezza della quotidianità, delle relazioni fatte di gesti e di dialoghi comuni, della casa, dell’ospedale, dell’obitorio. La lingua di Daniela Raimondi rispecchia questa scelta: piana, naturalistica, ai confini con la prosa, strutturata in periodi brevi e semplici; non mancano punte espressive, che alludono quasi sempre all’irruzione brutale della cruda materialità nel fluire delle emozioni (“colonscopia”, “samba e cha-cha-cha”, “ictus”, “telo di plastica”…), ma nel complesso prevalgono la schiettezza del parlato e l’intensità dell’emozione.[Enrico M. Di Palma]

 

 

Febbraio

 

La tua vita scorre al rovescio.  Diventi ogni giorno più piccolo, quasi sparisci nel centro del letto.  Non riesci più a muoverti.  Ti aiutiamo ad alzarti per andare in bagno, o all’ora dei pasti. 

 

Ti appoggi a noi. 

Fai un piccolo passo dopo l’altro,

 

un        piccolo         

 

passo              

 

dopo      

 

l’altro.

 

Di tanto in tanto devi fermarti, riprendere fiato. 

Arrivato al tavolo ti accasci sulla sedia con un lamento. 

 

Mangi sempre meno.  Vomiti subito dopo.

A volte resti immobile, la testa china sulla minestra,

il cucchiaio a mezz’aria. 

 

Dalla TV escono canzoni sguaiate,

lezioni di samba e cha-cha-cha, la voce di Magalli. 

Mamma ride.  Lei non sa del tuo male. 

           

            “Devi stare più su.  Il letto indebolisce.” – Borbotta.

 

Quando arriva l’oroscopo di Fox, ordina a tutti il silenzio e alza il volume.  Per il tuo segno si annuncia una buona settimana.  Qualche problema d’amore e Saturno in posizione contraria, ma la salute è ottima.

 

 

 ***

 

Ma tu non vuoi morire, e io stendo ancora la mano.

  

Hai scordato i suoni, le nostre voci, i nomi delle cose. 

Non parli.  Non ci stringi più la mano. 

Galleggi nel tuo universo nero.

 

Ti somministrano forti dosi di morfina. 

Punture di morfina ogni alba, ogni tempo, ogni spazio.

Viviamo nel terrore che tu soffra senza riuscire a comunicarlo. 

Corriamo all’ospedale un’ora prima dell’iniezione

per essere sicuri che non si dimentichino di te,

che non siano in ritardo, che una fiala cancelli in un momento ogni paura.

 

Ti siedo accanto mentre dormi nella transumanza del coma: 

il corpo senza tagli, il capo regale.

Ti stringo ugualmente la mano.  È la sola cosa che mi resta.

Il rantolo in fondo alla tua gola è aumentato. 

Ogni giorno ti aprono la bocca.  Aspirano il catarro,

ma non aiuta.

 

Passo la notte seduta accanto a te nel Reparto Geriatria.

Sento le battaglie di chi lotta per raggiungere la fine:

l’eco dei lamenti, il pianto di un vecchio, i passi di un’infermiera. 

Un malato bestemmia. Un telefono squilla. 

 

A volte mi addormento, poi mi sveglio di soprassalto

con la paura che tu sia morto da solo.

Fisso nella penombra il tuo oscuro splendore. 

Ascolto il gemito nella tua gola, la fatica di ogni respiro. 

 

Sono i giorni vasti e bui del tuo ultimo esistere.

Tu nel sonno del coma. Le ore millenarie della notte. 

Notti senza ombra.  Assolute.

 

La tua pelle esala un odore forte, un’aroma acre. 

La mia mano stringe a lungo la tua,

ma a volte l’odore che ti impregna le palme

diventa insopportabile. 

Devo correre in bagno a lavarmi le mani. 

Le strofino forte con l’acqua e col sapone,

e ne ho vergogna.

 

 

***

 

Il nome del padre  è un nome difficile che a sussurrarlo temi ne fugga la luce

e a dirlo forte se ne perda il regno.

 

Marzo 2013

 

Dodici lune sono passate sulla tua tomba.

Tu diventi ogni giorno più grande.

 

Qui stanno le tue spoglie,

la somma dei tuoi anni fuggiti tutti insieme.

Nell’aria si solleva lo spazio del silenzio,

quel bene taciuto e che il tempo, adesso,

rende santo.

 

Il castigo è stato questo:

le nostre bocche chiuse, la fame incolmabile dei cuori. 

Noi, senza quasi mai incontrarci. 

Noi senza parlare, senza toccarci.

 

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