Gianmario Lucini

Patrizia Santi

Coordinate dalla Plaza

 

ISBN 978-88-98677-19-1  pp. 56,  € 8,00

 

 

 

1939, carcere femminile di Ventas a Madrid. Tredici ragazze giovani dai 18 ai 29 anni, “Las trece rosas come le definisce una poesia, sono in attesa di essere fucilate. L’accusa: aver tentato l’assassinio di un generale franchista. Così le 13 disgraziate lasciarono questa valle di orrori il 5 agosto del 1939, dopo aver subito ogni sorta di tortura. [1]

1973, carcere di Devoto a Buenos Aires (tristemente noto per il brutale massacro dei rivoltosi fuggiti dal carcere di Trelew, in Patagonia ma subito quasi tutti catturati e tradotti a Devoto). Anche qui una tappa dell’orrore, durante la dittatura di Videla, dove si ripeteva il copione più nero delle torture, con la novità dei famigerati “voli della morte” (Dalla cella, i motori degli Hercules creano ombre di morte). Anche qui donne, ormai solo numeri, vite già spente, nomi già dimenticati, nomi di vento (Prendi me, nata Carmen, poi N.N.).

1976: lo scenario è la violentissima repressione seguita al Golpe del settembre 1973 in Cile, ad opera del generale Pinochet. Anche qui torture, morte, donne, ginecidio. Il mondo “civile” tutto sapeva, nella solita, profonda, ignava indifferenza, condita di effimero e di edonismo (Il volume del televisore porta al mio orecchio: il grido, il goal!).

Chiude la piccola rassegna degli orrori, la vicenda delle Maquiladoras, ossia delle aziende che hanno in appalto il lavoro di assemblaggio decentrato dalle grandi aziende del “primo mondo”, in Paesi in via di sviluppo come il Messico. In queste aziende non esistono diritti sindacali, ogni abuso è impunito. A tutti è nota la vicenda delle operaie che spariscono improvvisamente, vengono torturate e violentate e poi ritrovate sepolte in luoghi desertici. Le autorità sanno e tacciono; l’unica loro preoccupazione è di mettere tutto a tacere, il più possibile, e minimizzare o negare, contro ogni evidenza, i crimini e il ginecidio. Ciudad Juárez, nello Stato messicano del Chihahua, è la città più nota per questi fatti [...]

Cella 47.

  

Elvira ha saputo che vi sono fuochi accesi, sui monti.

Che l’uomo galiziano ha sfilato nel bel mezzo dell’Avenida

del Sol, fedele al fastoso cerimoniale.

 

Pedro, appeso per i piedi,

ha concluso malamente la sua crociata.

Ho pregato rivolta all’altare.

Per lui.

Per Pedro.

Ho pregato davanti all’altare.

Sulle ginocchia.

Per lui.

Per Pedro.

 

Donne in fila.

Al palo.

Blanca non vuole.

Reclama l’amore dei suoi quattro figli.

Blanca non vuole.

Ho pregato rivolta all’altare.

Per lei.

Per Blanca.

Ho pregato davanti all’altare.

Sulle ginocchia.

Per lei.

Per Blanca.

Un colpo secco. Uno solo.

Il caricatore si rimette in posa.

Corpi accatastati per la terra degli dei.

 

 

 

4.

 

Tres Alamos. Protocollo tortura.

I margini sono stati circoscritti.

La concessione è solo un filo che filtra remoto dall’alto,

come un sovrano trasfigurato.

 

Il cuore di Santiago è saltato in aria con tutto il resto del corpo.

Avanza un regno di sgabelli e anfibi.

Occorreranno giorni per deglutire la regressione.

La città del vento vive un istante tribale.

 

 

 

Identificazione /5092

Corpo numero 35

 

Scatto 8./Flor

 

Abluzioni rituali.

La voce del Rio Grande è la voce dei morti.

Fra affanni e ceneri il coltello d’ossidiana solca l’addome.

 

Dilatazione termica.

Apparato boccale, glutei: un composto di ecchimosi.

Brilla il sangue del Messico sull’omero di Flor.

Il convivio, nell’adoratorio.

Perché disattendi il peccato originale Capaneo?

Lavi il pugnale, il naso artificiale, lecchi tortillas di pepe

e canditi.

 

E l’indagine propende per un tira e molla.

 

Flor, illacrimata, al chilometro 30 dell’Avenida Desierto.


[1]              I nomi sono: Avelina, Joaquina, Pilar, Blanca, Ana, Julia, Virtudes, Elena, Victoria, Dionisia, Luisa, Carmen, Martina. In realtà furono 14, perché una di loro, Antonia Torres, era già stata fucilata nel febbraio precedente.

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