Gianmario Lucini

Gianmario Lucini

Hybris

 

ISBN 978-88898-677-16-0, pp. 120,  € 12,00

 

 

 

La volontà di chiarezza spinge il Lucini dell’avvertenza a uno stile piano, ma non arrendevole, vicino al Baudelaire dei Fiori quando si rivolge all’”hypocrite lecteur, mon semblable, mon frère”. A governare l’intenzione etica, tuttavia, non è la disperazione romantica del parigino, bensì l’amore verso il prossimo, la fede nella possibilità del contatto messa in opera dalla parola. La poesia diventa così il banchetto comunitario, l’ostia consacrata dal dolore, l’agape che il poeta, staccandosi dal gruppo di poetucoli da studiolo (sui quali sparla nell’Intermezzo), condivide con “voci di masculi et de fœminae / scollegate dal centro animale”, per educarli a ritrovare la luce. Dante pedagogo sta nei paraggi, guida l’allievo, ma non sino a spingerlo a mortificare l’hybris, necessaria alla rivolta dal torpore in cui il capitale ci ha gettato. Marx, tuttavia, viene tenuto a banda nelle sue spinte rivoluzionarie e così uno dei suoi riferimenti, quel Fauerbach che, ne “L’essenza del cristianesimo”, sostenne l’identità fra teologia e antropologia. Non che Lucini neghi l’esistenza della materia e nemmeno la fragilità degli uomini, usi a inventarsi degli idoli per sopravvivere all’orrore della morte. Ma una cosa sono gli idola baconiani, un’altra la verità di fede, l’esistenza di Dio, ucciso dalla presunzione e dalla noia, un Dio diventato “impraticabile” scrive in Nenia, poemetto dedicato a padre David Maria Turoldo, che da sempre accompagna la sua scrittura e lo ispira nel rigore virtuoso contro i mali del mondo.

 

Basta leggere le prime venti pagine per cogliere tutta la complessità culturale di Lucini: c’è l’amore francescano per il Creato e il suo Creatore, c’è il Pascoli pervaso dall’unità mortale culla-nulla e dall’idea che la poesia si scriva dal ciglio della tomba, e c’è il viaggio dantesco tra le macerie del contemporaneo oltre che la sua propensione al plurilinguismo, qui inteso nella polifonia dei registri ma soprattutto nell’agglutinazione interlinguistica. Su quest’ultimo piano, superata la porta infernale, Lucini non lesina affatto: latino, italiano arcaico, francese, lombardo, tedesco, inglese, entrano in campo con grande abilità d’amalgama fonetica, le lingue moderne con funzione ironica e/o spaesante, le classiche per tirare in gioco la valenza autoriale, la forza di resistenza alla deriva che l’antichità ci ha tramandato.

                                         [Stefano Guglielmin]

 

Dello stesso autore, nel catalogo CFR, per la poesia: A futura memoria,  Il disgusto,  Monologo del dittatore,  Ballata avvelenata,  Poemetti del dito, bestiario e altre confessioni Krisis,   Canto dei bambini perduti Per il bosco, Memorie del sottobosco, Hybris

Per la saggistica: Editore impostore Ipotesi sulla nascita della poesia Cattivo maestro libro, Pensiero poetico e critica integrale dell'arte

 

 

I

 

Pater filius noster che dentro le stelle riposi

mentre maraviglia ci trastulla

interi orizzonti occupando

e tutti i suoi abitatori et l’amara

scorza della felicità che ancora

dalla forca pende dopo l’ultimo

sterminio al suono di violini e grancasse

 

noi grati Te laudiamo per l’infinite occasioni d’alberi et colori

et pianure et erbe dal vento mosse e il fantastico

lucore di petali e petali che brillano

e petali e l’infinite iridescenze di messer lo frate sole;

e anco de tutto il ciarpame che c’imbriglia

dentro la tomba del mondo

nostro efebico e gelato,

 

per lo zirlire di numeri et indici e profitti e per questa

compatta salvezza di ragioni e prospettive,

noi Te santo facciamo al chiarore dell’ultima face,

per onne tempo grati de lo regno tuo et de la tua voluntate

perché ci libereremo dal male un minuto appena

prima di sora morte nostra corporale,

senza poter capire lo spiro di chi

è già defunto e il vagito primiero

del neonato che ne eredita lo spazio

 

su questa terra

 

per proclamar Te onnipotente, eterna

ignava nostra

creatura.

 

 

X

 

Sono io il luogo dell’inizio

la chiave, l’insonnia, la face

l’èffeta, l’alfa, l’omega,

il fuoco rubato ai primordi

 

e posso volare più in alto d’ogni osanna

posso creare et creando distruggere

con un semplice gioco di prestigio

barare

 

aleph

inizio d’ogni bene

al di sopra d’ogni bene

e d’ogni male. L’orrore

 

mi consacra signore dell’era.

 

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IX         Confini

 

Su questa immensa terra abbiamo

piantato bandiere e divelto foreste

misconoscendo nomi e sentieri

abbiamo tirato un segno di squadra

sur un papier improbable

circoscrivendo il mistero dagli spazi

reali in segni astratti;

 

loro maestà incoronate et democraticissimi

Präsidenten si contendono luoghi

et isole beffarde che emergono e s’immergono

scrutando i segni se mai

voce da sconosciuti mondi possa

vibrare per l’etere sino all’occhio perplesso

e: «l’immenso è nostro per diritto – proclamano –:

l’indio non sa

d’essere suddito senza nazione

in un verde che trilla e riverbera promesse

non ha danaro a controllo dei confini

e in troppo vasto si perderebbe il suo cuore

caos naturale

che pur si deve amministrare

per il futuro e il progresso».

 

Per questa carne ignara abbiamo preparato

bonbon di mitraglia e zuccherini avvelenati

l’abbiamo spinta in ragionevoli orizzonti

di sterminanti silenzi e di etterna pace,

e se taluna sé appropinqua con fare sottomesso

abbiamo in serbo scorte di badili ed elmetti

un dollaro al giorno e una virtù da seguire

per emanciparsi ed entrare nella storia

e imparare che sufficit carta geografica

leva obbligatoria o etiam volontaria

a sancire il diritto di proprietà e capitale.

 

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Lugubre, lugubre canto s'intoni: ma il bene trionfi.

                                 (Eschilo, Agamennone, antistrofe I, coro

 trad. Ettore Romagnoli)

 

Ifigenia fu sgozzata come capra

per l’imperio dei venti né valse

il supplice sguardo, la tenera bellezza .

Questo fu l'ordine del dio

poi che prima viene  la battaglia,

il sangue che sprilla da corazze e la forza e l'odio

come sempre –.

Questo fu il disprezzo degli adulteri,

l'immensa loro arroganza: usare

gli occhi cerbiatti della vergine a pretesto

per celare un disegno di lussuria e di potere.

 

La mite Cassandra andò incontro alla morte

pazza di di terrore ma il Re

vi andò con la sua nota superbia

consegnandosi improvvido e inerme.

 

Io ero lì per caso, fuori da ogni calcolo,

non pensavo al padre, non pensavo alla guerra lontana,

inseguivo i miei anni in un'Argo di pianti e di vedove.

Ma l'innocenza mi fu grave e la mia vita da allora

fu assillata dalle dée

che chiedono vendetta. Fui

 

scagliato in un mito non mio

nel mare tumultuoso del rancore

e covai la vendetta con desiderio

come il villano cova il suo grano.

 

Per Egisto usai lo stesso inganno,

la medesima scena e la sua tracotanza.

Di lui non m'importava, ma la madre

scannai con titubanza

come se il dio volesse e non volesse, come se

improvviso di pazzia si tingesse e svanisse

il rancore d'un decennio,

per dare luogo a un’ingiusta pietà.

 

Con la lama le apersi il cuore e da allora

non ho che tormenti e il rancore

è per il dio che mi opprime, che vuole

e non vuole, dice e rinnega, spinge,

come vela mi tende, gonfia di vento.

 

Gli occhi di Clitennestra s'accendono a volte

nell’orrore dell'insonnia,

nella sua voce la supplica risuona,

di terrore m'intride e mi svuota,

non vedo che sangue al tramonto e gronda

la bianca luna di sangue e il sole e il ventre

di ogni spelonca che mi accoglie.

 

Elettra sorella

non ho che sventure

scritte nel Fato. La mia

vita dagli dèi è divorata e da questo

cerchio di male che chiudere non vuole,

perché noi mortali incarniamo

dei capricci divini il bersaglio,

e ribellarsi a questo

supplizio è hybris.

 

Elettra sorella dammi un veleno

che uccida l'animale che dentro mi divora

e mi conceda un sonno perpetuo, poiché

io sono vittima boia e sacrificio -.

 

                        (Oreste)

 

 ________________________________

 

Elegia della sentinella

 

Da anni scruto dentro la caligine,

non vedo ancora il punto della notte,

i segni dell’alba, il lieve tremolìo

d’un vento foriero di luce.

 

Tutto tace nel buio, solo la civetta

ai balconi assonnati si posa

e una falce sottile di luna

sta appesa al cielo e non si muove.

 

Ho una speranza da lasciare in dono

a chi ha cuore e sangue più giovane

un’antica promessa d’amore

da innalzare come un vessillo

 

per quando verrà l’alba, un sogno

interrato nel sonno dei morti, un vecchio

panno tessuto nei millenni

sepolto al primo rito funerario

 

quando ancora il tempo era bambino

e l’uomo già vecchio e infelice.

 

 

Note di Lettura

 

Antonio Fiori

 

Gianmario Lucini

Hybris

CFR - 2014

 

Poesia sull’orlo della disperazione, poesia strumento rischioso e inadeguato. Per Lucini è ormai da secoli “finita l’era dei poeti e delle loro favole incredute…La parola è uno strumento obsoleto, del quale forse non possiamo disfarci.” Ed allora, condannato comunque alla parola, il compito che il poeta sembra assegnarsi è quello del testimone, del profeta senza mandante, che s’indigna, che non s’arrende. “Il poeta è l’ultimo pazzo che sa di esserlo e vorrebbe che tutti i pazzi lo sapessero.”

E’ un cammino lungo e definitivo quello intrapreso da Gianmario Lucini, che è pian piano riuscito a costruire una voce dall'impronta biblica, che raggiunge in “Exodus” vertici d’eccellenza, con un canto ritmato, rifinito e autorevole: Quarant’anni di stenti e di tormenti/ per plasmare una folla e farne un popolo,/ dal nulla uomini liberi/ da un refolo di vento la durezza di una rupe.// Ci volle un Dio, una gente, un condottiero/ balbuziente e il suo bastone, un deserto/ e tutto fu necessario/ ogni passo, ogni voce, ogni comma. Questa raccolta, mobile per temi e stili, incandescente e sofferta, ci propone delle straordinarie meditazioni sulla morte, dove è amministrata la lezione di Turoldo (come in “Insonnia” - ho tutte le voci nella mia voce/ tutti i nati e i morti tutti in un sol gesto/ compenetrati, in una sola veglia - e ne “La morte non è più parte della vita” - La morte non fa più parte della vita,/ ne siamo orfani da tempo…) ma anche durissime invettive sulla vita sociale e politica, secondo la miglior tradizione della poesia civile (basti per tutte “Lettera da un Paese di morti” – Scrivo da un Paese Paradiso/ spaccato in due dal cemento/ segnato dall’incuria e dal tormento/ inflitto a ogni forma di bellezza).

C’è anche lo spazio per ricordarci la perenne attualità della mitologia, l’inascoltata lezione che ci viene dal passato; il poeta inventa così una suggestiva Spoon River, in cui fa parlare Oreste, Edipo, Sisifo, Odisseo, sempre in bilico tra il lamentarsi vittime e il riconoscersi colpevoli: Elettra sorella dammi un veleno/ che uccida l’animale che dentro mi divora/ e mi conceda un sonno perpetuo, poiché/ io sono vittima, boia e sacrificio – (Oreste).

“Hibrys” è la raccolta che consiglierei a chi ancora non conosce la poesia di Gianmario Lucini, poeta che cresce sempre più in sapienza e coraggio, valorizzato ora anche da Stefano Guglielmin con la sua raffinata e qualificata prefazione.

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