zinetti, Nocidemo

Liliana Zinetti - Viviana Nicodemo

Minime da una fine

Poesie e immagini

 

ISBN 978-88-98677-04-7 -Formato 17 x 23, pp. 40,  € 10,00

 

 

 

Un incontro sorprendente, fra la poeta bergamasca Liliana Zinetti e Viviana Nicodemo, che non vuole definirsi "fotografa" (il suo interesse più sentito è infatti quello per il teatro) ma che in queste immagini rivela, oltre a un raffinato gusto per l'indagine psicologica eseguita anche attraverso la scenografia, anche una potenza espressiva notevole. Le due poetiche si combinano saldamente in un unicum davvero sorprendente per coesione, non tanto di tematiche ma di umore, di sensibilità, di ambientazione psicologica: non troveremo la coincidenza della fotografa che "rende con immagini" i versi della poeta, o viceversa, ma troveremo un ambiente mentale omogeneo, uno stesso dolore o disagio che percorre i versi e le immagini, lo stesso disagio e lo stesso annichilimento di fronte all'insensatezza, al vuoto, al non senso.

Un quaderno dunque denso, lirico e duro, introspettivo ma anche polemico, denso di domande difficili e terribili nella loro drammaticità quotidiana.

Si tratta, pertanto, di una poetica che celebra i vinti, coloro che vivono in uno stato di emarginazione mentale, di sofferenza psichica, che le artiste simboleggia in un ambiente ostile, degradato, trascurato che è poi la rappresentazione immaginaria di questo interno mentale, questo “sottosuolo”, per dirla con un grande scrittore che in qualche modo partecipa a questo fiume della poetica introspettiva ed esistenziale che ha sempre lavorato nella filosofia e nella cultura occidentale, dal VI secolo a.C. in poi.

Avverte Ivan Fedeli nella prefazione. «Il lettore non tragga conclusioni affrettate da un titolo che potrebbe essere riduttivo, nulla è minimo nel ritmo continuo e mai banale di una storia di lacerazione, morte. Il disegno sotteso va ben oltre: è atto consapevole di una tragedia esistenziale che appartiene a tutti, una situazione sartrianamente infernale, in cui l’altro si trasforma nel carnefice che ammicca al punto di non ritorno, alla corrosione di ogni sicurezza, di qualsiasi spazio: “…/Ci assottigliamo perdiamo arti bocca occhi cuore. Per questo forse fiutando controvento latrano i cani nella notte. Per questo a volte le luci delle case si spengono per sempre.” Il contesto è accompagnato da una poesia asciutta, prosciugata in ogni minimo sintagma, in cui esperienza reale e finzione poetica, meravigliosamente, coincidono; qui il nervosismo della sintassi, a volte epigrafica, a volte con i tratti dell’aforisma nello sviluppo del pensiero dominante, il contatto con la morte, portano a punte espressive di alto livello e di piena maturità formale».  

 

 

D'altronde nessuna garanzia
che fossero loro.

(W. Szymborska)

 

 

Caronte traghetta anche gli amori morti?

Dove li conduce?

Bevvero forse l’acqua del Lete

perché un giorno non si riconobbero più.

Ma non ci sono prove

che prima si fossero conosciuti.

C’è chi li vide insieme e stupisce,

chi dice si dovesse perdonare

e queste sono prove inconfutabili

che guardare è diverso che vedere.

Dicono che lei fosse triste.

 

Non capiscono, si interrogano curiosi.

 

Ma ogni domanda ne apre un’altra,

porte comunicanti e silenziose

affacciate sul buio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Contraddizione

 

Perché stagione è febbraio e i venti del nord

decidono il cielo; tu mi dici

quasi primavera, ma io sono qui lego i capelli

e li sciolgo in un incessante trasformismo e

febbraio s’inchioda a una fine senza fine,

la fune stringe nel cappio il tempo.

L’eresia è divenuta dottrina e

le corolle colorate dei crochi

non fanno primavera, lo sai?

sono piccole lingue illusorie

e mentono.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nota su "Computo re vivi"

 

Note di lettura

 

Silvio Bordoni

 

Ho letto con estrema curiosità le parole poetiche e analizzato le immagini fotografiche di questo rivoluzionario “quaderno” come mai mi era capitato. La forza interiore e profonda dell’arte di Liliana Zinetti l’avevo ben presente in me. L’ho sempre considerata un dono della poesia: una mistica personalissima da cui derivano dubbi, riflessioni, domande sul valore stesso dell’esistenza. Il mistero di un essere umano che si trova nell’oceano vasto di un disegno oscuro dove – suo malgrado – una ben precisa direzione non offre vie d’entrata e d’uscita. Tutto ridiviene; presenze umane, metamorfosi della natura, desideri insoluti, solitudine e silenzio.

Una poetica stilisticamente rigorosa, riservata, la sua, che tuttavia apre a un principio e a una fine del sentire umano con caparbietà e sofferenza, come in un “canto d’emergenza” tanto caro a Paul Celan. Parallelamente i ritratti suggestivi e penetranti e i paesaggi attigui di Viviana Nicodemo non solo si accostano alla “parola” della Zinetti, ma la reclamano, la abbracciano nel momento stesso del loro “farsi”, e così viceversa. Un’interpretazione dell’esistente umano che va oltre la visione personale e fotografica dell’autrice per sconfinare in una sorta di catarsi struggente del dolore.

Dolore che tuttavia reca in sé una luce che non proviene da uno spazio esterno, ma che si fa, si compie, si estingue e si ricompone. Si sublima in un’energia superiore. Nel chiaroscuro medesimo della vicenda umana, un connubio stupefacente, dunque, che emoziona, che fa riflettere e induce a una successiva e più profonda rilettura e visione.

Un “quaderno”, questo, che costituisce un’occasione unica d’incontro fra un’esperienza di scambio così forte e ben riuscita, un incontro che esalta le capacità espressive e interpretative delle due protagoniste e che si riversa sul lettore in uno spaccato tra inconscio e coscienza, tra realtà e introspezione. Tra luce e buio che riportano alle arti figurative del grande Caravaggio.

Un esercizio, quindi, da non perdere. Un’occasione da cui emerge come la creatività, nonostante tutto, non intende morire.

 

Verdello, 28 novembre 2013

 

 

Sebastiano Aglieco

 

Conosco l’opera di Liliana Zinetti per averla seguita in questi anni. La sua scrittura si situa tra la forza dell’immagine – a volte mentale – e quella di un contesto: paesaggio oggettivato, paesaggio interiore, riflessione ontologica. Ma si potrebbe utilizzare una parola ormai passata di moda, sottratta alla politica forse perché considerata, appunto, poco politica: la parola è esistenzialismo. Volendone dare una lettura staccata da un contesto storico, essa sta ad indicare il male dell’essere causato e nello stesso tempo senza causa. Il luogo per antonomasia è il vivere quotidiano, la solitudine della visione che non si stempera ma piuttosto si concentra tutta in un punto: quello dell’apparire della scrittura. Essa, allora, raccoglie tutto, mal di esistere e male senza causa: “Ti alzi, prendi il bicchiere per un brindisi/ai giorni a venire e guardi il fondo/come gli aruspici guardavano le viscere,/pensi che in fine la vita/non sarà che questo, ricordi ammucchiati/come cataste di legna, qualcuno che hai amato/e un giorno è andato via”.

 

 

Elio Grasso (nota del marzo 2014)

 

Non è tardi perché le immagini allarghino il canale della poesia, fuori dai comandi, assumendo il valore di un assetto che sta in rapporto con chi guarda – con chi legge. La realtà non ha più un senso forte, conoscenza ed espressione devono assolutamente essere, oggi, dentro un varco. E lì la commistione del bianco e del nero allaccia i nostri sensi devastati, e quel che rimane abolisce di colpo l’attività bassa dei decenni. Nel pubblico si ha la sensazione di un’intelligenza artificiale, o artificiosa, mentre i pochi che conservano la grazia dell’ascolto si misurano la temperatura basale. Lasciano ai falliti le burocrazie psicanalitiche. Viviana Nicodemo ha la fotografia nei reni e nella proporzione frontale del suo cranio, prende piedi dolcissimi e li mette nella grana cartacea, mentre fotoni e chimiche, pixel e bianco-neri amorosi prendono le posizioni di chi fa l’amore. E anche di chi mangia con mani pulite e bocca rotonda. Sembra che non sia necessaria la parola per questa autrice, che invece accompagna poeti in vita e in teatro, cammina e intensifica con essi, si abbatte e risorge con tutte le possibili interrogazioni della scrittura, mentre i click meccanici ed elettronici si susseguono dentro camere e stanze in perfetta successione col mondo. Che vuol dire rispettare le fessure e gli anfratti, i muri scrostati e le assi disallineate, i letti sfatti e il ferro arrugginito di scale la cui direzione è dentro di noi. Non che avvengano miracoli visuali o giravolte della natura. Ma è proprio fra un giorno e l’altro che la luce riprende l’ossessione per i corpi – che appaiono, all’improvviso, come fossero abitanti riesumati per una sorta di benevolenza ottica. I caseggiati di Nicodemo hanno passato la trasformazione nucleare, non sono più procedimenti artistici di eventi catastrofici, ma la catastrofe stessa nel suo accadere. Non sono nello spazio, ma lo spazio intero. Nessun mistero, ma l’incomparabile procedere della natura, nel modo più semplice. Lì dentro l’orologio del tempo non esiste più, e la composizione del bianco col nero è un’inchiesta sulla poesia. Nessun paradosso, ecco perché i versi di Liliana Zinetti sfondano il personale per posarsi esattamente nello scatto di un limite. Era stata in quel luogo, si era spostata, aveva asciugato gli occhi e l’epidermide, tentando di contrastare il freddo e il crudele. Ogni vuoto latrava, per la poetessa, era dentro il suo busto cavo, ma quanti eventi di fiducia giungevano dallo spazio esterno ai caseggiati? Forse nemmeno li aveva percepiti come “zone” verticali, ma altrove le dita di Nicodemo accarezzavano i pulsanti della camera fotografica. Non solo parole, non solo scatti. Bisogna sapere che poesia e immagini non si vedono di buon occhio, ma dialogano anche tirandosi schiaffi (talvolta), oppure accostandosi per insondabili itinerari. Ma la cosa ha da essere, e ogni minimo scarto della vita, per Zinetti, si retrodata fino alla sofferenza, con dentro lo specchio ogni scheggia che fa dire: “questa non è una poesia”. Forse un accadimento, privo di scorciatoie per la salvezza, che non si darebbe per tale prezzo. Non c’è garanzia che gli amori morti risorgano da quel muro, importa che le gambe siano sempre lisce mentre il viso appare come un monologo bruciante come una sonda. In questa figurazione Nicodemo e Zinetti si trovano accanto, anche se non nello stesso luogo. Ma lo spazio fa il resto, privo di tempo le racchiude in una poetica. Poi si può scrivere di tutto il vento che si vuole, di ogni bicchiere e di ogni sangue, la poesia si allontana dall’essere una specie di fantasma, mentre allude al corpo in mezzo ai pianeti, ogni destino di andatura è provenienza e capolinea. Intanto il racconto arriva nettamente, una donna si accende la sigaretta come per allestire una situazione, salta sui sensi e manca di chiedere quale sia la misura della poesia che la conterrà, dell’immagine che vorrà certamente andarsene. L’una e l’altra lasciano qualcosa che satura i livelli, fa indietreggiare verso l’asfalto e l’odore delle fondamenta dove si ergevano i capannoni industriali. L’una rovescia l’antica poesia dei fondali, l’altra il corpo di una donna teso in formidabile stretching sul pavimento, infine rannicchiato e seminudo in bozzolo invisibile sul gelido termosifone nell’ultimo angolo della stanza. Il deserto è anche questo, “da una fine” giunge una luce bianca, esterna, di capienza infinita.

 

 

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