Gianmario Lucini

Annamaria Bonfiglio

Il miele amaro

 

ISBN 97888-98677-12-2 - pp. 48,  € 8,00  

 

 

 

La nostra condizione è simile, per dirla con un racconto medioevale di cui non ricordo né il titolo né l’autore, al volo di un uccello che nella notte attraversa una stanza illuminata da una finestra all’altra e dispare nella notte dalla quale proviene.

Ma c’è chi s’avvede di questo giro di boa, quando il proseguire significa, di colpo, un tornare indietro e i significati cambiano. L’immagine della vita si tramuta, allora, non più in un andare verso qualcosa, in un pro-gredire, ma un tornare, un re-gredire. E dunque si mette in modo un meccanismo di timori e di preoccupazioni, che la poeta in questa raccolta tramuta in accenti di elegia, in un lieve “tremore” del registro poetico di fronte al mistero ma ancor più di fronte a ciò che avviene prima del mistero, ossia la senilità, la vecchiaia.

Si prospetta dunque una senilità come un progredire verso il distacco o verso l’assenza, quando tutto tacerà e davvero sarà la sospirata “pace” e taceranno le voci o i rimpianti del passato e tutta la sua carica di spensieratezza, di superficialità di occasioni perdute e attimi o persone o colloqui che hanno deviato forse l’astrolabio della vita, da ciò che poteva essere e non è stata; e le voci del presente, che anch’esso sempre più s’allontana, come la boa doppiata sfuma nell’azzurro del mare che si unisce al cielo. Questo è il sentimento che regge la prima parte della raccolta e anche l’ultima, composta da 17 brevi frammenti.

In mezzo ci sta una sezione di sei poesie dedicate al presente, ossia quello che, passando senza potersi fermare, si vive e ci sfugge senza che possiamo determinarlo o piegarlo a un progetto di umanesimo; un presente che non è poi questa gran festa ma piuttosto il tempo dei “barbari”, dell’umanità alienata, a partire dal ricordo degli stermini nazisti fino al nuovo sterminio, di coloro che vengono da Paesi di dolore e di guerra per approdare ai nostri arenili, quando vi approdano.

 

 

 

La casa

  

Chissà chi verrà dopo di me

ad abitare queste stanze

chi si desterà all'occhio del sole

e s'addormenterà con lame

di luna impresse sul letto.

Qualcuno girerà per la casa

dirà ch’è bella o brutta

ma non udrà le voci

rimaste appese sui muri,

non saprà che l'umido alle pareti

è il segno lasciato dal pianto

nei giorni dei tanti abbandoni.

Spazzerà via le sterili orme

di uno scialbo  passaggio

e caccerà le ombre

di un tempo che non gli appartiene.

Sarà utile allora

spogliarsi per tempo di tutti gli addobbi

e lasciare che l'anima –nuda–

si volga all'Eterno.

 

 

 

I barbari

 

Che aspettiamo raccolti nella piazza?

Oggi arrivano i barbari.

(Costantino Kavafis)

 

Alla fine i barbari arrivarono.

In principio non li riconobbero.

Con raffinate spade di cristallo

e dita ricoperte di gioielli

avevano distribuito fumo

come una volta gli yankies

cibarie e sigarette.

La folla assiepata negli spalti

lodò la fine della carestia

sognò l’oro e l’argento

alzò  bicchieri vuoti per brindare

all’opulenza delle nuove leggi.

Con l’ebbrezza nel sangue

salutò le bandiere sconosciute.

Poi, nella notte, le case lontane

brillarono di malinconia

per l’onta dell’inganno.

 

 

 

Naufragio

  

La notte che il mare mi sputò

sulla roccia di marna

non c’era luna al balcone del cielo.

Il vento mi frustava le ossa

l’acqua danzava dentro ai miei polmoni

ed una voce che non riconoscevo

– forse la voce ch’era stata mia

ed ora era di un morto –

chiamava disperata il mio Kaleb.

Ma nessun Dio Allah o Maometto

rispose al mio richiamo.

Come potete immaginare

il morso che azzanna la carne

 inaridita dal sale degli scafi,

voi che conoscete il mare

soltanto per diletto?

La notte eterna discendeva lenta

a invadermi le membra,

ad abbuiarmi il cuore

quando un’ombra s’avvicinò al mio corpo

e mi spogliò del freddo degli stracci.

Si stese col suo peso sul mio corpo

e mi alitò sul viso

fin quando giunse l’alba.

 

Palermo, 4 ottobre 2013

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