Gianmario Lucini

Giovanna Iorio

Una Venere nel Tevere

 

ISBN 978-88-897224-95-2 - pp. 96,  € 10,00    - Richiedere a gianmariolucini@gmail.com

 

 

Delicata e insieme forte questa nuova raccolta di Giovanna Iorio, che continua nel "trend" della precedente ("Mare nostrum", CFR, 2011) e di altre sillogi (La memoria dell'Acqua, Ghaleb 2012 e In-chiostro, Delta3 Edizioni), con il suo stile scorrevole e piano, nella sua lingua essenziale ma fluida, nel suo verso breve e conciso.

"La Venere nel Tevere" narra la quotidianità trasfigurata di una donna, è una specie di diario o di annotazione di sensazioni, intuizioni, pensieri, note anche polemiche e di costume, immagini di tempo minimo e personale rubate alla banalità e trasfigurate dalla riflessione poetica. La "Venere" in questione, è una divinità romana quasi dimenticata, ossia la "Venus cloacina", la dea alla quale era dedicata la custodia della cloaca - ruolo forse umile, ma fondamentale, come ci insegnano le vicende dei tempi nostri, più che dei tempi antichi.

Così sintetizza Remo Bodei nella sua prefazione: "

Questa Venere, in apparenza, ha un aspetto molto più modesto, umile e meno attraente della dea greca, splendida per bellezza e per fascino irresistibile. Giovanna Iorio ne coglie invece, simbolicamente, il nucleo nascosto di forza discreta o nascosta che pulisce e purifica “con parole d’amore / le antiche ferite / i vicoli sporchi / i ponti rotti / la cloaca che fluisce / l’anima sporca / del fiume”. Sorgendo dal Tevere, tale Venere disinfetta le brutture della città e ne ricorda la storia, perché – dice – “ho visto un fiume di persone / ho visto scorrere via il tempo”.

Ma soprattutto la raccolta è, a nostro avviso, la parola di una donna per le donne (molti sono i riferimenti alle problematiche femminili) e anche per gli uomini qui habent aures audientes, senza polemiche e senza toni di femminismo acceso, con molta grazia e leggerezza ma con altrettanta fermezza e pure ('ndove ce v', ce vo', direbbero a Roma) qualche stilettata polemica.

Il pregio di questa raccolta è, in ogni caso, quello di dimostrare, a nostro avviso con pieno successo, che la banalità del quotidiano, che sia un banale dolciastro o anche amarognolo, può essere redento dallo sguardo poetico e dal pensiero poetico, che non è un pensare del poeta o un vedere del poeta, ma un vedere e un pensare di ognuno, purché si faccia spazio alla sensibilità, alle corde più sensibili del nostro pensare.

Una riconferma, dunque, della caratura di questa autrice, ormai alla sua quarta opera di poesia, e della sua ricerca linguistica che tende nello stesso tempo a “disossare” il verso, a renderlo essenziale, senza tuttavia privarlo della sua carica di comunicatività e a volte di colloquialità. Sembrano versi nati per caso, ma in effetti c’è “dietro” un’attenzione costante e vigile all’affinamento stilistico, secondo le regole della semplicità e della precisione che l’autrice si è imposta.

 

 

Cloacina

 

 

Sono Venere Cloacina

la donna gettata nel fiume Tevere

lo sporco mi scorre nel cuore

ho dormito in un letto

d’acqua impura

 

ho visto un fiume di persone

ho visto scorrere via il tempo

sotto il cielo che si fa nero all’alba

come un lenzuolo

 

emergo da un’onda

con le pietre nel cuore

gli occhi verdi di alga

la mia lingua pronta

 

a pulire con parole d’amore

le antiche ferite

i vicoli sporchi

i ponti rotti

la cloaca che fluisce

l’anima sporca

del fiume.

 

 

 

Il grumo

 

da qualche parte

quello che scrivo si raffredda

è un fiume

di lava che trova

il suo letto di pietre

 

faccio il mio dovere

sciolgo il grumo

che ho dentro.

 

 

 

Il rospo

 

stasera

non vuole saltare

il rospo

non sa dove andare

non vuole lo stagno

 

troppo nero

il ponte la vernice del cielo scorticato

persino il buio si confonde

e torna indietro all'ombra

sul muro una chiazza d’urina

forse un lampione

 

che fatica saltare

sulle pietre

con gli occhi grossi che vedono tutto rotondo

che fatica il mondo

è un sasso tagliente

in un acquitrino di cielo

 

il rospo salta

si taglia

muore

 

lascia l’ombra sul sasso

somiglia a un fiore.

 

 

 

Le rane

 

Entrare uscire entrare uscire dalla testa degli altri. Vedere il mondo attraverso i colori di altri occhi. All'improvviso il cielo è scuro, l'albero è curvo, la curva dell'orizzonte macchiata da un sole lattiginoso.

Faticoso. Come mettere un vestito troppo stretto, nuotare sott'acqua troppo a lungo. Una vertigine. Emergere con un singhiozzo. Tornare a galla dove l'acqua è ancora azzurra.

Questa immersione che sa di sale, di squame, di pelle bagnata, di resti di un mondo anfibio è vivere.

Ci nuoto dentro, a volte annego. Le parole, le zattere. Di legno. Barchette di carta, quelle dei bambini. Bagnate, affondano. La balena viene ad inghiottirmi tutte le notti. Nel suo ventre comodo mi addormento.

Il desiderio più grande: non cambiare niente. Restare sempre così. La splendida vita del girino. Microscopico febbricitante formicolio dell'acqua stagnante. E quando muoio sono una rana. Gracidare. Gridare. Dare.

Sono fatta così. Salti sulle foglie. Oggi salterò sulle foglie molli di uno stagno.

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