Gianmario Lucini

Saragei Antonini

Egregio signor Tanto

Con  prefazione di Giovanna Iorio

 

ISBN 978-88-897224-96-9 - pp. 64,  € 9,00    - Richiedere a gianmariolucini@gmail.com

 

 

 

 

[...] Il mare è anche metafora del moto perpetuo delle onde che riportano gli oggetti alla deriva. Come una vecchia sedia, ritrovata per strada, sul marciapiede e che chiede di tornare a casa. Una sedia “instabile come un umore / non in grado di reggere una schiena”. Ma una sedia necessaria, per fermare le nuvole e i sogni sulla carta.

I pensieri devono a volte diventare di legno “per superare l'inverno”, la sedia torna a casa a fatica, sale le scale “come una santa / l'ho pulita / le ho avvitato ossa alle ossa / e l'ho messa nell'angolo più balbuziente (…).” Dietro a una finestra troviamo ad aspettare anche il tavolo, il foglio e le parole che tentano di dare forma al vuoto (e per questo balbuzienti).

Nella casa del vento il mondo si salva proprio nell’attimo in cui il buio minaccia di inghiottirlo. Dietro alle tende si nasconde un occhio capace di scorgere legami inaspettati fra le cose, e fra esse e l’uomo. Perché scrivere è: “Una notte ad occhi aperti”, parlare con “tutte le luci possibili / anche solo quelle fuori / / la lingua dei lampioni / il vocabolario breve di una lampada.”

Scrivere è una notte che illumina il mondo. Queste poesie "sanno aprire la mancanza / come una noce". Sanno "stare in una mano" per essere "sgusciate con cura". Sanno essere leggere mentre tutto tende a diventare pesante, di pietra. [ Giovanna Iorio]

 

C'è qualcosa di misterioso nella parlata siciliana, nell'eloquio, non nella lingua in sé e dunque anche quando un autore o un'autrice siciliani (non tutti, ma molti) scrive in lingua, come in questo caso. C'è una intelligenza delle cose, una sapienzialità innata che radica l'uomo alla natura, ai paesaggi, alle forme, c'è una diretta corrispondenza, significata da lampi di allusioni, fra modo di dire e modo di essere, fra realtà e verità. Un lampo, appunto, che apre scenari che subito svaniscono, che crea percorsi sinaptici che possono essere rafforzati e resi sicuri dalla continua frequentazione della lingua popolare ma anche dei classici, a cominciare dal Verga che, al di là  del genere letterario, del contesto, della diversissima poetica e quant'altro, qui in qualche modo fa capolino, proprio in questa parlata e nella sua intelligenza poetica. Ma forse a Catania tutti  parlano così: non  saprei. Sta il fatto che questo eloquio smuove corde profonde ed è capace di unire la concretezza quasi ruvida dell'esperire quotidiano con l'allusione al sentire che trascende e cerca la dimensione del senso.

Questa è la piacevolezza di questa lettura, la "sicilianità" concreta e incantata dei versi di Saragei Antonini che, raccolta dopo raccolta, sta rivelando una solida e delicata poetica. [G. Lucini]

 

 

 

Il vento di settembre

è vento di Inoltre –

non distingue i pensieri dalle foglie

la pioggia dai capelli bianchi –

primo fiato d’autunno

seconda vertebra del magro che si prepara

non ha chiaro nulla

nemmeno tutte le dita –

palpebre cucite:

con il peso di un nano

copre il cielo –

con la larghezza del sano

cresce a freddo.

 

 

*

 

Ho trovato per strada

la sedia su cui siedo –

l'ho trovata

un mattino d'inverno

sul marciapiede –

vuota come una casa

instabile come un umore 

non in grado di reggere una schiena –

ho fatto subito pensieri di legno

quelli che si fanno per superare l'inverno –

così l'ho portata a casa

l'ho salita per le scale come una santa

l'ho pulita

le ho avvitato ossa alle ossa

e l'ho messa nell'angolo più balbuziente –

da allora

stiamo vicine

alla luce più incerta

davanti al tavolo più pesante

e la mia schiena è diventata credente.

 

 

*

 

Mancanza

ti sei fatta grande –

quasi non ti riconosco –

le somigli dagli occhi

da come apri e chiudi le finestre –

ti piace guardare fuori

ti piace pensare che in una mano

ce n'è un'altra –

ti sei fatta una stanza

né piccola

né buia –

poche cose

e tutte fai parlare –

a tutte leggi il futuro

e fai una bella copia del passato –

il tuo orecchio rimane un cassetto

di un vecchio tavolo

bianco come le sue sorelle pareti –

sappiamo entrambe che non uscirà mai

da questa casa

che il sole glielo racconti tu

e che la notte la vuole dolce

con il miele di una lampada accesa –

un cucchiaino di presente.

 

 

*

 

Egregio Signor Tanto,

sono lieta di sapere, dalla sua lettera di anni, che ha trovato finalmente, una stanza al buio tutta per sé –

in pieno centro, da quel che mi scrive –

immagino così possa proseguire i suoi studi sul canto – interrogarsi, quando il sole è alto, sul disincanto –

al riguardo non posso più esserle d’aiuto – le nostre conversazioni hanno dentellato le nostre direzioni

e oggi siamo in possesso di chiavi che aprono a voci che non si aspettano –

le auguro di sapere quando cominciare e di non ritrovarsi nel poco – ne hanno sempre sofferto le sue mani –

e spero di rincuorarla dicendole che alle ossa non ha nessuna malattia –

e nemmeno agli occhi –

mi chiede se è in grado secondo me di prendere e dare –

ne è in grado – ma le invio il referto dell’udito –

pare lo abbia del tutto perso e, suppongono, per un amore pochissimo – al punto che tutt’oggi è impossibile

cercarglielo dentro –

non esiste nemmeno una cura al riguardo – non la reggerebbe –

escludono anche una trasfusione di senso –

al momento non esiste abbastanza sangue solo per lei –

dunque,

prego perché resti così com’è e se ne faccia tanto una casa –

un mondo – un’abbondanza nella biblioteca di Dio.

 

 

Note critiche

 

IRRADIAZIONE DI SOGGETTI-OGGETTI. Due passi coi versi di Saragei Antonini.

 
Saragei Antonini è un incontro in mezzo all’inverno: irruzione in versi per nulla irruenti, ma dotati di quella duttile fermezza –spiccatamente femminile- capace di scardinare lo scorrere spesso indifferenziato di questo tempo. La incrocio alla fine del 2009 in un teatro catanese, mentre ha all’attivo due sillogi poetiche e un dirsi che non lascia spazio alla mania delle citazioni o all’auto-incensamento. I suoi versi non si richiamano a nulla, non ammiccano, non cercano schemi formali: toccano con la loro immediatezza, somigliando solo a loro stessi. Nei mesi successivi cerco , appena possibile, di ritrovare in un blog qualcuna di queste sensazioni. Ma ci sarà sempre un ampio scarto fra le pagine elettroniche e quelle da toccare, sfogliare, aver accanto.
A Settembre 2010 ricevo un invito: si presenta a Catania “Sotto i capelli una nave” (ed. Forme Libere, Trento), la nuova opera di Saragei Antonini. Stavolta posso ritornare con un…trofeo cartaceo di tutto rispetto, dal titolo un po’ surreale. Leggendolo nasce spontaneo il paragone con un’altra poetessa catanese quasi dimenticata: Clelia Adele Gloria (1910-1985), giovanissima futurista che non declamava alla moda del 1930. Spiccava invece per il modo fermo e, appunto, duttile e diretto con cui fissava in versi il proprio essere, senza cadere nella tracotanza che invalidò molte menti di quell’epoca. I versi di Saragei non si spiegano tecnicamente, aprendosi invece a chi li accoglie per ciò che sono. Dicono personalità e percezione costruita mediante immagini. C’è un Sole di coppe e un “cielo che tocca terra” in forma essenziale di pioggia; nota ineffabile, non priva di fascino: esce da un fazzoletto molto nero/un bulbo di luna piena. Compaiono sere nelle quali raccogliersi in piccoli spazi/ (…) accostar l’orecchio/come se qualcosa debba aprirsi. Ma i versi prendono forma anche emanando da oggetti domestici, con risultati spesso curiosi e per nulla scontati, dall’ asciugamani del destino ai molti anelli e fogli: allora sanno di cannella, aglio ed aromi. Odore di casa, dopotutto, e casa ospitale diviene questo luogo cartaceo che si attraversa con una certa trepidazione, un origami di tempo dove un oggetto inquietante può annidarsi tra le piume di un cuscino ma il dado impazzito dell’amore vuole più facce; dove una stagione è tale da volerla davvero baciare con tutto l’essere e si trova conforto in quel Dio un po’ saturnino che ripara ombrelli e i sogni ad occhi aperti. Il motivo delle “presenze” è discreto: un “io” letterario molto sottile ed una figlia, pochissimi nomi e varie figure silenziose, in quel silenzio che chiama l’ascolto e giova con l’irradiazione viva e percettibile di ogni oggetto-soggetto.
Agli sgoccioli del 2013, un nuovo invito mi riporta alla poesia di Saragei Antonini, che riscopro intatta nel ricordo e nel presente. Questa nuova raccolta ha nome “Egregio signor Tanto” (CFR Editore, Sondrio) e si presenta alla facoltà di Lettere e Filosofia dell’università di Catania. Luogo particolarmente denso di memorie storiche: i corridoi dalle volte a crociera hanno conosciuto monaci gaudenti e falangi garibaldine; un giovanissimo Federico De Roberto vi ha trascorso anni di studio e professione. L’ex monastero è stato caserma, “Regio Istituto Tecnico”, estemporaneo set cinematografico e, finalmente, edificio universitario. Il luogo scelto è il Coro di Notte, peraltro riqualificato in tal senso da un quartetto del coro Doulce Memoire . Ci vengono così regalati dei brani medievali, tra i quali sembrano affacciarsi alcuni versi di Shakespeare; a lui viene accostato dall’editore, Gianmario Lucini, un certo tono stilistico dell’autrice. Pensando alla recente riconferma accademica della teoria sull’origine siciliana -messinese- di William Shakespeare, ovvero Michelangelo Florio Crollalanza, tale accostamento si fa ancor più eloquente. Lo stesso Lucini fa presente la sacralità del momento, del dire poetico come dialogo con gli Dei.
Seguiamo allora questo nuovo dialogo tra l’autrice e il proprio demone letterario.
Principia con un vento d’inoltre espresso col senso di slancio degli spazi aperti; compone una linea di sorte col nesso fatto-fiato-Fato,che somiglia alle antiche etimologie, poco scientifiche ma volte a tracciare un segno tra visibile e percettibile. Veramente l’Antonini sfugge alle classificazioni stilistiche, nonché alla noia: da una pagina all’altra non sai cosa attenderti. Ecco il gioco delle etichette sui vestiti:

Sessantasei per cento di tempo vergine,
quattro per cento di elasticità,
trenta per cento di anni superati (…)
non stirare
non distillare
e non tornare
sulle pieghe
sull’orlo dei fatti a mano.

Spiazza nella lettura come all’ascolto, suggerendo l’idea di un’etichetta riassuntiva dell’esistenza-vestito, posta ad asciugare con le maniche libere/ di gesticolare al vento.
C’è la quasi filastrocca in cui si aggira un gatto metafisico, o un cane multiforme, femmina di tristezza. E toccano, si, i pensieri di legno/ quelli che si fanno per superare l’inverno: allora nuovamente gli oggetti svelano, se non un’anima, una forza a loro connaturata; se non una personalità, una natura che li intona a chi ne scrive. Non vi sono titoli (per ragioni di consultazione, l’indice riporta il primo verso di ogni poesia) ma non si rimpiangono: risulta più facile associare ad ogni pagina un’impressione.
Accade, a un certo punto, d’imbattersi nel protagonista dell’opera. Chi, cosa è il Signor Tanto? Si può azzardare. Un’alzata di spalle? Un eccesso sterile? Forma desiderosa e disillusa, ma svuotata di senso e sangue, confinata in un luogo interiore buio e vuoto; forma infine estromessa di tutto ciò che impedisce di vivere. Un nome curioso la rende ancor più distante e inoffensiva.
L’ “immaginazione creatrice” corre su un elettroencefalorigo, germoglia tra le foglie che intrecciano volti e corpi; con la sua penna cardiopatica rivitalizza persino un tema comune come la solitudine, casa senza porte. Il pensiero-creazione dà corpo a microcosmi quali l’ inverno sentimentale delle sciarpe o il vocabolario breve di una lampada, che piace ritrovare come sensazioni quasi vissute, nel lirismo concreto (purtroppo spesso smarrito) di qualsiasi giorno. E giusto quattro versi compaiono come un invito ed un’affermazione d’intenti:

può essere che non ci sia nessuno
ma la parola trova una porta -
muove la maniglia
da fessura a fondo.

Livio Mario Cortese

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Saragei Antonini,

La sedia su cui siedo

Saragei Antonini EGREGIO SIGNOR TANTO, CFR 2013

Al signor Tanto, un personaggio che dà il titolo questa raccolta, è indirizzata una lettera in cui si dice che questo signor Tanto è andato a vivere, finalmente, in una stanza al buio. Forse egli è un musicista che ha perduto l’udito, qualcuno che si è ammalato nel corpo, non lo sappiamo. La lettera sintetizza, infatti, lo stile surreale di questa scrittura e ci aiuta, però, ma lo capiamo ad ogni angolo di pagina, a delimitare l’immaginario poetico di Saragei Antonini; dico “delimitare” proprio perchè è una scrittura che utilizza il campo semantico della casa – oggetti, situazioni, persone in ombra – preoccupandosi spesso di scongiurare qualcosa che potrebbe avere il nome di perdita, di irruzione.
Il libro sembra quindi passeggiare tra cose e microstorie reinventandole con l’occhio sognante di un’Alice che tuttavia non ha mai abbandonato la sua stanza e non si è avventurata nel regno periglioso del bianconiglio e della regina di cuori.
O forse è un’Alice che è tornata dal viaggio, che ha preso ciò che era necessario prendere e invece di perdere l’infanzia ne ha trasferito lo sguardo alla vita, per non permettere alle cose di morire.
Così, vedere, sembra essere operazione da svolgere inforcando occhiali da fanciullo, per inventare finali e forme, per proteggere la casa e i suoi abitanti, mentre le cose sono, stanno accadendo veramente.
Perchè c’è
 Una di cui non si può dire, che non si può addolcire del tutto. È Una che non può avere casa perché “non ha tempo per andare a casa”, anche se ha tanti che si occupano di lei, e “tante e tante (sono le ) storie da raccontarle”.
Come si vede, sono parole che la voce di questo libro rivolge a un tu, e amo immaginare che questo tu sia un bambino piccolo al quale bisogna presentare la Signora con le parole delle favole, con lo scongiuro che essa possa viaggiare lontano e non avere il tempo di entrare in una casa.
Ma questo tu è anche l’altro, il tu senza cui non ci può essere poesia, perché il monologo è solo del signor Tanto che si è chiuso in una stanza buia, mentre la poesia, per essere tale, ha bisogno di essere rivolta, “vorrei spezzare una poesia per te”.
Qui, a volte, la poesia è voluta cantilena, filastrocca, come un gioco che non c’impegni molto, una festa da tenere sempre viva per la sopravvivenza, perché tutte le candele della casa rimangano accese per il gioco, per noi stessi che una volta siamo stati bambini e ci vergogniamo di dirlo.


Sebastiano Aglieco

in Compitu re vivi  (http://miolive.wordpress.com/category/poesia/)

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