Gianmario Lucini

Gianmario Lucini

Per il bosco

(Collana Ibrida - Poesie e fotografie)

 

Quaderni numerati da 1 a 100, firmati dall'autore e datati

 

ISBN 978-88-897224-89-1

Edizioni CFR - 2012 - pp. 64, F.to 17 x 24, € 10  - Richiedere a gianmariolucini@gmail.com

 

 

L'autore, amante della poesia e della fotografia, nonché escursionista di media ed alta montagna, riunisce in questa pubblicazione le sue passioni e ne tematizza il senso. Che cosa spinge un essere umano inurbato a cercare il contatto con la natura? Non possiamo ovviamente sintetizzarlo in poche parole e nemmeno in una pubblicazione, ma questi grandi archetipi naturali (il bosco, la montagna, l'acqua, le pietre, ecc.) ci parlano continuamente, ci spiegano delle leggi, ci indicano una via sapienziale per interpretare il mondo della natura e i suoi significati. Non ultimo di questi è il fatto che noi possiamo scegliere di essere parte della natura ed averne cura, come suggeriva Heidegger nel suo più importante saggio filosofico (Sein un Zeit, 1927), oppure possiamo decidere di considerare la natura qualcosa che ci sta contro, che non ci riguarda. La natura è una grande metafora, ci offre continuamente segni e significati che abbiamo dimenticato, ma che erano importantissimi per la stessa sopravvivenza dei nostri antenati e che, per molti aspetti, lo sono anche per la nostra; e non soltanto per una sopravvivenza fisica, ma anche per una corretta igiene mentale. Soltanto la natura può, infatti, garantirci un equilibrio fisico e psichico, che è la sua armonia.

L'autore ovviamente a spada tratta difende la posizione dell'integrazione fra uomo e natura e il principio dell'uomo "pastore dell'essere", che si fa carico degli equilibri naturali, ma non semplicemente per "dovere" o per necessità, ma proprio per una specie di amore che deriva dalla consapevolezza di un'appartenenza. Questa convinzione è, purtroppo, quella meno fortunata nella storia della civiltà occidentale. L'autore si mette, per così dire, "nei panni" della natura e cerca di rappresentare, attraverso le immagini e le parole, questo dimenticato "spirito della natura", come una voce che ci parla sempre, purché vogliamo ascoltarla.

Lo scenario nella quale si rappresenta questo poema, è fra i più belli delle Alpi Orobie, una catena montuosa che divide il nord dal resto della Lombardia, ossia la Valtellina, dalle province di Bergamo, Brescia e Lecco. Le fotografie sono state scattate in luoghi selvaggi, dove è ancora possibile camminare una giornata intera senza incontrare anima viva anche in piena estate, nei mesi tradizionali delle ferie e dell'escursionismo. Le immagini (paesaggi e fotografie come quella di copertina), illustrano alcune caratteristiche di queste zone, con l'evidente intento di incuriosire il lettore e spingerlo a provare le stesse esperienze.

[...] È una natura francescana, trascendente, che si presenta agli occhi, una stupenda sintesi di stupore e associazioni mentali, fisiche, storiche. Un Lucini diverso, dunque, dalla riflessione mistico-civile, dolorosa dei Sapienziali ? Lontano dal travaglio sdegnato del Monologo del dittatore? Nella linea di sviluppo dei 30 frammenti che compongono le cellule del corpo-bosco, la dimensione etica non è sottesa, né apparentemente sottaciuta, anzi emerge in piena nitidezza, leopardianamente: (…) ancora un guizzo, uno spasso, / un sorriso prima del gelo, / ancora un abito nuovo, un canto, una festa / poi la neve coprirà col suo sguardo / stupito / questa gioia spensierata / senza che alcuno la colga (cfr. pag. 37) dirà Lucini a proposito delle bacche rosse, quel sottobosco latente, eppure così visibile nella sua impercettibilità, specchio del destino dell’uomo, della sua incompletezza dolce e tragica. [Ivan Fedeli].

Dello stesso autore, nel catalogo CFR, per la poesia: A futura memoria,  Il disgusto,  Monologo del dittatore,  Ballata avvelenata,  Poemetti del dito, bestiario e altre confessioni Krisis,   Canto dei bambini perduti Per il bosco, Memorie del sottobosco, Hybris

Per la saggistica: Editore impostore Ipotesi sulla nascita della poesia Cattivo maestro libro, Pensiero poetico e critica integrale dell'arte

 

 

 

Eravamo vivi, un tempo, ora

fantasmi e nelle notti di brina

vigiliamo dalle alture

dove sibila il vento e una luna d’argento

morde le pietre taglienti; eravamo

onnipotenti

spensierati giganti

così forti da sfidare ogni abisso. Come

guerrieri di pietra colpiti da scongiuro

tratteniamo ricordi che non sappiamo ricordare

fra dita ossute di eroi morenti.

 

                  (nel bosco do abeti morti)

 

 

É oro la sua essenza, pigmento di nuvola,

materia inerte da percorrere lento

con l’ingombro di uno stato provvisorio;

sei restio a questo squarcio di mondo

che ti accoglie senza chiedere nulla,

vorresti essere ubiquo, tentare sortite

nel passato e nel futuro

 

ma la durezza del tempo ti infligge ferite

insanabili, pianti nascosti

– viandante sempre in attesa fuggi

e torni al tuo crocicchio

dove ti vuole il destino –.

 

                  (piccoli animali)

 

Ci sono croci sui monti a proteggere le valli

vincoli di rami che incidono l’azzurro

nell’ocra e nei gialli dell’autunno;

stanno lì dimenticate a vegliare il passo

di chi risale e d’inverno

non le scalza la bufera.

 

Sono vecchi anacoreti intenti a meditare

le sorti del mondo

e soltanto il camoscio quando passa

si ferma a pregare.

 

            (croci sulle alture)

 

 

 

 

Ti sei evocato dal nulla attorniandoti di nulla

chiamando te stesso dal baratro

che ci attira e ci intrappola

unica parola

– granello di sale, scintilla –

che nessuno saprà mai pronunciare,

 

– Tu, inconsumabile

                fuoco –.

            (pensiero veloce)

 

 

Scorre un’acqua e ignora verso dove

si incammini il ruscello

ancora incerto fra le foglie

morte e l’erba bruciata dall’inverno.

Acqua serena che scende alla piana

portando seco un profumo di abeti,

 

con la grazia di una giovane dea

s’ingravida di noi

e dei rifiuti delle nostre pene.

 

Giungerà sfinita alla sua pace, al suo oblìo

sciogliendosi esausta nel suo dio

– lei, la dea fedele che non s’imbotra,

e non torna nel ventre della terra

ma a fiotti e a salti rincorre

un’idea di gioventù che non sfiorisce –.

 

E’ come l’albero che nutre, è come

il vento che asciuga il sudore

dei condannati alla fatica

la nostra giovane prima madre

acqua sorella;

segreta e docile con le fronde mormora

una preghiera antica

che esse soltanto ricordano.

 

                  (ruscello a primavera)

 

 

Lo stambecco stanza in poco spazio

nei pressi delle alture, altro

non ha da fare che osservare

la montagna immobile che muta

 

lentamente, il fervore

di chi sale adagio

preso dallo stesso orrore

inebriante degli strapiombi.

 

            (stambecchi)

 

 

 

 

 

 

Nota di Lettura

di Germana Duca

 

“Laudato si’, o mi’ Signore, per il bosco e per tucte le tue creature…”: è stato proprio l’arrangiamento del Cantico francescano ad avere accompagnato, durante e dopo la lettura della silloge novissima di Gianmario Lucini, intitolata appunto Per il bosco (Prefazione di Ivan Fedeli, CFR Editore, 2013), il dispiego di un reticolo di pensieri sulla bellezza dell’alfabeto naturale, fra allarmi e sortite. Le trenta poesie, concepite nel 2006, si alternano con foto in bianco e nero dando vita a una ibridazione dialogante fra parole e immagini che dichiarano l’amore di Lucini per la sua terra (Piateda-Valtellina, Orobie, Retiche, Brembo, Serio, Adda…) e per i dettagli stupefacenti che essa ospita. Poesie con la chiave dell’autore sulla porta: “Nella nostra vita occorre trovare un luogo sempre accessibile dove sia possibile una personale palingenesi […] Io l’ho trovato nelle mie montagne, a pochi passi dalla mia casa. Ognuno può trovarlo, dove decide di trovarlo. C’è sempre un bosco che ti attende da sempre – soltanto te, nessun altro”.

L’idea di palingenesi, limpida e complessa come la ‘macchina mondiale’ al centro della prosa/poesia di Paolo Volponi, anche qui muove dalla spinta generativa, dalla genesi. Lucini dà forma a tale simbiosi persino nella disposizione dei testi che nascono come fiori dai titoli, non posti in alto come usa, ma sotto l’ultimo verso, fra parentesi, simili a semi deposti nell’humus della pagina. Sfogliando Per il bosco si entra allora in un palinsesto di segni, voci, visioni che non collidono, anzi paiono sospinte a sublimarsi nelle croci sulle alture e in Val d’Ambria: « stanno lì dimenticate a vegliare / il passo di chi risale e d’inverno / non le scalza la bufera. // Sono vecchi anacoreti intenti a meditare / le sorti del modo / e soltanto il camoscio quando passa / si ferma a pregare»; «allineate sul ciglio del sentiero / attendono una voce nel silenzio / che le riaffidi al fluire del tempo».

L’ascesa/ascesi del poeta ha contrappunti sonori di particolare delicatezza quando egli si fa interprete del creato, cedendo la parola a vari alberi, uova di rana, massi erratici, cani pastore, piccoli fiori, bacche di rosa canina e, spesso, al cantico dell’acqua, «la nostra giovane prima madre». Il suo fluire è pista musicale e lieta compagnia fino all’imporsi del silenzio che campeggia sulle cime: «Le rocce di quassù conoscono / l’immutabile che muta. L’orizzonte scandisce tempi e paesaggi, / le pietre sognano in silenzio». Così ogni atto, anche il più concreto, vissuto nella consapevolezza della metamorfosi rigenerante, diviene espressa gratitudine per i doni ricevuti. L’explicit lo sottolinea: «Su questa panchina potrei anche morire / figgendo lo sguardo sulle nevi di maggio / ed esalare il “nunc dimittis” con il cuore in subbuglio / per tanta pace e avvertendo sul capo / finalmente sgombro levissimo / il respiro dell’Eterno.»

La plaquette ha ritmo poematico, scandito da luci e ombre non dissimili dai tanti ‘sentieri nel bosco’ attraversati dai colori di Van Gogh; un restringersi e un dilatarsi come nel respiro o nel battito del cuore di questa terra contadina e aristocratica. Luogo di riparo dove il buio dirada lasciando spazio a una luce essenziale nella costruzione di legami con lo scorrere del tempo e con «l’immutabile che muta». Le stesse impressioni, le stesse dinamiche sono costitutive dell’umano; della forza e della fragilità del dialogo interiore, che incessante si svolge da quando si nasce alla vita a quando se ne varca la soglia.

La consapevolezza di Lucini, a riguardo, è tale da aver reso possibile con affondi e scatti di raro nitore, pur nelle velature, l’ascolto dell’inaudito, la visione dell’invisibile. E di avere chiamato questo miracolo Per il bosco, semplicemente.

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