Matteo Bonsante

Matteo Bonsante

Simmetrie

 

ISBN 978-88-897224-81-5

Edizioni CFR - 2012 - pp. 96, € 10   - Richiedere a gianmariolucini@gmail.com

 

 

 

Poesia di estrema delicatezza, questa di Matteo Bonsante, sia per le tematiche che per l’espressione linguistica. Queste Simmetrie, che un’altra volta, nel cammino poetico bonsantiano, erano Iridescenze e anche Dismisure, sono poesia densa di spiritualità, che tende a stabilire, come predetto dal titolo, Simmetrie tra l’io e il Cielo, tra l’io e il Logos, tra l’io e Dio. Poesia di un uomo che ha trovato una quietudine interiore, una serenità dello spirito, un equilibrio che investe tutte le grandi problematiche che l’uomo di solito pone e, soprattutto, si pone. Voglio dire che in questa raccolta è evidente – e, per tanti aspetti, invidiabile – una serena accettazione della vita e dello stesso esito finale che essa ci impone. Bonsante ha trovato la sua luce, l’ha interiorizzata e vive in essa nell’attesa pacifica del momento finale,    perché la vita che egli ha finora vissuto, le esperienze esistenziali e culturali che ha sperimentato, le riflessioni filosofiche che ha elaborato, tutto lo ha condotto a quelle certezze che, pur se qua e là vengono rappresentate ancora con una certa dose di interrogabilità, tuttavia sembrano acquisite ormai definitivamente. Tanto è vero che, quando il poeta si intride di vita reale e scende “nel grande tramestio delle strade / e dei giorni”, ancora si sente “nebbia / e non stillante gioia, caligine / e non vibrante ardore”, e allora manifesta tutta la sua scontentezza per la sua incompiutezza, e si sente spinto a chiedere “una fiaccola, una candela”, “un cerino per illuminare / il viottolo” (p. 28), cioè anche una piccola luce che gli faccia strada in questo cieco cammino dell’esistenza. Non mancano, quindi, i momenti negativi della vita, che pur ci sono, e come se ci sono!, ma è proprio allora che nel poeta si risveglia la coscienza di sé, il suo desiderio di luce che lo vivifica e lo appaga. E non è certo un caso che la raccolta sembra quasi un grande spazio di luce intensa e vibrante, con quei segni (“luce, lucente, riluce, splendente”) che sono spesso ripetuti a formare un insistente campo semantico che si richiama appunto allo splendore della luce, campo arricchito da segni che rinviano alla sfera della divinità (“eterno, Cielo, Logos, Cosa in sé, Dio”), il tutto a configurare una sorta di viaggio dell’anima lungo un cammino illuminato e luminoso che va dalla terra fino “a riveder le stelle”. Insomma: proprio nel cuore della luce, con la luce nel cuore. [Raffaele Urraro]

Recensione su "Il Corriere del Mezzogiorno", 24.05.213

Nota di Stefano Guglielmin su Blanc de ta nuque del 3 settembre 2013

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A volte ho l’impressione d’

essere il crepitante bagliore

di un incendio che

eternamente arde in uno

spazio altro.

 

***

 

Che acre pena sentirsi nebbia

e non stillante gioia, caligine

e non vibrante ardore

nel grande tramestio delle strade

e dei giorni.

 

– Una fiaccola, una candela,

porgete un cerino per illuminare

il viottolo.                                                        

***

Eppure se la mia radice è eterna   

e se posso scrostarla dai detriti

e dalle scorie che vi si sono

tenacemente depositate,

allora la mia vera essenza

           la cosa in sé

non è tra ciò che assiepa questo

nostro mondo

(il più delle volte agitato e stinto),

ma nell’essere, fuori dello spazio

e della mente.

 

– In invisibile beatitudine, e amore.

***

 

Perché nello stesso istante in cui accolgo

il sole, mi sento il sole eppur mi sento altro?

È forse il sole che ha brandito le mie sembianze

per visitare queste città caotiche e divine?

O sono io stesso che ho ghermito il nome

e l’essere del sole

per esplorare gli abissi limpidi e sorgivi?

 

È tutto forse un semplice sgorbiare  

o è la mente che si dissenna a inseguire

il vero?

 

È l’Invisibile ciò che tutto segna.

Voce dell’istante e di me stesso.

 

 

***

Un lampo nell’ardente vela. Si

intravedono lucori in lontananza.

Esplode il cielo, la misura è alta.

Ciò che mi chiama è luce

                                            e solo luce.

 

Devo varcare me stesso e sigillare l’ora?

O girarmi indietro e rivedere il mondo?

 

Non c’è nulla da compiere o completare.

Il ricordo e il pegno cercano nuove labbra. 

 

Il mio scorrere è certo, acqua di fidata polla.

Estremo arcano annidato nella febbre delle ore,

nel fico d’India, sotto casa. E in me,

                                             nella mia voce.

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