Enzo Campi

Enzo Campi

Ligature

 

ISBN 978-88-897224-86-0

Edizioni CFR - 2012 - pp. 48, € 9    - Richiedere a gianmariolucini@gmail.com

 

 

 

 

   Fin dal titolo (e sappiamo che i titoli in poesia non sono dei semplici dati indicativi) questo poema di Enzo Campi sviluppa con estrema coerenza, il suo percorso dentro il fare di una lingua che cerca in sé l’esperienza significante. Uno scavo interno perché fuori dalla parola poetica “la moria dei referenti” non può che ricondurre necessariamente alla fonte sorgiva del legame tra la parola e il dire. Là dove il vero si consegna in metafore e i significanti raggiungono grumi o nebulose di significati e segni. È da qui che il senso scaturisce in voce intima: a volte allusiva, a volte decisiva.

   Il poeta, quando dà voce al suo pensiero in grafìa e fonìa, pone ogni volta in essere un passaggio che si auto-riforna continuamente. Sembra ripercorrere i suoi passi, ma in realtà “cancella le sue orme” anche dalla sua coscienza, elimina i vecchi accessi dalla sua conoscenza e riporta il tutto a una nuova consapevolezza. Non c’è allora nessun contrassegno primigenio, nessuna primordiale pietra perché ve ne sono, fra le tante, almeno due a porre il segno metaforico del reale che il viandante/scrivente riconsidera continuamente (in eterno), incoraggiando l’apparente incomprensibilità (l’enigma) dei gesti sonori o silenziosi. E queste due sono: la pietra di fiume e la lapide.

   La prima, posta in mezzo alle turbolenze d’acqua del senso, ne devia i passaggi senza preavviso né preveggenza, dove è anche possibile una sua dissoluzione o un suo esodo. Poiché il senso, che ha significanza solo quando il fiato si concretizza in voce e il movimento in scrittura, può rimanere tale anche deflagrando in barlumi o in frantumi, o arrivare fin dentro le lontananze di parole che a volte sono “chiamate a franare”. La seconda, che sembra nominare un punto fermo, in realtà chiama alla sottrazione, liberando la poesia, con un atto di ribellione estremo, anche dalla fonte sorgiva. A tal punto da addentrarsi, “nel poco che rimane”, in sopraffazioni di senso che incorporano nell’oscurità un magma sillabico, fino al dolore di un ribollio sovrabbondante.

   Ligature è dunque un poema ricorsivo che emerge dalla fluidità e dalla vicinanza di un’inevitabile conseguenza poetica: sia che la parola, come una lama, tagli la realtà, sia che ne riconsideri, come un pennino, le diverse modalità, resta sempre indistinguibile dal suo dire, dal suo fonema esistenziale che “vorrebbe far riemergere il silenzio”. (Giorgio Bonacini).

 

***

 

l’animale che ci sorprende

nudi e provoca il disagio

la voce la sola che possa

dire isola senza colpo ferire

la zattera che aspira alla

deriva il nerofumo che si

spaccia per vapore o nebbia

il punto ortivo a cui ogni

verbo vorrebbe tendere

la mano non sono mirabili

espedienti per restare al passo

ma solo meteore semantiche

per approdare nella radura

e rivendicare il diritto di

affiancarsi all’inesprimibile

 

 

***

 

non fu risoluto

a urlare lo sdegno

né mai lo ritennero

abile a tenere per

mano la labile babele

che regola il flusso

delle maree in cui

rischiare l’approccio

con la risacca e ancora

oggi coagulando mito

e misticismo si  chiede

perché debbano essere

sempre gli altri a decidere

se sia lecito e produttivo

praticare l’asfissia

 

 

***

 

se pure vana e obsoleta

sale e risuona solenne

come inno l’obiezione

che il sadico coro

suggerisce all’inquisitore

di turno per coprire

la voce clamante delle carni

al macello e divinizzare

la distanza tra affermazioni

e negazioni non è pratica

di vita dissoluta non aspira

a risoluzioni di sorta né

trattiene alcunché ma solo

offre il derma all’aratro

del tempo volto da sempre

a vanificare spasmi e singulti

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