Ennio Abate

Ennio Abate

La Pòlis che non c'è

 

ISBN 978-88-897224-79-2

Edizioni CFR - 2012 - pp. 104, € 12,00   

 

 

La pòlis che non c’è di Ennio Abate sembra partire proprio da questo presupposto: ossia la necessità di «[ri-]raccontare altrimenti gli avvenimenti fondatori» dell’odierna società italiana, intrecciando vicende personali e storia collettiva, in un groviglio mai districabile.

Le date entro cui sono state stati scritti questi straccetti rovelli artigliate sono quanto mai esemplificative: 2012, cioè l’oggi, per quanto concerne il termine ultimo; il 1978, naturalmente scelto «per ragioni non solo biografiche» (dalla Nota dell’Autore), il punto di partenza. È nel ’78 del resto che il Rapimento di Aldo Moro dà avvio da un lato alla marginalizzazione delle voci critiche (già il 16 marzo, scrive Abate, «noi zitti in piazza / mentre De Carlini vaneggia / infilando in trinità / Matteotti Togliatti e Moro») e alla correlata speranza di riscatto sociale degli ultimi, e dall’altro all’istituzione, nei suoi tratti fondamentali, di un nuovo stato repubblicano italiano: «a milioni siamo condotti all’ovvio repubblicano / a contemplare il miracolo / detto “straordinario sussulto democratico” che / BR permettendo / salderebbe “Paese reale e Paese legale”». Sicché il 1978 diventa l’anno fondatore, e il rapimento Moro l’evento in seguito al quale lo stato dei vincitori, quelli che partecipano «al saccheggio della ricchezza esistente» (Oh, che bel rifiuto del lavoro Madame Dorè!), si impone, appianando le contraddizioni in una tonda, ovattata e morbida armonia sociale e culturale.

Sia detto subito. Quella di Ennio Abate non è una poesia impegnata, se per “impegno” intendiamo una presa di posizione ideologica facilmente codificabile con formule a portata di mano (lo stesso autore avverte che queste «non sono poesie che mi sento di definire, come si suol dire, civile o politiche», Nota dell’Autore); e non lo è nemmeno se si cerca in essa la difesa “degli umili e degli oppressi”, secondo una retorica che vorrebbe far raccontare la storia non più solo con il sangue dei vinti, ma anche con le loro parole. Nulla di tutto questo. Quella di Abate è una poesia impegnata, e aggiungerei “politica e civile”, perché riflette e punta l’indice sui nodi irrisolti, che non riguardano solo chi è più in basso (semmai costoro sono coloro che pagano di più), ma il concetto di stesso di comunità e di identità collettiva: la pòlis appunto. [Massimiliano Tortora]

 

Benni falsifica Ginsberg falsificato  da eccetera

  

Oh, begli alberi di pere che senza radici

date foglie e frutti simil-veri

per placare una nuova strana fame.

 

Oh, odorosi alberi del barone di Münchausen,

adoremus!

 

 

Fiabetta dei bisogni

  

Nel seminterrato (che sfarfallio in basso!)

stanno loro, i bisogni  ancora bisognosi:

ronzii balbettii sfrigolii sbriciolii,

l'occhio qua, la bocca in quella,

orecchio insintonizzato, setta, risetta,

comunicazione scomunicata,

sconcerto sessuale, frenesia cessuale,

lavabondaggio ideologico.

 

Dal primo in su

abitano i politici bisogni,

ben locati lustrati ricalcati smorzati.

 

Poi chi è che piomba giù?

Poi chi è che fionda su?

 

Attutiti a poliziotti,

sperperati o delirati

restan sopra senza sotto,

restan sotto senza il sopra

dei bisogni concettosi.

 

E per i bisogni veri?

Ghetti carceri e cimiteri.

 

 

L’albero

 

Non fate morire quell’albero gramo

che nella mente matura ribelli semi vermigli.

Ambascia ci porta, ma insieme pensieri

tolti alla morte. E carezze al futuro.

 

L’ombra di lui mitoleggia nel tutto del mondo

e palpita in brio in brina al buio, fra lugubri tonfi d’eventi.

O sta nel bianco solitario slimitato potato dal logico gioco.

 

La sua radice non dice più a che ramo conduce

ma, solo per lui, puliti miti oscuri nostri gemelli

ancora vanno, operosi su incerti sentieri;

e accendono luci tutto tatto nelle celle cupe della sera

dove ondula, austera, minacciosa, la biblica mela.

 

Lo scriba, arrestato da immoti dolosi discorsi

descrive a stento un suo calco, che subito stinge.

 

L’albero gli sfugge in traballanti visioni

freme negli scarabocchi, sviene in canti alti;

né nenia l’intrattiene. Per terra finito,

sotterra, lui pure interrato, sotto messo

da morte, atterrito, vien dato da molti,

che  volentieri o furenti colmano per finta

la poderosa fossa da lui ereditata

di gioie più prossime, minuscoli affetti

e stenti sentimenti senza sementi.

 

Ma l’albero svetta là, sulla strada dimenticata.

Orrido non è. Alle belle onde non cede.

Non gocciola spiccioli d’imposti doveri.

Dà dolore vero. Poiché innalza il conflitto

sconfitto, scorcia il nostro sgomento

e fermo a quello lo ritorce. 

 

(2002)

 

 

Cronaca di performer

 

In Tunisia molti in piazza.

 

«Il capo dello Stato tunisino, Ben Ali,

 è un ex ufficiale di polizia; e a quanto pare

sua moglie, Leila Trabelsi, che gioca

un ruolo importante nell´ombra,

ha un passato di parrucchiera»:  

oggi  Ben Jelloun su «La Repubblica».

 

E aggiunge: «Tutto funziona secondo

la sua volontà: il commercio estero

è prospero, i turisti affluiscono in massa».

 

Ma «il 17 dicembre [noi qui preparativi

per natale e capodanno] «un ambulante

ventiseienne[1] si è cosparso di benzina

per immolarsi sulla pubblica piazza

di Sidi Bouzid, una cittadina nella zona

centrale del Paese».

 

In questo blog[2] qualcuno s’è chiesto:

« Come giudicare l’opera-performance

di Marina Abramovic che si fa colpire

con schiaffi e altro dagli spettatori?».

 

Aggiungiamo un’altra domanda:

E come la performance dell’ambulante

tunisino o dei «poliziotti [che]

avevano confiscato arbitrariamente

la sua carretta di frutta e verdura»?

 

In Tunisia molti in piazza:

«quattro i morti: due suicidi

e due manifestanti uccisi 
da colpi di arma da fuoco».

 

Qui moltinpoesia e moltintelevisione.

 

(9  gennaio 2011)


[1]                 Mohammad Buazizi.

[2]              Il blog del Laboratorio Moltinpoesia (http://moltinpoesia.blogspot.it)

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