Fiammetta Giugni

Fiammetta Giugni

Per un'architettura del Sé

 

ISBN 978-88-897224-73-0

Edizioni CFR - 2012 - pp. 80, € 10,00    - Richiedere a gianmariolucini@gmail.com

 

 

 

[...] Ed eccola la casa, il “pretesto” per costruire la poesia di quest'opera (ma pretesto vale anche prae-textum, ciò che è stato tessuto prima, anteriormente). Nelle pagine dedicate alla casa (sezione “Per un'architettura del sé – una casa come pretesto”) noi lettori compiamo un'esplorazione palmo a palmo dell'edificio che è pietra e pure ricordo, sdipanarsi di legami di sangue e pure parola. È una casa ereditata, che ha segnato una profonda divisione e rivalità e rancore nella famiglia dei nonni, circostanza che la poetessa non vuole tacere, anche “per sentirsi sempre poveri di fronte a un’eredità”, come lei stessa dice con quel senso per l'apparente paradosso che la caratterizza e colgo qui l'occasione per affrontare il tema del paradosso o del ribaltamento del senso comune nella poesia di Fiammetta Giugni; quello che al primo sguardo o alla lettura superficiale può infatti apparire paradossale è in realtà il risultato di uno scavo e di una lunga meditazione sui sentimenti e sui fatti che non vengono mai interpretati nel modo più ovvio dettato dal cosiddetto senso comune; al contrario, l'impressione è che ci sia un'insonne vigilanza contro le facili conclusioni, le facili spiegazioni, le facili vie d'uscita. Per meglio farmi capire chiedo soccorso alle parole stesse dell'autrice, per esempio a queste: “Dal momento che la casa sorge sulla costa, si trova ad avere una parte del fabbricato interrata e una semi interrata, proprio a ridosso della montagna, mentre la parte che guarda la valle ha tutte le aperture libere fin dal piano strada.  Non si costruiscono più, oggi, case cosiffatte. Lungo la costa si spiana una gran parte di terreno e si contiene l’instabile dirupo che si è formato con grandi muri, spesso in cemento. Le case non ascoltano più la montagna né assecondano i suoi pendii.  Così non si avverte più la differenza fra l’abitare il piano e l’abitare la costa".

Per me è proprio questo abitare la ripa, questo continuo sforzo di equilibrio, questo perenne abbrivio fra la salita e la discesa, che dà lustro alla mia povera casa di sassi. Perché abitare la ripa diventa pian piano un essere abitati dalla ripa, sentire dentro lo sforzo dell’equilibrio e la tentazione continua dell’abbrivio”. È una dichiarazione di poetica e di scelta esistenziale, come si vede, è un impegno d'interrogazione e di riflessione continue; non a caso sono numerosi i riferimenti alla pietra, ai muri, agli angoli, alle finestre, immagini tutte dell'esistere traverso il tempo, dell'essere filiazione della terra, del compenetrarsi di materia e spirito. [A. Devicienti].

 

Altre opere della stessa autrice: Carmina Flammulae (2012), Il libro mastro (2011)

[...]

 

 

rimandami lontano dalla patria

(così colma di te

e del tuo desiderio

non ha più un verso

per accoglierti)

 

fammi pastore in esilio

di un gregge di parole

 

poeta per sbaglio

 

senza terra

senza orgoglio

 


....

 

umede su la bucca

parole tue

me ponga lo mattino

 

e venga giorno

e de quei basi

odori et acqua et vino

 

e venga sira

et venga finalemente che te scrivo

(… me pare guari che te stai cuntento…)

 

poi sola me indurmenti

ma ancora

de que’ tuoi basi

odori lo cuscino

 


....

 

tu che mi chiami

alla difficile misura

di ogni singola parola

chiamami ancora

ma sempre col mio nome

 

chiamami

all’unione fra un’antica eredità

e una scommessa nuova

 

chiamami

a una fede che passi per il sangue

degli avi addormentati in te

e per la prova quotidiana e dura

di ogni destarsi di vita ai miei mattini

 

che almeno tu

mi riconosca e cara

ti sia la mia scrittura

 

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