Carla Bariffi

Carla Bariffi

Rapsodia in rosso

 

ISBN 978-88-897224-77-8

Edizioni CFR - 2013 - pp. 48, € 9    - Richiedere a gianmariolucini@gmail.com

 

 

 

Ogni poeta, che sia poeta, è un sismografo della sensibilità collettiva, credo, questa definizione ben si attaglia alla poesia di Carla Bariffi. Nella sua “Rapsodia in rosso”, quasi contraltare al “Rhapsody in Blue” del compositore americano George Gershwin, racconta l’inquieto collettivo, il malessere spirituale che serpeggia in questo inizio secolo, alimentato da paure e da un senso di impotenza, nelle suo interrogare alla filosofia e la cultura con l’urgenza di una domanda che però fa fatica a formulare, perché ha i connotati del mistero. Un’opera tesa, sofferta, discontinua nei suoi lampi e nei suoi sprazzi di luci ed ombre, irresoluta, in un perenne girovagare della mente come fa il vento del Qohèlet, in un andare rapsodico che è metafora del nostro collettivo andare. [G.L.]

 

Nel caso della Bariffi, al suo secondo libro di poesia, la natura progettuale dell’opera è particolarmente evidente. Rapsodia in rosso nasce come secondo codice rispetto ad Aria di lago (LietoColle), di cui rappresenta il necessario superamento, in quanto una forza centripeta, avvolgente, porta in primo luogo il poeta-demiurgo, poi il lettore, a percepire la realtà di riferimento come contrazione emotiva in una luce primordiale, atavica, seppur frammentata, dove l’ineffabile entra di prepotenza nel canale inconscio dell’Io poetico e agisce da atto liberatorio, quasi erotico, esplodendo in nuove situazioni di senso.

Non c’è nulla di fragile o di scontato nella poesia di Carla Bariffi, ogni atto è rimando, richiamo, allusione: “il fatto stesso di osservare una particella / ne modifica lo stato” afferma l’Autrice a dichiarazione di una poetica in perenne mutamento che, a partire dall’intuizione visiva, destruttura la percezione in una densità di frattali che si ripetono in infinite variazioni della loro forma-base.

È poi il libero arbitrio del poeta a seriarli, definirli, ungarettianamente portarli alla luce. Questione di metodo, dunque: filtrare l’essenza del mondo attraverso il canale della parola impotente, destrutturare l’esperibile mediante la formulazione di un linguaggio nuovo.

La Bariffi, con naturalezza, unisce in tal senso l’elemento poetico alla speculazione filosofica, generando in sostanza un poema originale: la metafisica nasce quando "quando il linguaggio fa vacanza" afferma Wittgenstein; la scrittura di Rapsodia in rosso tende alla sintesi tra fisico e ontologico, e Carla Bariffi opera con l’abnegazione di uno scriba: “conio il mio verbo tracheostomico e indigesto”. Si veda, a proposito, uno dei frammenti del poema:

 

Natura, anima, spirito / i tre stadi fondamentali dell'Uno / apertura e scissione / - contemplazione - / Sono felice quando mi allontano / perché riesco a vedere la forma / dell'indefinibile. // Apro l'agenda / per scriverti. / L'Uno solenne si presenta, / Assoluto / come l'intelligenza / quando circoscrive i concetti. / Emanantismo / che si estende a complemento / (tra l'oggetto ed il soggetto). / Scuola, di nomi, prioritaria /da Platone / che lo indica come principio / di entità che soggiace / alla molteplicità delle idee, / all'’indivisibile’ di Aristotele, / tornando alla molteplicità  / emanata dall'Essere in Plotino. / Dalla trigonometria, / che studia i triangoli, / al ragno che crea / l'unione dei suoi angoli.

 

La tensione verso l’ unità dei linguaggi porta, inevitabilmente, alla fusione di questi in una forma di scrittura con forti scarti di senso. È questo la lingua che Carla Bariffi cerca? Si è accennato, in precedenza, alla natura pulsionale della poesia; l’atto poetico corrisponde, idealmente, all’atto sessuale. L’obiettivo, sprigionare energia creativa. [Ivan Fedeli]

 

Vedi anche

Nota critica di Stefano  Re

Nota critica di Sebastiano Aglieco

Nota di Smone Sabadin

Nota di Antonio Devicienti

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La tua bambina
ho sempre desiderato essere
sfuggendo al tempo al dolore e al declino,
sfera che sfida le sfere
nell'infinito spazio del mio spazio,
nel tenero sentire.

 

La carne del mio seno
è morbido conforto;
carezza di lacrima
sottile più di un'ala di falena
che si dibatte per la vita.

Niente altro che questi contorni
di rossi sfumati svettanti
crateri, su baratri obliqui
tuffati nel lago.
 

Mappe di atolli

sul lucido specchio di lago

disegnano nubi semiotiche

dense di inchiostro.

– Il cielo è una raggiera apocalittica –.

 

Il sangue ribolle,

– Rubino –

come la pietra grezza

quando acuminata

modella l’anima incidendo

la meraviglia del suo riflesso.

 

L’incontro tra differenti correnti

crea temperature opposte

– coeva fusione –

di mondi dominanti.

 

 

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Nota critica di Simone Sabadin


La polisemia dilaga ma come un fiume piano e quieto. Ho trovato, sotteso allo sgranarsi del verso, un basso continuo sensuale che mi ha richiamato (cito a memoria e forse sbagliando) il " Je cherche un peu d'ombre et odeur" di Verlaine quando parla dell'eterno femminino. Il nitore metafisico
dell'Uno è sostanziato, consolidato dal respiro sensoriale delle parti e questo è un pregio perché alludere l'indicibile è cosa rara ma farlo attraverso un contrappunto così fine ancor di più. Hai scelto una forma ostica, il mandala è la figura che più si attaglia al tuo inno rapsodico.
Il centro sussume il moto, il rombo intorno al " silenzio - sterminato - di Dio " ed è li che il linguaggio orbita con i suoi frammenti meteoritici, tautologie sempre vere e inveranti l'Essere (Ludwig).
C'è un antropomorfizzazione cosmica affascinante (l'ossario, la pelle dell'universo, la pelle del Sole) ma, al contempo una divinizzazione panica del creato (il sesamo di prati bagnati, la carnosità floreale che ingigantisce l'atomo della parte). In altri momenti, pur senza incrinarne il respiro, si insinua nei versi un elemento di inquietudine (la veglia come coscienza della caduta, "ogni simbolo ti scoppia dentro un petto senza spazio") ma è assorbito da una dialettica che impedisce ogni stagnazione.

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