Poemetti per Negrura

Arnaldo Éderle

Poemetti per Negrura

 

ISBN 978-88-897224-74-7

Edizioni CFR - 2012 - pp. 104, € 12,00    - Richiedere a gianmariolucini@gmail.com

 

 

[...] L’idea che genera tutta la serie di poemetti nasce (e questo è l’aspetto di “realismo”) da un incontro e da dialoghi fra l’anziano poeta e una giovane donna di colore. Due mondi affatto diversi, sia per età che per condizione sociale, vengono a confronto su un terreno che la fantasia (paterna a volte ma anche lirica) del poeta trasforma in un racconto, in una speculazione, in una meraviglia come se si trovasse di fronte a un nuovo mondo. La bellezza di Negrura (che ovviamente è un nome fittizio) diventa quindi il simbolo della bellezza stessa, non certo carnale ma neppure spirituale o stilnovistica; diventa insomma una specie di fantasia filosofica estetica, che il poeta segue senza mai cercare di forzare il racconto, ma semplicemente cercando di ascoltare la sua ispirazione più genuina, in assoluta libertà da qualsiasi vincolo letterario, in un rapporto serrato con la parola che viene cercata nell’ascolto. Questa caratteristica, che insieme è di contemplazione e di ricerca attiva, di ascolto e di tra-duzione di quanto viene sentito, caratterizza la scrittura di tutti i poemetti, si fa storia (nel senso di narrazione) ma si fa anche simbolo sovra-storico, si fa puro godimento estetico ma insieme anche riflessione e ricerca di senso. Questa ricerca viene poi interpretata e capita dal poeta stesso e risolta in modo inaspettato nell’ultimo poemetto, lo “spietato” Degüello, dove il poeta “fa morire” la Negrura-bellezza per decapitazione, ovviamente non seguendo una fantasia onirica ma più che altro la metafora di una sua personale convinzione, per esprimere, in modo pessimistico (o forse semplicemente “realistico”?) la sua personale visione sul destino di una bellezza più eterea e ideale, quella che cercano l’arte e la stessa natura umana. [G. Lucini]

 

Altre opere dello stesso autore: Negrura, Vocativi e querele

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Nota in "La Stampa - Tuttolibri del 12-01.2013

Nota di Daniela Andreis su L'Arena di Verona, del 16 aprile 2013

Nota su Vivimedia http://www.vivimedia.eu/2014/03/poemetti-per-negrura-ultimo-libro-in-versi-di-arnaldo-ederle/

Nota si Alessandro Niero su "Poesia" del marzo 2014

 

a Jorge Luis Borges

 

Evaristo Carriego è un nome

adatto per iniziare il suo poema.

Non è Borges, ma una semplice

accorata simpatia del poeta,

del nostro Omero fantasioso,

del nostro grande cieco

dell’uomo che inventò la Cifra

e l’Aleph, del poeta d’Argentina

la più grandiosa, sottile,

amabile fantasia del sudamerica.

Evaristo è il suo più grande amico,

amico del suburbio di Buenos Aires,

dei teatri, delle sale da ballo

delle gambe agili e morbose

delle donne e degli sguardi

tinti di forza e voluttà dei

maschi che le allacciano

con risolutezza nelle volées

del tango pernicioso.

Disse Evaristo un giorno

“Quien vive aquí, no tiene            

que amargarse de nada y,

quien lo sabe, es hombre

del amanecer”

 

Lo pronunciò lentamente col che

del savio, pensando al mattino

quando l’aria è fresca e il cielo

azzurro come il manto

di Maria Vergine.

 

***

 

Oh, voi, angeli appassionati

che assistete alla dolenza             

della schiena, degli arti

della gran parte di noi,

afflitti da mali insopportabili,

da piaghe sottili, quasi invisibili

che ci tormentano le tempie

e ci fanno sentire monchi, senza

mani né piedi, fermi sulla strada,

predati dal nostro cervello

immobile e costantemente ferito,

timorati di morire lì per lì,

disperati, morire di vita,

del tempo dentro la terra

degli infiniti istanti della nostra

esistenza, del nostro

pianto e della nostra paura.

 

***

 

E lì in alto c’è ancora Negrura

con la sua pelle scura come

la statuetta arrivata

da una fanciulla molto gentile,

viene dai lidi gemelli dei Caraibi.

Ha fianchi procaci e spalle diritte

è nerissima, chissà di che è fatta,

una bella ragazza, con pantaloni

allargati alle caviglie, non sorride

la sua serietà è una specie di

monito una specie di “zitti

dovete stare zitti e guardarmi

soltanto. Vi piaccio?

Lo so, ma non posso aprirle le cosce,

sono nata così, così dovrò restare

fino alla fine dei secoli”,

ferma arcuata nei fianchi

prosperosa nei seni, le natiche

paffute sporgenti. Così è ora

Negrura, che gira il mondo

e non sa il perché.

La dea si compiace, ma non sorride,

forse davvero cerca un motivo

per essere in questo mondo

occidentale, in questa Europa

signorile e un po’ vanitosa

un po’ kitsch.

Che non ha nulla di lei, nulla

della sua negrura, nulla

della sua beltà.

 

***

 

Giustiziano la bellezza, questo

è il fatto, giustiziano la bontà,

questo è il fatto! Così si sente

dire ai piedi del palco, nella

piccola piazza. Sembra che le cose

vadano proprio in questa funesta

direzione. Una direzione zoppa

che non dà spiegazioni, non

giustificazioni, non perché.

Negrura, ti sei lasciata cogliere

nella tua libertà, nel tuo regno

di potere e beltà.

Chi ti ha infilato il cappio

al collo, ti ha parlato d’una collana

di onici e diamanti, ti ha

bellamente incantato, tradito.

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