Lucetta Frisa

Lucetta Frisa

Sonetti dolenti e balordi

 

ISBN 978-88-897224-76-1

Edizioni CFR - 2013 - pp. 72, € 10,00    - Richieste: gianmariolucini@gmail.com

 

 

 

[...] Le liriche, infatti, non sono il frutto di una occasionale o momentanea e, quindi, immediatamente contestualizzabile accensione, quanto piuttosto “sogni” che “si sarebbero un giorno fatti carne”, il riaffiorare, in natura di lampi ed intuizioni erratiche, di frammenti lungamente covati nel corso degli anni, cresciuti sui margini in ombra di un disegno poetico che da La follia dei morti a Se fossimo immortali, da Ritorno alla spiaggia a L’emozione dell’aria, è venuto costruendosi nel tempo, con rigore, sapienza ideativa e padronanza crescente delle linee e delle strutture fondanti, come un’architettura intimamente e intellettualmente riconoscibile, solida e lineare nella sua voluta e ricercata esposizione ai punti cardinali della percezione e dello sguardo.

 

La passione delle origini, allora, quasi a sparigliare volutamente l’ordine del discorso, si ammanta in quest’opera di sfumature e colori affatto nuovi e li ricombina declinandosi in forme e modalità “balorde”, sottilmente e deliberatamente “sovversive”, refrattarie all’imperativo di poetiche organizzate unicamente in funzione della trasparenza e costrette, inevitabilmente, entro i reticoli e i codici escludenti di un orizzonte rappresentativo asettico e uniforme, monocromatico e monodico. Tutto ciò riesce possibile, e si realizza con esiti sorprendenti, in forza di scelte lessicali etimologicamente spurie e perturbanti, di un balzo nella penombra del non-detto e del non-ancora tanto sul piano dell’utilizzo sghembo e obliquo, disarmonico e dissonante, di strutture metrico-sintattiche consolidate (il sonetto richiamato dal titolo), quanto su quello di una suggestiva e spiazzante inversione del moto ascensionale che caratterizza, per tradizione o per consolidata convenzione filosofica, ogni processo consapevolmente e compiutamente conoscitivo. Un processo la cui progressione verticale viene rovesciata in una vertiginosa discesa nell’abisso, fino alle viscere ribollenti della materia e dell’essere (“Per vivere ho bisogno del mistero / occhi di un’altra specie sacre pietre / dipinte o incise nel buio delle grotte”): una metamorfosi tutta inglobata e interiorizzata, che comporta la rinuncia a ogni pregressa coordinata razionale e a qualsivoglia permanenza statica del soggetto nel cerchio di una verità e di un senso dati, capace di tramutare in mistero il chiarore, di farne avvertire tutta l’insostenibilità, tutto il peso della carica radiante che ci tiene indissolubilmente legati all’esistenza attraverso una rappresentazione astratta e geometricamente riproducibile del creato, attraverso la ricezione unilaterale della molteplice e polifonica cadenza dei nostri stessi passi (“un enigma per me / camminare in superficie”): da qui la necessità, pungente fino allo spasmo ultimo e alla dissoluzione, dello svelamento, l’urgenza della restituzione di ogni luce alla matrice oscura da cui promana (perché solo “il nero nel sottosuolo / tiene il seme del mondo”), di ogni orma sonora alla dimora da cui si parte, si diffonde e si fa eco e pensiero, mappa udibile e leggibile, plurale, di ogni possibile cammino.  [Francesco Marotta]

 

Recensione di Nadia Agustoni http://poesia.blog.rainews24.it/2013/09/16/lucetta-frisa-sonetti-dolenti-e-balordi/ 

Nota di Giuseppe Panella su La poesia e lo spirito http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2013/08/13/i-libri-degli-altri-n-51-tutto-il-dolore-del-mondo-lucetta-frisa-sonetti-dolenti-e-balordi-e-altre-poesie/

Nota di Mauro Germani http://maurogermani.blogspot.it/search/label/frisa%20lucetta

Nota di Narda Fattori, in http://viadellebelledonne.wordpress.com/2013/05/18/sonetti-dolenti-e-balordi-di-lucetta-frisa-recensione-di-narda-fattori/

Nota di Furio Detti http://www.kanlah.it/?q=recensioneFrisa_sonettidolentiebalordi

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L’occhio di Dio guarda fisso dall’alto

l’occhio del morto fissa da sottoterra

la linea curva vacua che sta in mezzo

dove gli umani vivono relativi.

Quand’è finito il tempo della lotta

e dell’offesa che insieme a noi diventa

polvere resta l’attesa dell’alto

o del nulla secondo le proprie

inclinazioni. Bisognerà fare

testamento solo per sé se l’occhio

di Dio e del morto non leggeranno.

Chang-tzu già sapeva questo aprendo

i suoi sensi umani verso l’immenso

dolore di ogni cosa che scuote l’aria.

 

*

 

 

La follia è protezione dal male

della terra quante città sommerse

per non mostrarsi mai agli aggressori

lasciamoli arrivare noi si rimuove

il bel paesaggio e i nostri amati averi

da loro disprezzati, anche i templi

si nascondono a custodire i sogni

il fiato sacro degli dèi le spighe

nel sottosuolo, i diari segreti

come pozzi d’acqua nel deserto

ma solo a noi tocca sapere dove

è stato steso il velo a riparare

linfa e sperma respiro e ragione

che tutti i saggi non chiamano follia.

 

*

 

Per vivere ho bisogno del mistero

occhi di un’altra specie sacre pietre

dipinte o incise nel buio delle grotte.

Scende tiepido dal polso alle caviglie

il mistero delle cerimonie

trattenuto e sfuggito al presente

perché anch’io m’inchino ancora e tendo

braccia mani gola e canto a chi non sente

e non mi vede ora che sono ombra

che vorrei sanguinasse come un corpo

stremato senza più metafore.

Vorrei credere un messaggio sacro

l’imprevista invasione della luce

sul mio scuro letto addolorato.

 

*

 

Orrore le ultime parole di Kurtz

dopo di lui ancora orrore e orrore

quanto pesa il nero che s’accumula

su altro nero o lo strato sembra uguale?

È morta la mia eternità dice Vallejo

ed io qui sto vegliandola. L’eternità

sta nel vino, coppiere, a me vèrsane

l’ultima goccia - risponde Hàfez dal buio.

Amiche tanto vicine queste voci

basta toccare certi punti dell’aria

e giungono a bisbigliarci all’orecchio

un solidale dolore sgomento

che un po’consola mentre sprofonda

il loro brusìo nel grande Suono.

 

*

 

 

Chiedo

 qualcosa d’intero

a saldare il desiderio senza nome

che consumò la mia vita

e la ruppe

 

datemi la moneta

sopra le palpebre

per un altro sogno

datemi la moneta

sopra la lingua

per farmi udire

 

 

 

Commento  di Alessandra Paganardi

Lucetta Frisa fa parte della non affollata schiera di poeti per i quali la forma chiusa non è un espediente dotto, ma  un luogo naturale d’ispirazione: hortus conclusus , ma anche binario entro cui incanalare una cultura vasta e profonda. Perché la Frisa, coerentemente con il fatto di essere una scrittrice dinamica e vitale, non è soltanto poeta: è storica, studiosa di misticismo, attenta ai meccanismi sottili della mente e alle frontiere sempre impalpabili fra arte e follia. Tutta la sua produzione lo dimostra  (voglio ricordare soltanto i racconti della “Torre della luna nera”, acuto sguardo di genere che ha per orizzonte non l’introspezione, ma la grande Storia). Nella lunga ricerca dell’autrice si può ovunque notare il filo rosso di una sensibilità aperta al mondo, mai ripiegata su di sé. Questi “Sonetti dolenti e balordi” – assai più dolenti che balordi, in verità – ne sono  il frutto maturo; ma vi si scorge in pari tempo la primizia di una ricerca sorgiva, che nella forma tradizionale individua una fiamma mai spenta, una sorta di archetipo. Gli endecasillabi sono spesso ipermetri, franti, ricchi di enjambement, in un interessante dialogo fra passato e innovazione: chi legge con occhio allenato alla storia letteraria italiana, da Dante al miglior petrarchismo cinquecentesco, identifica  la scelta di questo metro e dei suoi adattamenti come“sezione aurea” della poesia. Cito  gli ultimi versi di un testo che conclude una trilogia sul sogno: la sequenza, shakesperianamente, pare anch’essa  fatta della medesima materia impalpabile, ma nello stesso tempo veicola contenuti di rara saggezza:  «I sogni vanno rispettati nel loro/ tempo sono sacri se restano lucidi/ sogni ficcati nel sangue con l’artiglio/ velenoso e dolce». (p. 28) E’ questo, forse, il segreto per esprimere contenuti coraggiosi in una cornice che a tratti sembra fatta d’aria, come un elegante broccato. Non ricetta, né formula: ma è fuor di dubbio che la contemporaneità, forse più d’ogni altro tempo, chiami il poeta a trovare il proprio modo originale e irripetibile di coniugare verità con leggerezza. Frisa ci riesce. Non lascia fuori dal proprio campo visuale il dolore del mondo: lo chiama anzi a testimone, come nell’esergo pessoviano, citato in apertura a ideale prefazione: «Sento il tempo come un enorme dolore» (p. 11). Un po’ come nel celebre “prologo in cielo” del Faust goethiano, queste poesie realizzano una sorta di veduta aerea della terrestreità: accomunano nel proprio punto di vista il distacco di un eterno presente e il perenne esserci stato dei trapassati. Gioia e dolore stanno nell’intercapedine del relativo,  ma possono esser compresi soltanto a partire dall’assoluto: «…comprese/ tempo spazio ironia camminando/ in salita respirando pensando/ e non pensando più. Il corpo pensava/ [….] si fermò/ a tradurre il suo grande sogno in libro/ ma sapeva che l’amore non si legge». (p.12) Mirabile - e di boccacciana memoria - l’immagine del dolore decapitato e custodito in un vaso di basilico: non è tanto il riferimento erudito che conta, quanto il suo valore acronico di verità; quell’abitudine di  transustanziare la sofferenza, cui le epoche particolarmente ricche d’immaginazione  (ad esempio il Medioevo) sono forse state più sensibili di altre. In tali momenti storici Frisa si rispecchia in modo speciale: per l’abbondanza  di consapevoli rimandi culturali  e per la capacità plastica di passare dal concetto a figure dense, riconoscibili, quasi moderne allegorie. Ci attendiamo ulteriori sviluppi da questa poesia originale, fortemente comunicativa ma per nulla semplice: come ci ha insegnato il Convivio di Dante, proprio quando la scrittura (persino quella con la “s” maiuscola)  può essere letta  e apprezzata in molteplici sensi, allora non siamo semplicemente di fronte a un’opera riuscita, ma a un indizio di verità. Di ciò la letteratura avrà sempre maggior bisogno in futuro.

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