Assiri

Alessandro Assiri

In tempi ormai vicini

 

ISBN 978-88-897224-56-3

Edizioni CFR - 2012 - pp. 48, € 9,00    - Richiedere a gianmariolucini@gmail.com

 

 

 

Alessandro Assiri è un noto poeta veronese, riconoscibile da uno stile pungente e da un verso linguisticamente molto curato, vivo, guizzante e a volte ustionante. La forma da lui preferita è la satira. In questo volumetto egli rivede la storia degli ultimi decenni, anche gli avvenimenti "oscuri" e sempre nascosti dal "segreto di Stato", che hanno fatto vittime e sparso dolore, ma che non trovano ancora responsabili diretti né mandanti, che il poeta fa in qualche modo risalire ai politici e alle istituzioni deviate ("Chi è stato è STATO"). La mannaia della sua satira mena quindi colpi velenosi, ma non avventati. Non si tratta di "anti-statalismo" ma di desiderio di giustizia.

L’inquietudine e il malessere lo muovono alla ricerca. La passione si fa scoperta e giudizio, il giudizio incontra il paradosso, il paradosso passeggia su nervi scoperti, procura stilettate, dolore civile, sentimento di ribellione. Lo sberleffo acquista così l’imprimatur della passione distinguendosi per qualità, per profondità, per la ricerca semantica e linguistica, per temperatura emotiva, rispetto alla satira da cortile che i nostri comici caserecci inscenano alla televisione, propinandoci infinite tiritere fatte di giochi di parole e luoghi ormai comuni ormai frusti - fare satira servendosi del miserando materiale umano e culturale che ci offre molta politica è fin troppo facile ed è come (direbbe appunto uno di questi “comici” che attualmente tengono a suon di milioni le piazze e in mass media) “sparare sulla Croce Rossa”. [...]

Se noi leggeremo queste poesie fra vent’anni e parallelamente ascolteremo una “performance” di questi satiri dell’ultima ora, potremo notare l’enorme differenza e la diversa statura di questi due modi di fare satira: quello della cultura e quello dello spettacolo-business. Troveremo che la poesia di Assiri rimarrà fresca e vitale, perché il suo giudizio e le sue considerazioni, pur feroci e pungenti, sui fatti più lugubri della nostra storia recente, rimarranno considerazioni sempre valide e l’ispirazione che le sorregge non verrà cancellata dal tempo. La satira-business invece dimostrerà (ma già lo si può intuire oggi, se la si considera con un po’ di intuizione critica) tutta la sua storicizzazione e tutta la stanchezza dell’ispirazione. L’ispirazione della satira-cabaret infatti, è di indole spenta, perché si limita a tradurre in paradosso quello che già la gente avverte, più o meno, nella presa d’atto della realtà e della cronaca. L’ispirazione di queste poesie invece viene da un dolore che non cerca consolatori ma ragioni e risposte, da un senso di rivolta, da un istinto di libertà e da un sentimento etico che non hanno tempo e sono sovrastorici. (G. Lucini)

 

 

Questa storia di banca di Milano che imbianca

pagherete caro pagherete tutto pagherete un cazzo

troppe valigie per uno scoppio solo

miccia corta giù la testa coglione

se nessuno voleva i morti erano loro a volere noi

tutti privi di argomenti sessanta volte assolti.

 

***

 

I ragazzi dal coro: presidente a fan culo

c’è rimasto del sangue tra la testa e la schiena

Pierpaolo sa i nomi ma senza gli indizi

le colpe le talpe il golpe e son cazzi

il cancello la casa lo sciopero i quadri

pensare al futuro è pensarlo da ladri.

 

***

 

Ogni dramma è il risultato alterato di un orario

una metafora di merda per un linguaggio ferroviario

chi è stato è STATO e lo sappiamo tutti

 anche adesso che dormiamo moltissimo

come se la pioggia ci relegasse sotto i tetti

 

chi combatte con i buoni non riesce più a star fermo

pietra dopo pietra si cuce addosso un ballo

e Marco con la voglia nella pancia

23chili circa di sorelle più viste e di parole grosse

che hai imparato a consolare.

 

***

 

Disgregazione del coniglio bianco

il mao-dadaismo dal ritmo lento

far finta di essere sani

ma aver sbagliato i conti.

 

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Segnalazioni e recensioni

 

http://wordsocialforum.com/2013/02/06/novita-editoriali-in-tempi-ormai-vicini-alessandro-assiri-cfr-edizioni-2013/

http://rebstein.wordpress.com/2013/03/20/in-tempi-ormai-vicini/

 

Sebastiano Aglieco in http://miolive.wordpress.com/2013/03/23/alessandro-assiri-non-ce-piu-niente-di-civile/

Augusto Pivanti, in http://www.poiein.it/mailing/2013/2013_04/Assiri.htm

Stefano Guglielmin,  su Blanc de ta nuque, http://golfedombre.blogspot.it/2013/04/alessandro-assiri.html

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Recensione di Marco Trestini

Assiri scuoia il Reale a partire da via Mascarella. Poi nella Bolognina pulsante e militante con il pugno alzato del settantasette. Dura di cemento, assordante. Le parole che pratica sono incisioni, e da lì fiotta il sangue rutilante di un tempo e di un’idea lungo i portici, negli interstizi tra i sampietrini (le “cesure tra le righe”). Riprendono forma furie di giorni e pure qualche brandello d’amore saltuario –santuario tra le bombe, mentre lo stato opta per la violenza di prima linea e spedisce altri corpi ad alimentare questi roghi. Altri “figli di poveri”, come ammoniva Pasolini, con una fame necessaria.

Quel che impressiona è l’estrema lucidità e precisione con cui Assiri, svincolandosi da un facile mito fazioso, rievoca quegl’anni. Ecco allora gli umani errori (“prima sedicente poi compagno che ha sbagliato”) e le vergini speranze (“Argomentare il ritornello di una rivoluzione al giorno/ è come avere in bocca qualcosa di meraviglioso”) riversarsi sul coacervo della piazza. Assiri non chiede sconti, carità pseudo-empatica rituale, ma esige il vero autentico (“Poi che a me non piace chi dei morti parla bene/ come se morire stabilisse i turni con i buoni”), come autentica era la passione schiodata dalle croci della vita civile.

L’ultima sezione, Vamos a la plaza, è una relazione del sogno dispiantato. È il ricavato di un “ascolto politeista” (espressione di Ugo Volli) della società odierna dal cuore obeso e tronfio con l’orecchio teso sul selciato delle coop. Una società inconsistente, inerte ed assuefatta agli scandali quotidiani con cui nutre il chiacchiericcio nei bar. A ferire l’uomo, prima che il poeta, è il silenzio intimo che monta (“Quella manina svelta che parlava come noi/ tirando piccole ore da gelosi/ non come adesso che se senti due urli/ o è un ubriaco o una festa di laurea”), rotto soltanto dal rovistìo affannoso e scostante del cercare con gli scarti, nelle periferie dormienti, un telaio per la propria condizione d’inchiesta.

Da quella frazione di tempo e dalle sue prosecuzioni siamo nati noi, figli insicuri, che abbiamo cominciato a prender coscienza solo dai duemila. Con le mani poi a setacciare gli scaffali, sporcandoci i palmi di una polvere eterna di stato. A scostare cravatte, slacciare bottoni per impaurire alla visione di giubbotti contro i proiettili dei nostri “come” e “perché”. Integerrimi, impassibili tutti. Impossibili per essere gli uomini e le donne dei quali abbiamo sentito parlare.

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Recensione di Alberto Mori

 

In tempi ormai vicini di Alessandro Assiri scheggia il lettore e passa come una scheggia staccata dalla carne della memoria.

 

Sono stato colpito.Ecco subito il mio personal tribute:

 

All’organizzazione in tempo reale di una manifestazione di Autonomia Operaia, 30 persone nell’università statale di Milano ne mobilitavano 3.000 in mezz’ora,solitamente

verso mezzogiorno, durante il cambio aule degli studenti, poiché potevano urlare per circa dieci minuti i loro slogan.

Alle 13:30 i dimostranti erano già in piazza duomo.

Fra le 12:30 e le 13:30,mentre 10 partivano nella prima fila del corteo per ” la spinta”, i trenta militanti dovevano applicare rigorosamente le strategie laterali(gli intellettuali al bar dell’epoca le chiamavano “les strategies ubiques”), dileguandosi temporaneamente nelle vie secondarie, dove gli incursori individuali dovevano raggiungere la zona dello scontro ed appostarsi non visti in punti simmetrici /asimmetrici rispetto alla fila compatta dei celerini già in attesa. Una volta che la prima fila, avvicinatasi il più possibile e raggiunto il climax dell’incitamento, sceglieva di scomparire,il loro occhio dove cogliere il momento impattante del corteo e colpire subito dopo, quando non si è più nel rapporto fra azione/reazione, ma nell’inermità ancora scossa e potenziale, prima che la violenza distrugga e si distrugga nel vero e proprio corpo a corpo.

Allora , e mi auguro comprendiate benevolmente la sostanza di ciò che scrivo, quegli uomini era davvero “infallibili”: “Colpirne uno per colpirne cento”. Qui mi fermo.

 

Le parole di Assiri sono vive ancora in quell’inermità ancora scossa e potenziale e mi fanno salire profonda commozione ,poiché quell’interstizio fra azione/reazione di uno scontro era, ovviamente sul piano simbolico e non violento, una via che ha percorso e percorre ancora l’arte e la poesia dalla fine del ’900:

L’opera d’arte e la poesia civile nelle sue declinazioni migliori ha colpito e colpisce . Si è autogenerata attraverso la sua energia potenziale e per far si che questo avvenga bisogna davvero metterci la vita intera. Allo stesso modo, credo proprio così siano stati i compagni di Assiri, con“La schiena leggera tra il possibile e il fare”, poichè lo scatto era veloce ed il peso leggero,quando non si aveva nient’altro che se stessi da offrire in sacrificio per cambiare il mondo.

 In Tempi ormai vicini non è comunque una testimonianza esemplificativa di un clima politico/esistenziale fine anni ’70, quanto una cronologia che si abbrevia diminuendo e mostra l’inutilità di tutte le grammatiche perché invoca ancora coralmente ad essere presenti prima di morire.

Quali sono, dunque, questi tempi ormai vicini?

Il poeta coglie quanto subisce il corpo come ingiuria per prendere una distanza cautelativa da ciò che è stato (P.43) e contemporaneamente, siamo alla fine del libro, constata che “Non c’è più niente di civile che ci lascia in pace” con la comparsa decisa dell’attuale realtà, della nostra condizione. Nessuno di noi sta vivendo una situazione accettabile e dunque si riparte. L’ “ormai” sta accadendo.

 Il tono complessivo del libro di Assiri veglia, ed ancora fortunatamente sveglia,chi si abbandona alla superficie in touch screen dei tablet del mondo:Da questo punto di vista

è una esecuzione sommaria del post moderno, ma invita anche chi ha molto letto & pensato ad attraversare ancora la strada ed a camminare verso la piazza e non importa se si è ancora in multa nella zona ZTL della città, poiché “ogni dramma è il risultato alterato di un orario” e lo stato che abbia o meno compiuto stragi oppure assoldi gli attuali ausiliari del traffico, il potere democratico lo fa pagare sempre caro ai cittadini,soprattutto e bestialmente adesso che il capitalismo non ha futuro.

 

In tempi ormai vicini è ricco di memorie lacerate e talvolta di sarcasmi esistenziali amari ma è un richiamo al cambiamento:basta riuscire ad incontrare e far incontrare nella nostra vita,soprattutto per un riscatto etico e civile,quanto si perde e viene fatto perdere dalla disumanità dello stato delle cose.

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Nota di Narda Fattori

 

Alessandro Assiri, In tempi ormai vicini, CFR

 

Alessandro Assiri, poeta noto e “scafato”  nel senso di “avvertito, che ben conosce la poesia contemporanea oltre a quella letteraria, critico ed edotto di come funzioni la macchina del successo letterario”, si presenta con un libro dal titolo ambiguo: i tempi possono essere vicini perché prossimi a venire e perché appena scorsi, tanto che ancora ne recuperiamo oggetti, memorie, scaglie usurate d’eventi,  frammenti d’identità, pulsioni , evocazioni, consapevolezze dure come piccole pietre.

Le liriche del libro, suddivise in quattro sezioni dai titoli suggestivi, danno ragione dello sguardo

strabico  del poeta che coglie frammenti di un passato prossimo per rivisitare il presente e compiere anche l’azione contraria, dal presente al passato. In questa continua operazione transitoria l’io lirico è pressoché assente: spia dietro le scelte dello sguardo e si ritaglia il compito del lessico e del metro.

C’è un’ironia amara che pervade l’intero libro, anche le frasi fatte, il raccogliticcio verbale,  sono uno strumento affilato di penetrazione dentro una realtà attuale che non si ama, così come non si è saputa amare con  dura consistenza quella della gioventù che travestiva i giorni con un eskimo di sogni.

Nessun rimpianto, però, macchia questi rimasugli, né essi sono utilizzati a pretesto per rimpianti o per acrimonie; anche se non è ben chiaro perché il tempo abbia spinto in una direzione variata e contraria, la nuova realtà ci colpisce  su cicatrici ormai chiuse e il dolore è ottuso dagli antidolorifici.

Ciò che si è perduto non può tornare, può essere rimpiazzato ma l’intervento mostra ancora più chiaramente la il logos e il topos del dolore: “ (…..) Rifatto fino al nome assolvi la vita che hai perduto/ un po’ da militante e un po’ da dissociato/ prima sedicente poi compagno che ha sbagliato.”.

Questa ironia, riscontrabile un po’ in tutte le poesie, ora leggera ora pungente, riverbera sull’autore stesso al quale resta come un’arma un po’ spuntata per dire di sé nei tempi , e il suo sé corrisponde a quello di tanti suoi coetanei.

Assiri poeta non ama stupire né recriminare: appartiene alla quota scarsa delle persone che non si chiamano fuori dal gioco o che colpevolizzano sempre gli altri, il caso,ecc.., per i fallimenti personali e collettivi; la sua denuncia è una autodenuncia e , soprattutto, non ha carte a discolpa né le chiede.

La sua poesia è dimessa. colloquiale, a volte brevissima riuscendo però a sfuggire all’aforisma e alla sapienzialità: “ Sul muretto coi brufoli a parlare fino a tardi/ dell’omino coi baffi con sto nome da birra e sta faccia da schiaffi.”

Chi ha gli anta alle spalle ha vissuto una scena come questa e non saprebbe descriverla meglio: poche parole essenziali, precise, scavate nei meandri della memoria.

Qualcuno potrebbe obiettare che così operando la poesia non ci porta a nessun passo in avanti. Ma quando mai è successo?

La poesia- azione appartiene alle sue origini, alla sua pratica impellente, da gulag o da frontiera; ci resta una poesia che contiene, quando ci riesce, l’esubero del sentimentalismo , e i materiali di costruzione dell’identità.

Può dirci dei mali e dei tempi a suo rischio e pericolo: a rischio  dell’invettiva o di procreare un ibrido fra un io travolto dal presente e smarrito fra sirene e miraggi contemporanei.

La lucidità di Assiri è preziosa perché non ambisce stupire, né commuovere, neppure farci troppo riflettere:  i suoi versi ci fanno ritrovare un amico con il quale conversare  sorridendo con un po’ di amarezza per i nostri fallimenti. E questi anni duemila ci hanno spogliato di ogni ideale e , se la colla è rimasta, come afferma Alessandro, non c’è più nulla da appendere.

 

Nota di Renzo Favaron

 

All'inizio di “In tempi ormai vicini” c'è una citazione di Antonio Delfini che da sola vale l'acquisto della plaquette. Poi, come è capitato allo scrivente, è venuta spontanea la domanda: cos'hanno in comune A. Assiri e A. Delfini? In primis, e non secondariamente, un'appartenenza regionale che li accomuna e certifica una certa identità ben precisa: l'uno è originario di Bologna e l'altro di Modena. Tuttavia il dato a cui ricondurre la loro scrittura è sicuramente un'identica propensione a inventare la realtà. Sì, anche ricorrendo a un processo di ricostruzione memoriale il quale, per quanto calato in profondità, risulta insufficiente a recuperare la totalità dell'oggetto messo a fuoco. Dico inoltre che sarebbe interessante proseguire con la disamina dei punti di contatto esistenti tra A. Assiri e A. Delfini, ma qui mi fermo.

Preme allo scrivente, infatti, tornare alle cose successe (diciamo: dalla fine degli anni '60 alla fine degli anni '70) a cui allude “In tempi ormai vicini”. Ripensandoci, dunque, riaffiora alla memoria il volto di Pietro Valpreda e, poi, la cronaca di quei primi momenti successivi all'attentato avvenuto nella Banca Nazionale dell'Agricoltura di Milano. Ebbene: come si poteva credere che un elegante e dinoccolato ballerino fosse il responsabile di una strage in cui perirono 17 persone? Eppure è quello che ci è stato raccontato per anni. E tuttora i veri responsabili sono ignoti. E lo stesso si potrebbe dire delle stragi di Piazza della Loggia e di quella compiuta alla stazione ferroviaria di Bologna. Già, proprio così: nelle mie orecchie risuona ancora un indignato “assassini” gridato da una coppia di turisti inglesi mentre ero in attesa di un treno alla stazione ferroviaria di Desenzano del Garda.

Riporto ciò per sottolineare che la plaquette di A. Assiri va letta nel solco di una sentita e ancora presente commozione per le vittime di una stagione con la quale in Italia non si sono ancora fatti compiutamente i conti. E vengo al punto accennato all'inizio, ovvero a quell'inventare la realtà che costituisce la condizione nessaria per cercare di ristabilire un minimo di verità storica e contrapporla alle falsità, agli intrecci oscuri e ai colpevoli silenzi che non hanno mai smesso di minare la dignità di un intero paese e le sue stesse fondamenta. La posizione del poeta è invece chiara ed è subordinata “a un priori” morale che è come una specie di gong per la coscienza, un rimbombo che la fa essere desta e pronta a cogliere: “Il sostegno scucito dal gorgoglio dei morti”.

Ecco, l'invito è a leggere “In tempi ormai vicini” avendo come sfondo le tensioni di una società civile che si voleva intimidire e governare subdolamente ordendo fatti che nascevano anche all'interno delle istituzioni pubbliche e i cui fantasmi aleggiano ancora impuniti a distanza di anni.

Cambiando registro, si vuole altresì notare che la plaquette è tuttavia percorsa da versi teneri e che, in qualche misura, cercano di riconciliare e ammorbidire il peso di chi è stato attore e, in pari tempo, spettatore di certe esperienze, come quando si legge: si parlava così in fretta di pericoli e stagioni/ si confondeva amore con incontrarsi qualche volta/ il nostro immaginario che non controllava il movimento/ così che ogni richiamo ci sembrava un cambiamento.

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 Nota di Rosa Pierno

 

Alessandro Assiri con la silloge “In tempi ormai vicini” sceglie di riportare alla nostra attenzione un tema storico, politico e lo fa con quella appassionata presa in carico che è tanto più vera quanto più è amara, a tratti cinica. In ogni caso coinvolgente. Le stragi di Brescia e di Bologna costituiscono un unico contenitore delle emozioni e dei pensieri dove la sorpresa, l’annichilimento dei presenti, passati in un istante dalla quotidianità alla tragedia, sollevano appunto la ferale questione: quale distanza c’era tra quotidianità e tragedia? Non era già tutto presente? Non dovevamo già essere tutti consapevoli della situazione storica e poi qual è la differenza, visto che esiste, tra l’essere sopravvissuti alla tragedia e la voglia di lottare affinché non più accada?: “senti come tace il tuo pugno alzato / adesso che indietreggi perché sei rimasto vivo / tra una scarpa calzata e un’altra perduta”. Naturalmente la voce acre di Assiri nel raccontare anche l’esito processuale non si esime dall’esprimere giudizi e critiche, ridisegnando il profilo del poeta impegnato: “Entra la corte svolazzan le toghe papaveri alti il resto son seghe / tutti i colpevoli trovati in serata con alibi pronti e corsia riservata”, giudizi che non risparmiano anche il modo in cui si credeva di essere impegnati in quel tempo storico, forse coinvolti più in un gioco che in una azione incisiva e responsabile. Ma il tempo storico è sempre anche il tempo presente della coscienza e allora un confronto tra i due stati dell’io porta il poeta a scoprire un orizzonte solo falsamente mutato dal digitale o dal precariato, ma ancora più inconsapevole e assuefatto: “Un paese che si indigna a gettoni di presenza / ha dimenticato che piazza è azione in potenza”. Eppure, il poeta ci avvisa che sono proprio i morti delle stragi a costituire per noi la possibilità di un passaggio a una più civile vita: se vivi fra noi vivi.

 

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