Le volpi gridano in giardino

Stefano Guglielmin

Le volpi gridano in giardino

 

ISBN 978-88-897224-72-3

Edizioni CFR - 2013 - pp. 56, € 10,00    Richiedere a gianmariolucini@gmail.com

 

 

 

Libro intenso, profondamente pensato, concentrato, dalla scrittura poetica di alto livello e dalle tematiche di profondità e di spessore uniche per coraggio e per lucidità.

Guglielmin dà l'impressione di un poeta che ha rotto ogni ponte alle spalle e non si preoccupa del mare di polemiche che la sua poetica rischia di innescare, ha imboccato la via dell'intransigenza filosofica e dell'intransigenza poetica, spazzando via con un gesto deciso ogni ripensamento sul linguaggio usato però ad altissimo livello, considerandolo, come in effetto sarebbe giusto, soltanto uno strumento per dire poeticamente quello che si vuole dire e non il centro stesso della poesia. Vi sono momenti di intenso lirismo, a volte straziante, momenti di cupa ironia e di sarcasmo, momenti di sberleffo o di elegia: l'importante per il poeta sembra essere un elemento soltanto: la profonda coerenza con se stesso e l'affermazione di una verità sentita. [G. Lucini]

 

Va detto che se c’è, nella vicenda compositiva e editoriale di un poeta, un libro che apre nella piena maturità una crisi, una presa d’atto e distanze – che non significa solo disincanto ma approdo a una sorta di innocenza ulteriore, spuria, compromessa e tuttavia renitente, recuperata, eppure stranamente (e nuovamente) illesa, certa a posteriori della sua credenza, – ebbene per Stefano Guglielmin quel libro è, con buona probabilità, Le volpi gridano in giardino.

La raccolta infatti traghetta una funzione inclusiva e superante. Il che significa, quanto a cifra stilistica, la concessione di pieno credito a una sperimentazione (talora anche a un virtuosismo), crossover rispetto a generi e a registri, ma soprattutto la rottura del lucchetto della compattezza, quasi sempre apposto a sigillo della certezza o personalità della voce poetica. Della compattezza, suggerisce questo libro, occorrerà sempre più chiedere conto, non fidandosene di per sé, nello sbriciolarsi degli orizzonti empirici e nell’ibridarsi delle poetiche.

A questa rottura di un cliché stilistico coincide immediatamente sul piano tematico lo stridio di un altro guscio che si apre scontrandosi: l’hortus conclusus dell’esperienza personale, quando va a cozzare con l’indeterminato di una crisi, di un allontanamento, e quando rivede affacciarsi nel perimetro duale i volti sfaccettati e conflittuali della polis – la diade che si lacera commossa per ritrovarsi di nuovo partecipe in mezzo al mondo. [Paolo Donini].

 

Link

 

http://golfedombre.blogspot.it/2013/01/le-volpi-secondo-paolo-donini.html

http://golfedombre.blogspot.it/2013/01/le-volpi-gridano-in-giardino-cfr.html

http://samgharivista.com/2013/02/20/stefano-guglielmin-le-volpi-gridano-in-giardino-cfr-edizioni-2013/ (Cristina Annino)

http://rebstein.wordpress.com/2013/02/20/le-volpi-gridano-in-giardino/ (nota di S. Comoglio)

http://golfedombre.blogspot.it/2013/09/annamaria-ferramosca-legge-le-volpi.html (Nota di Annamaria Ferramosca).

 

Rita Pacilio interpreta "Se la voce sola", su  http://golfedombre.blogspot.it/2013/09/rita-pacilio-legge-stefano-guglielmin.html 

 

 

da:

Poesie londinesi

 

 

 

Triste è il suo viso come il viso di un poeta,

un poeta senza canto

                              Virginia Woolf

  

 

°

 

Le volpi gridano in giardino

mentre il barbarico sfibra la tovaglia;

raccoglie Mrs Dalloway la voce e dice:

"Non sembra incredibile la vita?"

 

 

°°

 

Non c'è canto, lo so. Però il corpo

talvolta, parla da solo, ama il fango

più della luce e cancellare tracce

darsi malato...

 

 

°°°

 

Poesia significa, qui, stare fermo

sulla giostra, darsi pace naufragando.

 


 

°°°°

 

Chiede se mi piace ridere

se morire giovani sia peggio.

 

Ripete due volte le frasi

così che ridere e morire

non siano che verbi da imparare.

 

 

°°°°°

 

Dice tante cose in inglese;

mostrando la lingua, la districa:

il suo sesso non farebbe di meglio.

 

 

°°°°°°

 

 

Impone qualcosa che suona

come il soffio di un cuore malato;

sembra felice di avere seguaci

in questa impresa.

 

 

 da:

C'è bufera dentro la madre

 

     C’è, nell’attesa,
un rumore di lillà che si rompe.
E c’è, quando arriva il giorno,
una partizione del sole in piccoli soli neri.
Alejandra Pizarnik

  

1.

 

piegato il guinzaglio, versa monete nel vaso, e profumo.

come a febbraio la pioggia nel lago, pensa. poi tocca il ramo, tuttavia

per dire: ecco il mio sesso nel delirio della specie. così si spiega

l'impazienza nella fila e il fatto che, se accende un mutuo,

la luce cambia.

 

 

2.

 

infilando la mano nella tasca, sente il solito ramo

e lo squittio del cuoio. per questo non usa la chiave, entrando.

pare che alla balia annusi le bende, celi il permesso

di soggiorno: la spalancherà, distesa sul bordo del mattino.

giovinezza ha infatti l'oro in bocca e tanti scrocchi da inventare.

 

[...]

 

14.

 

saggia è la bocca nel fare, la sua goccia di vino. e la mano

se fiera mescola il guano. dicono che soldo

sia la forma del saldo, il suo odore. freud lo fa fiorire dal sogno

e porta fortuna, ma solo a chi ne pesta l'impasto o lo posa

con cura sui prati.

 

 

15.

 

io, dice, ma intende quel proprio suo gettato di fuori

l'insieme dei motivi stretti in vita, sui quali regola il canto.

quando d'autunno siede sul limo, il lago dentro si muove

e così i piombi con cui pesca la quiete. d'estate, invece

doma murene e forze piene di spine.

 


 

16.

 

magri dal fondo della buca, gli altri chiedono denari

e una briciola di polka, per la sera. nemmeno alle ceneri

lui invece smette d'ingrassare. appena può, siede sull'orlo

della crepa, con in capo l'elmo a credito e la spocchia

di chi ha i numeri migliori.

 

 

17.

 

la natura gli cammina sulla pancia, si fa largo fra i pronomi

quando dice mio, tuo e degli amici tutti, seduti sul suo pane.

talvolta, mosso dal ramo, sborsa la mancia o adotta da lontano.

meglio se femmina, chiaro: già la vede turista giovinetta

col sedere tondo e fuori, persa nel suo letto.

 

 

18.

 

sui negri non ha nulla da dire, ma per principio

a nessuno volta la schiena. nemmeno al giallo crespo del tatto

quando lei, dolce, lo scuote. vorrebbe il suo cane obbediente

invece la bestia sbava dal labbro, lascia le feci in cucina.

di notte, tutto questo lo sfianca, gli bagna il nervo spinale.

 

[...]

 

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Nota di Alessandro Assiri

appunti e note a le volpi gridano in giardino di Stefano Guglielmin

 

Due sezioni nette definite scandiscono il tono di tutto il lavoro di Stefano Guglielmin per CFR edizioni: "le volpi gridano in giardino". Canti dell'amore coniugale e Canti partigiani, due partizioni ben definite, ma che hanno nella fisonomia poetica di Guglielmin il suo anello di congiunzione.

Pane, padre e bocca, come elementi che ripercorrono una storicizzazione che Stefano richiama a sè quasi per poterla riordinare nei suoi tratti fondanti. Ingredienti di una trasfigurazione linguistica e sentimentale che Guglielmin maneggia con l'esperienza di chi sa bene che il linguaggio non basta per indicare l'essere due.

Pensiero, parola e azione, come movimenti dell'esistenza e come forme della resistenza all'uomo e alla sua lingua. Una parola pensata e riflessiva, una descrittiva e analitica e una parola agente che si libera affermandosi: "voglio dire"come fosse necessità assoluta dell'uomo e della voce.

Non la distanza dell'alterità, ma la capace e attenta osservazione della presenza, non l'altro, ma l'umano come paesaggio come funzione esemplare del mondo, in questo attraversamento risiede a mio avviso tutto l'atteggiamento civile della poesia e del lavoro di Stefano Guglielmin

Difficile non condividere le note di Donini quando afferma nella prefazione che ci sono libri che si spalancano su una crisi a cui la maturità dona nuovi sapori e nuovi percorsi di scrittura e di ricerca, ma la responsabilità a cui i versi di Stefano ci richiamano sono prima di tutto un atto fondativo di una misura poetica che inizia a rintracciare in maniera diversa le ragioni del suo dire.

Se veramente nel libro c'è urgenza è quella di cominciare a mettere ordine, scandito anche nell'uso di molte parole che richiamano allo scavo e al cominciamento, ordine nel proprio sguardo e nella propria interiorità, ordine come procedimento ed esigenza per dire la storia partecipandola.

 

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Nota di Arnaldo Ederle su "L'arena di Verona", "Bresciaoggi" e "Il giornale di Vicenza" del 25/02/2013

«Non so chi va e chi resta ma non per questo mi dici poeta / né perché caro, sempre, mi fu quest'ermo colle o perché/ scrivo dei più deserti campi. Mi dici poeta per farmi felice/ e così sai perché ti ho scelta». Questi versi di Stefano Guglielmin dalla raccolta Le volpi gridano in giardino (CFR edizioni, 58 pagine, 10 euro) fanno parte della prima sezione del libro intitolata «Canti dell'amore coniugale». Guglielmin osa metafore e giustapposizioni apparentemente indecifrabili, scolpite in una lingua che sembra bastarsi da sola senza l'ausilio di correnti significative usuali e facili da seguire. È una lingua, insomma, che sostiene il suo senso, il suo significato con la potenza delle immagini. Guglielmin ama conferire ai suoi versi, nella successione delle parole, quell'effetto che penetri l'occhio del lettore al primo impatto, alla sola folgorazione dello straniamento, così da conferire alla poesia il massimo del suo compito, quello cioè di confidare all'emozione tutto il fascino della parola. Un momento di abbandono alla classica disposizione sintattica e lessicale sembra essere quello usato nel lungo testo di Voglio dire, e anche nella serie di strofette di cinque versi intitolata C'è bufera dentro la madre che apre la sezione dei «Canti partigiani»: «Ama come il perno la ruota o lo stantuffo il freno: / è una questione di fede nei fluidi, di meccanica cruda. / quando gode sfiata in vero pressione, ritrova / lo stato di quiete, poi fuma e ride, versando grappa nel buio. / è un buon uomo quando posa il bicchiere». Davvero un amante della cristallinità, il poeta, e del suono che produce questa qualità della materia. La rima, dentro un ritmo ben cadenzato in lunghezze di verso ragguardevoli, conferisce al canto una gradevole musicalità, che aiuta a sostenere la lunghezza del verso per tutta la sua estensione, e l'accompagna docilmente come una bella melodia. Anche questo provvede a conferire ai testi di Stefano Guglielmin un tocco di fascino.

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