Sapienziali, di G. Lucini

Gianmario Lucini

Sapienziali

 

ISBN 978-88-897224-56-3

Edizioni CFR - 2012 - pp. 104, € 12,00      Richiedere a gianmariolucini@gmail.com

 

 

 

Sapienziali è la riedizione dell'analoga raccolta di poemetti del 2010. I poemetti sono stati rivisti ed aumentati di numero (da 9 a 14), mentre la seconda parte della raccolta originaria intitolata Scirocco è stata sostituita da quattro serie di Mottetti e dalle 32 variazioni sul tema del nulla. In mezzo ci sta un Intermezzo, dal titolo Il silenzio dell'alba, 11 poesia che muovono dai primi capitoli dei Vangeli.

La scrittura, che vuole imparentarsi a quella biblica oscilla fra i poli della religiosità e della laicità, della preghiera dialogica e del monologo, cercando una sintesi che possa rappresentare un'idea di umanesimo o di umanità.

Sapienziali affronta i grandi temi di questi tempi: la guerra, l'ingiustizia, la povertà, l'ambiente, la solidarietà, il senso del nulla, la solitudine, la ricerca di un orizzonte di Pace. L'essenza di questa scrittura è essenzialmente civile, anche se il riferimento a una concezione trascendente è ineludibile, una specie di religiosità laica o di laicità dell'uomo religioso, che cerca una sintesi dei grandi insegnamenti nel concreto dell'esistenza materiale.

La lettura può essere su due binari: l'uno di una fruizione del testo come prodotto di un orizzonte culturale contemporaneo, l'altro come richiamo e ri-attualizzazione di un sapere biblico nel tempo contemporaneo; i riferimenti a passi biblici infatti, a volte specificati per volere dell'autore, sono praticamente nascosti in ogni strofa e in ogni verso.

Si tratta, infine, di una poesia a suo modo straniante, che cerca di sospendere il tempo, isolarsi dalla storia e fermarsi a riflettere, al di là che la riflessione che ne scaturisce sia di tipo laico o religioso [GL].

 

Lucini sa cogliere, quindi, sia la complessità dei temi, sia il modus; si potrebbe dire che, la pratica delle citazioni e delle fagocitazioni stilistiche da lui messa sapientemente in atto, autorizzi a considerare questi testi come απόκρυφος (apocrifo), grande variazione intorno alla verità, evangeliun esso stesso, della realizzazione del senso nuovo della parola poetica nel mondo.

Che si tratti di un progetto di rinnovamento, Lucini lo dichiara apertamente attaccando subito con le parole del salmo 97, "Troveremo un canto nuovo", eco dei momenti epocali di passaggio in cui la Storia esce dal suo stato di opacità per rivelarsi come Progetto.

Lucini sembra aver riflettuto profondamente anche su un'altra questione, forse la piú importante: e cioè la presenza, già nella Bibbia, di un titanismo/eroismo umano saldamente radicato a un'idea di resistenza –  mi sono chiesto assai spesso quali siano i debiti che una figura come Prometeo debba per esempio, al Giobbe, o all'Ecclesiaste –  . 

Questi progetti di resistenza, in primo luogo verso una deitá che si nasconde dietro il suo stesso nome impronunciabile, e quindi dietro il suo vuoto,  sono possibili solo in quanto l'uomo moderno Lucini riconosce nel dolore il mezzo in grado di alimentare la parola dell'intento di una nuova resistenza:  "Abbiamo bisogno di sangue nuovo /perché l'era è finita coi suoi idoli stanchi;/non hanno più i sogni fondamento,/il sonno non porta che incubi e tremori/– e soltanto sognando sogni veri/faremo rifiorire la bellezza –." [Sebastiano Aglieco]

 

Dello stesso autore, nel catalogo CFR, per la poesia: A futura memoria,  Il disgusto,  Monologo del dittatore,  Ballata avvelenata,  Poemetti del dito, bestiario e altre confessioni Krisis,   Canto dei bambini perduti Per il bosco, Memorie del sottobosco, Hybris

Per la saggistica: Editore impostore Ipotesi sulla nascita della poesia Cattivo maestro libro, Pensiero poetico e critica integrale dell'arte

 

Brani su Youtube (presentazione a Marsala)

 

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Nota di Maria Lenti

 

Gianmario Lucini, Sapienziali, Prefazione di Sebastiano Aglieco / Avvertenza dell’autore, Piateda, CFR, 2013, pp. 104, €  12.00.

 

…ma si “vive”, oggi? Si può vivere – nel senso proprio del termine: di vita che si fa e si respira con tutto l’essere – oggi, in un tempo depredato di tutto? Di sapienza e di pudore, di ideali e di sostentamenti giornalieri, di lavoro e di cultura come ricerca, di provvidenze mutate in sottrazioni e razzie, di durata (prima dell’esaurimento di una sua efficacia) contro esteriorità levigata, effimero che rincorre se stesso, contro l’evento che passa senza traccia, mentre i poteri economici “formano” e “informano” coscienze e mentalità, passando come rulli compressori – e certo senza anima – sui buoni del mondo? 

Interrogativi. Non solo pulsionali. Nascono dallo sguardo sul fuori e sul dentro di noi. Escono, indirettamente, dai versi di Gianmario Lucini raccolti in Sapienziali (in parte uscito tre anni fa, rivisto per questa edizione e integrato da versi scritti nel 2011 e 2012). Versi che offrono denuncia. E si sciolgono nella ricerca di un ancoraggio: precipitazione del pesante, emersione del pensiero .

“Dove ti trovo per ritrovarti?”, scrivevo nel 1997, alla ricerca di appigli, di prese. Per trovare te, bene comune e spiraglio.

Già il titolo del poeta lombardo allude al luogo del ricorso: il libro dei saggi, e il Vangelo, le loro voci  in cui cercare una ragione  «come  poesia  per l’uomo del nostro tempo». Le ragioni profonde: la solidarietà al posto dell’aggressività, l’amicizia in alto sulla distruzione, la pace versus la guerra, la comunità allagata sul circolo avaro e avido, l’amore victor sull’odio, la giustizia dimentica della parzialità, il bene distribuito al posto della rapina, individuale e collettiva.

Ci vuole coraggio per questi pensieri. Più semplice l’elenco dei mali che dirne gli “opposti” frangenti. Più facile fermarsi al reticolo  constatato che vederne le smagliature.

Gianmario Lucini si dà questo coraggio, con una poesia pungente e serena. «I potenti  sprecano i beni del mondo  per gli eserciti / rubano il pane ai poveri per costruire armamenti / le loro armi uccidono prima ancora di essere usate /  perché sono fatte  col pane sottratto agli affamati. // (…) la sapienza dei poveri è la pace, / l’intelligenza dei miti è la giustizia» e queste sono le basi perché i poveri non tremino più.» (p. 48, passim).

Fermarsi, allora. Nonostante timori e oscurità. Per più di un attimo. La poesia può scavare cunicoli? La talpa kafkiana può risalire dal suo buio inutile e continuo? Per ri-guardare, per vedere, fare nuovi strati corporali e nuova pelle? Di noi, degli altri, del mondo.

 

Rifletto. Non so rispondere. Tanta poesia ha nominato e ricusato i disastri della terra, tanto più nel Novecento tenebroso e atro. So, tuttavia, che la poesia, entrata come respiro, si deposita, poi. Allora, chi vuole può? Chi desidera troverà? I potenti saranno sconfitti, secondo le profezie bibliche? La consapevolezza farà la strada del chiaro?

Resto con gli interrogativi. Gli stessi che Sapienziali  di Lucini dipana e suscita. Con sobbalzi, declinazioni di cuore, in questo presente stretto e negante l’avvenire.

 

  Maria Lenti

 

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Alcuni brani dai poemetti

 

Proverbi

 

Allora mi chiameranno, ma non risponderò

mi cercheranno, ma non mi troveranno.

Pv. 1, 28

 

Io sono la Sapienza, stanzio nel vuoto

fra abisso e abisso brillo, scintilla

che graffia l’orizzonte come stella

o baleno nelle notti dell’umano.

 

Era aperta la mia porta, acceso il focolare.

A lungo chiamai i miei figli a rinsavire

prima che ardesse l’astro di sventura

e si levasse il vento a urlare e sradicare.

 

Ho pianto nella notte, la gola ho riarsa,

il cuore pesante, gravato dalla pena.

Oggi per sempre ho richiuso i battenti

– cessino dunque di bussare alla mia porta:

 

resterà sempre chiusa a proteggere il mio nome –.

Si esaltano per la tecnica e la scienza

con arroganza violentano il creato,

cercano gioia ma spargono dolore.

 

Io sono la Sapienza, non ho corpo, non ho voce;

sono parola che straripa dal suo tempo,

sono l’orecchio che ascolta

vibrare altri mondi nell’abisso

 

ho gli occhi chiusi, il vuoto li rapisce

dove ogni meta è confusa con l’origine.

 

Il sale spezza le labbra ai miei sorrisi.

[...]

 

 

Preparati al mio arrivo, raduna gli eruditi

tutti i legulei e gli scienziati e i giudici,

ti chiederò: che ne hai fatto del mio tempio?

dov’è la bellezza dell’alba nel tuo occhio?

 

Ecco, gli orrori che chiami progresso,

non vedo che rapine e le chiami giustizia,

vedo biblioteche immense di codici e saperi,

ma tutto il sapere non lenisce il tuo dolore.

 

Il tuo sapere non dà il pane all’affamato

ma riempie d’oro i forzieri dei potenti

distrugge le case dei poveri

costruisce le fortezze dei tiranni.

 

La tua scienza crea forme indistruttibili

e aria e acqua empie di sozzure.

Hai imparato a creare ma non sai distruggere

hai imparato a distruggere ma non sai creare.

 

Dovunque tu arrivi fugge l’innocenza

dovunque cammini i popoli periscono.

Dove trovi tutto ciò nel Grande Libro?

Qual è la sapienza di cui sei tanto fiero?

 

Io sono la Sapienza e non sono mercimonio:

quello che è stato e che non può tornare

quello che viene e che non può tardare.

 

 

da Mottetti per l'Essere

 

Hai inteso i cani nella notte?

Sono qui per Te,

a gran voce chiamano il tuo Nome,

 

leccano il sangue che goccia dalla croce

e gridano, gridano: «Dio c’è

e chiede vendetta».

 

Noi non sappiamo cosa fare,

noi non sappiamo dove andare:

è una ferita aperta, la mente, un clangore.

 

Dicono che il male abbia barba e baffi

dicono che porti il turbante o il saio,

dicono che il cielo reggerà all’invasione

resisterà la volta allo stridore dei traccianti;

 

dicono che poi avremo pace

e fiori nei nostri giardini,

un altro cielo per scenari d’agonia,

dopo l’incendio di Gomorra.

 

Ma Tu, morente, non parli.

 

*

 

Chi mai Ti ascolta? Chi mai

si prende cura del tuo passo affaticato?

 

Ti ho visto tremare di freddo e di paura

prima che il mare Ti carpisse per sempre.

 

Sei ora fra l’alghe d’un fondale

o sei silenzioso nel deserto

puntato dal fiuto di segugi?

 

Oppure hai avvolto per sempre

il tuo capo nel mantello

nell’attesa del pugnale?

 

Il tuo tormento è il mio tormento:

quello che un tempo dicesti

ci è stato cambiato per trenta denari,

 

piegato ad ogni volere

per soli trenta denari.

 

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