Serafino Città Fenicie

 

Giancarlo Serafino

Città fenicie

 

ISBN 978-88-897224-67-9

Edizioni CFR - 2012 - pp. 64, € 9   

 

 

 

“Un mondo che crolla/ gonfio d’infamie”. Ecco, questa è un’immagine che Serafino stacca dalla sua testa e incornicia in una lingua povera, come stracciate sono le vicende che l’hanno ispirata. Serafino la incornicia in un libro “gonfio” di queste litanie grondanti infelicità e stupore dell’uomo di fronte alle turpitudini della terra, anzi dei suoi cari abitanti, e le enumera così, come sono nelle immagini che le sue parole sincere e vere promuovono a poesia del dolore e della misericordia. Serafino è un poeta, non c’è dubbio, un poeta consapevole dell’importanza dei versi che dell’opprimente realtà fanno una croce di pena e di disperazione, almeno in questa raccolta che si proietta nella pagina come un grafico di rara precisione, dentro un affresco pietoso, preciso ed eloquente come la narrazione del rapsodo che viaggia in mezzo alla pianura o che s’arrampica sulle vette alte per poter osservare la vita com’è e come non dovrebbe essere. Non ci sono dubbi sulla pietà del poeta, come è senza un graffio di impurità la sua lingua, la sua prosodia senza retorica e senza abbandoni fasulli e ridicoli. La sua è una poesia pura e semplice nella complessità delle argomentazioni, come nel loro disegno linguistico, attenta sempre (ed è l’unica “attenzione” di Serafino nell’ampio cammino del suo inventario umano) a non rovinare il disegno con tracciati debordanti, ridondanti.

La sua è una prosodia semplice ed efficace, proposta a chiunque abbia dell’umanità una visione, una compassione sincera e degna dell’aiuto della poesia per promuoverla nel mondo con tutti i crismi della bontà. 

Arnaldo Ederle , ottobre 2012

 


 

 

Incontri agli incroci

 

 

Non si sa, chiusero la fabbrica

i giovani lungo il varco.

Se ne incontri uno negli occhi

fissa Dio che se ne va con la bisaccia.

Io l’ho incontrato

ad un bivio quadrato:

corpo snello

capelli lerci

nelle tasche vortici.

Da sotto il giubbotto

uno sciame di attimi

ed una pallottola…

 

Non si sa, chiusero la frontiera.

I clandestini lungo la criniera

di un disegno infame.

Se ne incontri uno negli occhi

fissa Dio che se ne va con stracci.

Io l’ho incontrato

all’incrocio di un semaforo:

corpo emaciato

volto ancor più smunto

barba ispida di una virilità disfatta.

Veniva al centro di due file d’auto

una striscia di Gaza

con un bicchiere in mano…

 

Io l’ho fissato, mai Dio è stato

tanto umano

l’altro, quello astratto

forse non c’era mai stato.

 

 

 

Leggera ebbrezza

 

 

C’è un attimo di lotta nell’agonia

riflessi di luci polari che attirano,

echi di parole spese che ritornano.

Si muore sempre un poco giovani

come suini quando il tempo t’insegue

con il contachilometri e la mannaia,

e cedi all’ascia giorni a venire.

Bisogna andare in Svizzera per dire

basta! Basta con il lasciarsi inseguire

murandosi nei cessi. Una vita gloriosa?

In fondo alle scale c’è sempre una

chiusa che ti ferma a ricontare

inciampi e gradini.

Così senza tergiversare non saprei

più che cosa squadrare, se conta

di più l’amplesso d’impenetrabili

matematiche cosmiche, o il costo

d’inselvatichire ai confini dei sogni

o ancora la scommessa dell’imbuto

rabbioso, e poi…poi il solco

se mai ci sarà una leggera ebbrezza

di strada aperta tra stelle e mare.

 

 

Occidente

 

 

A volte l’attesa d’una gioia

è come il profilattico:

aspetta il momento buono

nel fondo d’un taschino.

Poi breve è il suo momento

storia di un godimento

prima d’esser buttato via.

 

Allora t’immagini locusta

per andar avanti a saltelli

da un attimo all’altro

per sopravvivenza, e se

lasci l’involucro larvale

per una stagione d’amore

c’è sempre una card da

pagare che non ricarica.

 

 

 

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