Cuore di preda

Cuore di preda

di AA.VV.

 

ISBN 978-88-897224-68-6

Edizioni CFR - 2012 - pp. 160, € 13   - Richieste: gianmariolucini@gmail.com

 

 

 

Cuore di preda è un'antologia bellissima, e lo dico non perché, da editore, voglia lodare i libri che metto in commercio, ma proprio mettendomi una mano sul cuore e una sul capo. E' un lavoro straordinario, reso ancor più prezioso dalle ottime fotografie di Fabiola Ledda e ideato e curato con grande intelligenza e sensibilità da Loredana Magazzeni. É un libro forte, che scuote le coscienze e obbliga a riflettere sulle contraddizioni evidenti che questa civiltà e questa cultura praticano nei riguardi delle donne. Per questo ho cercato di contenere il prezzo di copertina: per cercare di diffonderlo il più possibile. [G. Lucini - CFR edizioni]

 

Scrive Loredana Magazzeni nella sua Prefazione:

 

[...] È difficile scrivere della violenza di genere. Le donne vorrebbero dimenticare, più che far risalire alla coscienza un dolore troppo complesso, che chiama in causa l’identità, l’autostima, il senso dei legami famigliari, la rappresentazione simbolica di sé.

Forse solo ora, dopo anni di lotte, esse sono pronte ad ascoltare questo dolore e a dargli voce, superando i sentimenti che finora le hanno bloccate: l’amore, il senso di colpa e la paura. L’amore, perché sono quasi sempre famigliari gli uomini che usano violenza alle donne, senso di colpa per sentirsi paradossalmente quasi responsabili di ciò che avviene nelle persone che più amano, quei “rosati infanti” (Maleti) di un tempo, paura per ciò che non può essere detto a parole, l’ancora indicibile.

Queste poesie sono il primo passo per dare voce simbolica all’indicibile. Rendono visibile una violenza tanto più cieca perché non eccezionale, ma quotidiana, comune, consumata tra il decoro delle pareti domestiche o nei luoghi di lavoro, nei rapporti di ogni giorno.

Il silenzio delle vittime è stato infranto da quelle che per prime hanno trovato il coraggio di parlare. Il femminicidio è l’olocausto del nostro tempo, come lo è stato nei tempi passati, ma non è più invisibile, relegato alla periferia delle nostre vite. I poeti devono parlare di questo. Le poete lo stanno già facendo.

 

 

Le poete che vi hanno partecipato sono: Marina Agostinacchio, Nadia Agustoni, Viola Amarelli, Claudia Ambrosini, Antonella Anedda, Lucianna Argentino, Dina Basso, Franca Battista, Mariella Bettarini, Elisa Biagini, Nunzia Binetti, Anna Maria Bonfiglio, Nicoletta Buonapace, Maria Grazia Calandrone, Maddalena Capalbi, Maria Teresa Carbone, Alessandra Carnaroli, Nadia Cavalera, Nadia Chiaverini, Maria Teresa Ciammaruconi, Paola Cimatti, Mara Cini, Laura Corraducci, Marcella Corsi, Anna Maria Curci, Caterina Davinio, Anna Elisa De Gregorio, Lella De Marchi, Azzurra De Paola, Fortuna Della Porta, Imtiaz Dharker, Mary Dorcey, Antonella Doria, Germana Duca, Patrizia Dughero, Leila Falà, Agneta Falk, Anna Maria Farabbi, Narda Fattori, Paola Febbraro, Annamaria Ferramosca, Fernanda Ferraresso, Zara Finzi, Laura Fusco, Serenella Gatti, Piera Giordano, Marina Giovannelli, Fabiana Grasso, Lucia Guidorizzi, Giovanna Iorio, Letizia Lanza, Rosaria Lo Russo, Annalisa Macchia, Gabriella Maleti, Angela Marchionni, Silvia Molesini, Gabriella Musetti, Daniela Musumeci, Roberta Parenti Castelli, Erminia Passannanti, Cetta Petrollo Pagliarani, Luisa Pianzola, Pina Piccolo, Marge Piercy, Luisella Pisottu, Marinella Polidori, Graziella Poluzzi, Maria Pia Quintavalla, Daniela Raimondi, Sally Read, Rossana Roberti, Franca Rovigatti, Anna Ruotolo, Lisabetta Serra, Iole Toini, Mary Barbara Tolusso, Paola Tosi, Ida Travi, Michela Turra, Paola Turroni, Maria Luisa Vezzali, Alessandra Vignoli, Vannia Virgili, Anna Zoli, Giovanna Zunica.

 

Ripresa su Il Quotidiano della Basilicata, giovedì 8.11.2012 (Nunzio Festa)

Nota su Società Italiana delle Letterate  http://www.societadelleletterate.it/2012/12/poesia-pubblica-contro-la-violenza/#.UL-Ou6giKNo.facebook

Nota di Elerna Ribet su "La rechèrche" http://www.larecherche.it/testo.asp?Tabella=Recensioni&Id=654 

Presentazione a Bologna, dell'8 marzo 2013

 

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Presentazione di Franca Alaimo a Palermo, 07.03.2013

 

Cuore di preda

 

Ci sono libri che vanno al di là del loro esserci come segmento di un iter letterario in continuo fieri. Cuore di preda è uno di questi libri. Esso dovrebbe stare sulle scrivanie degli statisti, dei legislatori, degli intellettuali di ogni nazionalità. Per perforare come un martello pneumatico le loro orecchie. L’ho immaginato idealmente tra le mani alzate verso il cielo di tutte le donne che il 14 febbraio scorso hanno aderito, danzando, alla manifestazione one billion rising.

E’, infatti, l’argomento affrontato a fare di Cuore di preda un documento ad alta tensione. La violenza perpetrata contro le donne nelle sue forme più eclatanti come in altre assai meno visibili, ma oblique e subdole, ancora adesso e da sempre, costituisce un fenomeno di proporzioni esagerate, se si consultano i dati che ci pervengono da ogni parte del mondo e se si considera che ha per protagonista la maggior parte degli uomini e delle donne, carnefici i primi e vittime le seconde.

Sono state senza voce le vittime per troppo tempo, si sono nascoste dentro la loro pena per amore, per paura, per fragilità, per pazienza. Ma adesso questo libro, drammatico e corale, parla per tutte, anche per quelle che vivono in paesi dove non possono raccontare; dove, se raccontano, sono punite, così che alla violenza già subita se ne aggiunge un’altra, e forse più dolorosa.

Quando ho finito di leggere il libro, quando l’ho chiuso, m’è sembrato di sentire nella testa un urlo senza fine.

Autrici molto note come Anedda, Calandrone, Bettarini, Farabbi, Cavalera , Bonfiglio, Ferramosca, Argentino, Maleti, Quintavalla, ed altre ( in tutto sono 85) hanno partecipato all’antologia, eppure tale è la forza dei contenuti, che le qualità artistiche dei testi, la struttura, la relazione con la produzione antecedente sembrano farsi da parte per dare spazio, nella mente di ogni lettore, alla forza del messaggio.

Ma, una cosa va subito detta: la forma poetica appare particolarmente consona all’argomento, perché la condensazione concettuale ed emotiva, l’intensità folgorante del lessico riescono, meglio di ogni altra, a raggrumare la profondità e la durata di un’offesa così assurda, se si considera che spesso nasce dalla pianta dell’amore come un frutto guasto ed acido. Lo sappiamo tutti: la maggior parte degli episodi di violenza contro le donne ha come scenario la casa, e come attore un uomo insospettabile: un famigliare, un amico, un collega, un vicino di casa.

Perché?

Vorrei far risuonare questo interrogativo a lungo, vorrei che creasse nell’uditorio maschile ( anche in quello onesto, come reazione di sdegno concreto) un disagio interiore profondo, perché loro “non sanno – come scrive Lucianna Argentino - che non è solo il corpo /che m’hanno profanato/ ma tutta intera la vita”.

Bisognerebbe inoltrarsi nel campo della psicologia e della sociologia, analizzare, forse, lo sgomento dell’uomo e la sua incapacità di accettare una nuova immagine del femminile, come ha fatto Maria Teresa Carbone ( ogni volta / mi pento/ mi chiedo se/ quello che ha fatto questo/ sono io/ mi dico che/ io sono/ buono in fondo …) per capire perché alcuni opinionisti sostengano, ammantando la loro tesi dell’oggettività di ricerche statistiche, che forse sarebbe meglio che le donne tornassero a casa ad occuparsi delle cose domestiche; bisogna avere tanta paziente ironia per non trasalire nel leggere la strabiliante e modernissima conclusione di due sociologi americani secondo la quale il sesso funzionerebbe meglio all’interno della coppia, se i ruoli dell’uomo e della donna ritornassero quelli tradizionali.

Bisognerebbe, in altre parole, non permettere che la scrittura femminile avanzasse nel mondo della letteratura con la sua carica rivoluzionaria, con la vitalità propria di una prigioniera finalmente liberata, e tutt’al più rimanesse ancorata ai temi sentimentali, i soli, per definizione, femminili.

Ma la storia non fa salti all’indietro. Adesso il silenzio è cessato, adesso la donna ha cominciato a raccontare, accusare, reclamare la propria dignità. Questi testi, insomma, traghettano certi fatti dall’occultamento allo svelamento. Traghettano le donne dall’inferno verso un mondo migliore. Le violenze si vestono di suoni che significano, che si pongono come cunei di luce fra la vigliaccheria del silenzio e il coraggio della denuncia. “E’ dentro ogni donna, nel suo centro/ un nucleo di resistenza sacro”, scrive la De Gregorio; e la Quintavalle: “Le donne a questo servono/ a ritardare la barbarie.”

Lo stupro, la violenza silenziosa dell’indifferenza, quella gridata dalle minacce, le percosse, la morte: tutte le forme del dolore subito in prima persona o visto da vicino, o giunto agli occhi attraverso le immagini della TV. Alcune autrici, infatti, parlano coraggiosamente attraverso un “io” narrativo, come la Bettarini: Poi due dolcissime suore di sventura / trovarono la chiave del mio corpo; o Leila Falà: E’ lì che torna in mente, / quanto, quanto, quanto / hai scalciato”, e , ancora Maddalena Capalbi: “Salgo le scale e la rincorsa /attorno al letto provoca nausea/ lui è stomachevole, la testa mi gira, e/però è lo zio ricco e queste cose/ non si possono raccontare.”

Altre poete raccontano fatti di cronaca: Zara Frinzi dedica il suo testo Ad Ana, figlia suicida di Rotko Mladic, accusato per i fatti di Srebrenica (Non osare, padre, venire alla mia tomba in questo dolce /aprile di Belgrado…); Luisa Pianzola ricorda Melissa Bassi, morta nell’attentato alla scuola Falcone Borsellino di Brindisi il 19 maggio del 2012, nella poesia che ha per titolo “Nessuno osava toccarle. Bruciavano” che sono le parole pronunciate da un testimone dei fatti. Gabriella Musetti rende onore a Susana Chavez , che a Ciudad Juàrez, in Messico, viene uccisa il 5 gennaio del 2011, perché “aveva scritto “ni una muerta mas!” /contro l’uccisione di più di 350 donne negli ultimi anni”.

Tutti questi sono fatti drammatici ed eclatanti che hanno suscitato una spontanea e corale commozione. Ma io credo che le violenze più sottili e nascoste, quelle che sembrano rientrare nella norma, come il non volere considerare la donna un essere umano libero e creativo, scambiare il suo modo di gestirsi e di vestire come un invito allo stupro, l’atteggiamento di certi uomini di fronte ad una donna vittima di violenza, debbano provocare un dibattito più importante ( “la polizia sfoggia un ghigno d’intesa / e nei piccoli centri diventi una puttana patentata” ( …) “La gente domanda se la tua gonna era corta / e perché tu comunque eri fuori” – come leggiamo nel testo di Marge Piercy) .

E che dire delle violenze giustificate, si fa per dire, dalla stessa legge? Ci invita a riflettere sull’argomento Maria Grazia Calandrone, che nel suo testo intesse una straordinaria rielaborazione di una puntata del programma televisivo di “Chi l’ha visto”, dove Annina, madre di Angela, rivede dopo 30 anni la figlia che le era stata tolta, dopo che, ridestatasi dal coma in cui era entrata a causa delle percosse del marito, era stata giudicata “incapace di intendere e di volere”.

Ancora più umiliante, forse perché appare ubbidiente ad un destino, ad un costume tribale, la violenza psicologica subita da certe badanti africane, di cui parla Anna Maria Bonfiglio, che mentre spingono carrozzelle, pensano al denaro che manderanno ai padri, perché accumulino la somma necessaria per vederle all’uomo che le sposerà: una vita da serve per un futuro da serve di cui non sono nemmeno consapevoli.

Potremmo continuare ad illustrare i contenuti di questi testi per ancora molto tempo e scoprire quante sfaccettature abbia la violenza assorbita dalla donna, a cominciare dall’infanzia e dalla educazione diversa rispetto a quella impartita ai maschi, che genera, come dimostrò il celebre scritto Dalla parte delle bambine di Elena Gianini Belotti, pubblicato undici anni fa dalla Feltrinelli (ed ancora attuale), sensi d’inferiorità e di sottomissione; per non parlare dei condizionamenti dell’educazione religiosa che sembrano ancora far gravare sulla donna la responsabilità del lontanissimo e presunto peccato di Eva, assegnandole l’eterno ruolo di scandalosa tentatrice ( vedi la condanna pubblica del parroco di Lerici Don Piero Corsi, che poco tempo fa affisse un volantino sul femminicidio, in cui invitava le donne a farsi un esame di coscienza, domandando loro se non provocassero la violenza maschile con i loro atteggiamenti, a dir suo, spregiudicati.)

Ma detto tutto questo, non si può, infine, dimenticare che questa sera siamo qui per presentare un’antologia di grande rilievo artistico, a cominciare dalle fotografie di Fabiola Ledda, sempre attenta a veicolare attraverso la sua intelligente ricerca aspetti e temi sociali di rilievo.

Le foto inserite in questo libro mettono in scena il corpo della donna come testimone di violenza: bendato, ferito, raggomitolato su se stesso e destinato a bruciare in un camino, come in una moderna caccia alle streghe, steso nudo e bianchissimo su un tavolo da cucina come sul marmo di un obitorio a significare che il più delle volte il luogo del crimine è, ahimè, quello domestico. Ci sono anche due fotografie che ritraggono la donna in abito da sposa, ma in una lei tiene in mano un lungo ramo quasi a dire che il suo amore cadrà tra i rovi e ne rimarrà soffocato, e nell’altra tiene in braccio un maialino, simbolo di indubbio e tragicomico significato; qualche altro ritratto sembra carico di una drammatica ironia, come in quel trittico (due di profilo, una di faccia, come per la ricostruzione dell’identikit dei criminali ) dove davanti un volto femminile sempre campeggia una pentola a pressione. In questo caso il messaggio è variamente interpretabile; a me sembra voglia dire che l’identikit di una donna è comunque inscindibile dal suo ruolo domestico; ma quella pentola a pressione potrebbe pure indicare un cuore pronto all’ebollizione e al suo lancinante fischio, come anche l’arma del delitto.

E adesso torniamo ad occuparci dei testi: quasi tutti di grande rilievo letterario e così diversamente efficaci, sia che le autrici usino il verso breve per creare un ritmo martellante come quello della Carnaroli che segue in un crescendo di drammaticità l’esplosione di rabbia di un marito culminante nell’assassinio della moglie incinta al nono mese e si fissa in mente per quell’uso della rima come in una filastrocca noir: marcello hai fatto ( a capo) un macello incinta ( a capo) al nono mese ( a capo) tua moglie (a capo) rotta la testa ( a capo) bruciata i vestiti ( a capo) solo resti brandelli ( a capo) i budelli….e così via; sia che usino versi lungi e fitti fitti, come la Ferraresso, che in tre versi racconta una ribellione maturata dopo una vita di soprusi: Ho preso le mie scarpe, me le avevi fatto togliere per non sporcare quel porcile/ e me ne sono uscita senza pensare ad altro che andare lontano / il più lontano possibile anche dal ricordo di te di quella stanza stretta e; versi in cui il ritmo ha un taglio narrativo, tutto concreto e però di grande rilievo psicologico.

Il verso lungo caratterizza anche la poesia di una delle più originali poete contemporanee, Maria Grazia Calandrone, che, a differenza della Ferraresso, pur colmando dei particolari più minuti i suoi versi che sembrano indagare lo spazio della realtà come con una lente d’ingrandimento, riesce, attraverso legami analogici e incursioni nel mondo della psiche, a creare delle sequenze precise e allo stesso tempo visionarie: ascoltate un passo del testo “Il crollo anchilosato di una cosa”: Io sono il giorno anzi l’istante adriatico / del giorno nel quale ho accompagnato con lo sguardo / la salute felina della sua figura / che elargita e radiosa si allontanava dentro/ la chiacchiera rapida e sediziosa dei pettirossi fuori dal mondo ( in una sera /più grande del mondo: io …”.

E, ancora, come non menzionare la Bettarini con i suoi versi caratterizzati dalla ripetizione, dall’allitterazione, dalla densità delle rime e dall’uso di molti termini ormai desueti che riportano alla memoria testi addirittura medioevali in una volontà di sperimentalismo che non trascura la tradizione, come in “La violenza/la paura” : e riconobbi l’orrore dell’orrore – le ferite - / le onte – il muro che portava disonore / del corpo e cuore miei (sedi d’amore) /ma al muro non cedetti mai – ne feci mai di me muro / contro quel muro – così (forse ) l’orrore / sgominai ( né feci più sentir / miei gridi o lai)….

Nella poesia di Marge Pierce la parola “raped” ( stuprata) è ripetuta cinque volte e chiude il primo verso delle prime cinque strofe, nella sesta appare, all’interno del primo verso il sostantivo corrispondente rape (stupro) accompagnato da fear (paura), così che la ripetizione e la collocazione di raped sottolineano mirabilmente, con la cadenza della voce che sulla parola si ferma inevitabilmente, il dramma femminile.

Diversi sentimenti animano questi testi: tenerezza, pietà, sdegno, insofferenza, ironia, compassione, rabbia, dolore, incredulità, ribellione, condivisione, ma tutti sono animati dalla necessità di dire, di non reprimere più dentro tutto il dolore e la stanchezza, di tenere viva la propria identità come la ragazza cilena di Daniela Raimondi che ripete pur torturata : Io sono/ Rosa Silva/ figlia di Manuel Silva, / cittadina cilena./ Io sono,/io sono,/ io sono.

Mi piace concludere questa presentazione con la lettura della poesia di Roberta Parenti Castelli, non perché sia la migliore tra quelle raccolte in questa antologia, ma perché è piena di coraggio e fiducia, due doti indispensabili, se noi donne vogliamo portare avanti onestamente questa battaglia per una serena e fruttuosa relazione con il sesso maschile. Perché denunciare deve voler dire rinunciare al vittimismo (pag.99)

Guizzante coda di lupa selvaggia – incatturabile

Nominiamo la gioia – invochiamola-/ preghiamola in ogni goccia di pioggia / in ogni lacrima / cerchiamola senza perdere coraggio / inseguiamo / la sua scia luminosa…lontana…/ il suo ricordo al fondo / delle nostre – innumerevoli – notti / distilliamola / dal colore del mattino / e dal pesante sonno – senza sogni - / Non arrendiamoci / la troveremo la riconosceremo / oggi domani sempre / laggiù lontano / nell’angolo più buio / della nostra dimora-anima / guizzante coda di Lupa – Selvaggia-// Ancora ci avvolgeremo / nel suo mantello grigio-notte / ululando con lei –alla luna - /ancora fuggiremo – libere - / strette a Lei – nostra madre selvaggia - /incatturabile.

 

Franca Alaimo

7 marzo 2013, Palermo

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