Negrura

Arnaldo Éderle

Negrura

(poemetto)

 

ISBN 978-88-897224-66-2

Edizioni CFR - 2012 - pp. 24, € 5,00  

 

 

 

[...] I versi di Arnaldo, infatti, sono certamente percorsi da un acceso erotismo, ma si tratta di un erotismo molto diverso da quello “genitale” a cui siamo abituati dai versi dei nostri poeti. C’è, qualcosa di molto antico, un erotismo quasi sublimato o comunque volutamente nascosto e di gusto che rammenta lo stilnovismo e l’amor cortese (non dimentichiamo che Arnaldo Éderle ha tradotto le opere di Guglielmo d’Aquitania e di altri poeti cortesi e la sua formazione letteraria è debitrice sia alla poesia cortese che a quella stilnovista); c’è una fantasia che parte dall’immagine della bellezza e tenta di andare al suo centro, alla sua essenza, scoprendovi la contraddizione (“luce negra”, “impietosa aguzzina” o “fiocina” che colpisce “all’altezza del cuore”, ma insieme “grande bontà").

É insomma la metafora di ogni grande amore, con le sue luci e le sue ombre, col suo bene e col suo male, il suo éros e il suo thanatos, capace di tenere il mondo dentro di sé, come dev’essere per ogni grande amore.

Per questo motivo trovo che Negrura, nella sua freschezza di ispirazione e nella sua immediatezza carnale e fisica delle immagini, sia un poemetto di grande rigore e concisione, capace di accendere la fantasia e di accompagnarla in un ambiente di assoluta libertà creativa, dove nessi ed associazioni mentali trovano un immediato e naturale sincretismo e ogni cosa appare perfetta.

 

 

 

 

 

 

 

 

Altre opere dello stesso autore: Poemetti per Negrura, Vocativi e querele

 

 

 

Cerco di svegliarmi, di porgere

attenzione ai miei fantasmi.

Negrura oggi non mi balza attorno,

sento solo uno sguardo pallido,

i suoi carboni me li ricordo

ma non sono qui.

Nera, alta, mi girava intorno, mi

guardava con la sua brace nera,

io ponevo la mia mano aperta davanti

ai suoi occhi e me ne riparavo,

mi riparavo i miei, troppa luce

troppa forza.

 

*
 

Nel suo viso gli occhi neri,

la bocca rilevata in una cornice

marrone le nari aperte come

tenere ali d’una bellicosa

farfalla, il suo sguardo cerca

l’uomo e il fanciullo, lo sguardo

li passa all’altezza del cuore,

mentre la sua spavalda fiocina

è lanciata lontano oltre la spuma

bianca dell’oceano a ferire

il gabbiano di mare, regale nelle sue

ali spalancate. O in alto, tra le cime

dei monti, colpisce,

mentre volteggia tra le guglie

nelle rocce, la grande aquila.

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