Il guado della neve

Luca Benassi

il guado della neve

 

ISBN 978-88-897224-62-4

Edizioni CFR - 2012 - pp. 64, € 10  

 

 

 

La riprova che il Concorso Milani è un concorso di alto profilo, sta proprio nei risultati: questo Il guado della neve, che viene integralmente pubblicato (al Milani era stata presentata soltanto la silloge "Matteo Boe", l'ultima della raccolta), quarta pubblicazione del poeta romano Luca Benassi (molto più noto come critico che come poeta, anche se il suo lavoro poetico è, a nostro avviso, di notevole levatura), risultata vincitrice. Si tratta di una scrittura lirico-civile, che la poeta e saggista  salernitana Erminia Passannanti così descrive nella sua Prefazione:

 

"Alla parola poetica Benassi chiede, come Clemente Rebora, che trasporti il suo senso dall’altra parte del guado, magari aspirando alla dimensione del silenzio dinanzi ai fenomeni del mondo. Questa poetica dell’attraversamento, del portarsi oltre il varco d’acqua bassa, segna un tragitto disseminato d’immagini e simboli ad indicare i modi del passaggio ad un altrove dove l’io possa sentirsi finalmente libero e fondato. Il testo sistema in partenza i piani paradigmatici del discorso intorno al nucleo problematico del volume, di cui si dirà di qui a breve, ma che sostanzialmente prende le mosse dall’intensità emotiva del pensiero creativo che si vuole affrancare dai retaggi di una cultura di misfatti e condanne. L’attraversamento implica sempre un’interpellanza radicale, del tipo che ha contraddistinto, per intenderci, le poetiche più singolari del Novecento, italiano ed europeo. [...]

Il cammino tra essere e divenire introduce il lettore alla simbologia del “deangeliano” pozzo sigillato dai morti (cui è dedicata una intera poesia nella terza parte del volume). Il movimento riporta alla luce l’antico, il popolare, il folkloristico, (una sete dolce di vena) e riprende altresì l’attuale ed il cronachistico, comunicando la volontà di (ri)stabilire valori e verità tramite l’analisi dei dati di fatto allusi. Di De Angelis, Benassi ripercorre i tropi del dubbio, del vuoto, della solitudine, del silenzio, la loro dimensione insieme di dannazione e salvezza. Il pozzo è, allora, cella sotterranea, tana, ma anche ricovero per il fuggiasco. [...]

Riassumendo le qualità delle poesie contenute nella raccolta Il guado della neve, oltre al proposito di denuncia, congiunto all’intento commemorativo di fatti tragici, vale l’intenzione di questa poesia di rappresentarsi dinanzi a quella certo minima comunità di parlanti di Baunei (Ogliastra), compiendo un processo inverso all’aspirazione alla popolarità universale, extra regionale/nazionale. Mediante la messa in relazione delle varietà linguistiche impiegate, cade il predominio egemonico della lingua alta della lirica: non è l’istituto letterario, ma la qualità del discorso e dell’utenza a decidere il suo valore.

Anche sul piano contenutistico vi sono delle qualità: il tema, della sposa come corpo desiderato, penetrato, abusato, è risolto con una certa dose di femminismo, non come monito alla donna su come non farsi violentare, abbandonare ed uccidere dalla cultura maschilista, ma quasi come consiglio morale all’uomo su come smettere di stuprare, tradire, ingannare, abbandonare la donna-compagna, in tutte le accezioni metaforiche e reali, legate alla sua esistenza in vita (e la proposta, non a caso, è sussurrata, come suggerimento, non già come imperativo, dal savio, dolce figlio bambino).  [Erminia Passannanti]

 

 

Nota di Annamaria Ferramosca http://www.poesia2punto0.com/2013/05/10/note-universali-dalla-sarditudine-studio-di-a-ferramosca-su-il-guado-della-neve-di-luca-benassi/

 

Nota di Rosa Salvia http://viadellebelledonne.wordpress.com/2013/05/10/il-guado-della-neve-di-luca-benassi/

 

 

 

Il ballo tondo

 

Bacia oro bacia nero bacia amaro

bacia amore.

 

Dove vai donna piena di ciondoli

colomba nera, corno di muflone

dove vai donna dei mori

tatuata dal corallo, lingua di pietra

dove vai donna di un paese bruciato

rapita dall’amore su una spiaggia di grano

sultana rubata su un tappeto saraceno

dove vai donna che preghi a oriente

e pascoli le capre su un monte coricato.

Portami via donna straniera.

 

Bacia oro bacia nero bacia amaro

bacia amore.

 

Bocca aperta, bocca di ventre

filo di alga, filo del cuore

ti ho dato una casa, una sorgente

pane di ghiande, vino nero

ti ho dato un amore senza chiedere

campane o un giorno vestito di bianco

passerai il guado della neve.

Portami via donna dei mori.

 

Bacia oro bacia nero bacia amaro

bacia amore.

 

Portami via da questo letto

da un legno che non è seta

che non è lama di coltello

portami via tra foglie di cisto

su un letto di palme portami via.

Portami via donna del cuore

Bacia oro bacia nero bacia amaro

bacia amore.

 

Portami via sentiero del mare

nel cavo dell’onda, portami

nella bocca della Madonna

stella, ciottolo di fiume

petto di bagascia, portami via

in un bacio di vento

una bava bianca di grecale

portami via amore mio.

Portami via se ti vuoi salvare.

 

Bacia oro bacia nero bacia amaro

bacia amore.

 

                       [Da "Il pozzo"]

IV

 

Il corpo ha paura. Il corpo si avvita come foglia, come fiamma feroce nell’assenza del buio, crepita, si torce schiacciato nel blocco laterale delle forme. Il corpo schiacciato dal tema di Dio, dalla sorgente che inclina la paura, l’assenza, l’altezza. Il corpo è acqua, il corpo è vena dolce. Rialzarsi dopo il colpo del legno è fare del corpo una danza che non tollera rivelazione, è uno sfuggire la luce, è mirare il buco nero dell’inconscio come un camino spento. Tutto sta nel preparare la postura come una caduta verticale, la linea del gomito, il fianco scoperto alla freccia di luce (e poi alzarsi di scatto ed entrare nel camino).

 

V

 

L’inganno è nella linea d’ombra: due occhi, un erma bifronte. Dire sì o no, alzarsi o cadere, vivere o morire, amare odiare. Due seni: uno secco, vizzo come una noce, l’altro pieno di latte, molle come polpa di pesca, un’amante puntuta di capezzolo come una freccia di luce. Un fianco coperto come una promessa d’amore, l’altro aperto come una ferita al suono dell’abbaglio. Come una vulva squassata dall’orgasmo.

 

 

                            [da Matteo Boe]

 

Abbiamo cercato la sua casa

in un cielo bianco di pallottole

una disamistate affacciata alla finestra

che ha nome di figlia e volto di donna:

l’innocenza è colpa senza difesa

un inganno negato all’essere madre.

Tu figlia di chi nega i figli hai lacrime di metallo

e seni di pietra, corpo rappreso

all’ombra della notte.

Il coraggio del padre, chiediamo

contro la rosa compatta del dolore

di chi è vigliacco

e ha paura. 

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